Lucia Barbera, L’assistenza all’infanzia abbandonata nella Sicilia d’età borbonica, Aracne, Roma 2012, pagg. 440.

lucia barberadi Emanuela Catalano

È con un misto di commozione e orgoglio che mi accingo oggi a recensire  l’imponente libro di Lucia Barbera, frutto di dura fatica, lungo e meticoloso lavoro di ricerca, innumerevoli notti in bianco, immane passione e dedizione assoluta. L’opera colpisce per il tema trattato, un capitolo troppo spesso e molto volentieri “dimenticato” dalla storiografia tradizionale; non se ne trova infatti traccia né nei manuali di storia del liceo, se non in qualche breve appendice in calce ai capitoli, o ‘moduli’ per usare una terminologia oggi più in voga, né tanto meno l’argomento trattato della Barbera è frutto di studio serio e sistematico, indagine e approfondimento nelle Facoltà universitarie italiane. Fortunatamente numerosi studi e convegni stanno riportando in auge questo tema, specie a livello europeo, nella speranza che la conoscenza e la discussione di queste tematiche possano sensibilizzare la popolazione vis-à-vis di un argomento così delicato.

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Virginia Woolf, Una stanza tutta per sé, Feltrinelli, Milano 2011, pp.156.


woolf 2di Emanuela Catalano

Vorrei consigliare e proporre la (ri)lettura di un vecchio libro di Virginia Woolf (1882-1941), esponente di spicco dell’epoca vittoriana e autrice di taluni dei più importanti romanzi che hanno segnato in maniera indelebile il modo di pensare la storia della letteratura del secolo passato, e che si intitola Una stanza tutta per sé.

Si tratta di un libro che, attraverso la voce e la parola della scrittrice, infonde un grande coraggio a chiunque voglia fare qualcosa di diverso, a chi vuole seguire strade che non sono ancora state battute, al di fuori del selciato tradizionalmente percorso. Bisogna solo superare l’ostacolo rappresentato dal primo capitolo, che può sembrar un po’ ruvido apparentemente e ostico, specie per chi non è avvezzo alla profondità di pensiero e alla poliedricità, alle infinite sfumature di una figura come quella di Virginia, a chi non ha ancora confidenza con i suoi scritti, con la sua particolarissima modalità di scrittura. Il sesto capitolo invece è un piacere, una sorta di apoteosi dell’estasi della lettura. E poi è un libro piccolo, piccolo, che si legge velocemente.

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Il secolo psicologico: prodromi di una nuova socialità senza sociale.

di Riccardo Ierna

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H.Bosch, L’ estrazione della pietra della follia, 1494 circa

 

Nel 1982 uscì presso la Feltrinelli un piccolo volumetto dal titolo: “Verso una società relazionale. Il fenomeno “psy” in Francia”[1]. Si trattava di una raccolta di saggi del sociologo francese Robert Castel, intorno a quello che sarebbe divenuto un tema prevalente nel dibattito culturale e politico a cavallo tra la fine degli anni 60’ e la fine degli anni 70’: l’evoluzione e la collocazione della psicoanalisi, della psicologia e delle tecniche psicologiche nella società contemporanea. L’analisi di Castel si inquadrava in un più ampio filone critico di ricerca, che imponeva una riflessione profonda sulla scorta dei profondi mutamenti sociali e culturali dal maggio ’68 in poi. Esso faceva da sfondo alle lotte antiautoritarie, alle esperienze di deistituzionalizzazione e di critica alla medicina e alla psichiatria, che avevano animato quella stagione, culminate nella promulgazione di importanti provvedimenti legislativi in grado di modificare il quadro normativo in tema di salute pubblica.

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Irvin D. Yalom, Il problema Spinoza, Neri Pozza, Vicenza 2012, pagg. 441.

IMG_7625di Giulia Domna

Durante la consueta lettura della quarta di copertina di uno dei tanti romanzi esposti sui banconi della libreria, vengo attirata da questi gradevoli “ingredienti”: un grande filosofo e due periodi storici distanti tra loro ma ugualmente interessanti: il Seicento e il primo Novecento nazista.  Il romanzo in questione è Il problema Spinoza di Irvin D. Yalom (Neri Pozza editore, Vicenza 2012) il terzo che l’autore dedica ad un filosofo, dopo Le lacrime di Nietzsche e La cura Schopenhauer.

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L’amore esposto ed infranto: tra la sovrabbondanza del piacere e la frammentarietà della separazione.

di Silvia Migliaccio

Nietzsche 3

Il 900 è un secolo di profonda rigenerazione intellettuale. È un secolo attraversato da inquietudini, in cui affiorano fragilità storico-sociali le quali muovono domande nuove, aprono la strada a nuove discipline, nuovi campi d’indagine.

Con la crisi di metà 800 si origina una scissione dei saperi che prima di tale evento erano inter-connessi in un sistema complessivo, come evidenziato dalla filosofia hegeliana caratterizzata proprio da questa visione d’insieme.

Se fino alla metà dell’Ottocento, in linea con lo spirito romantico, l’idealismo mirava ad una “riductio ad umun”, riconducendo la parte all’unità   e unendo  i vari frammenti di un insieme in una dimensione più ampia,  nel 900 non è l’intero ad acquisire importanza, bensì l’infranto, il frammentato: ogni frammento tende ad una propria autonomia; ciò che fino a quel momento era marginale, diventa centro in quanto polo d’attrazione.

L’interesse del 900 si concentra sull’ “anello che non tiene”, su ciò che sfugge e quindi non è afferrabile concettualmente, spiegabile razionalmente.

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Peter Sloterdijk, Stress e libertà, Raffaello Cortina, Milano 2013, 92 pagg.


Stress S.di Giulia Domna

Stress e libertà (Raffaello Cortina 2013, 92 pagg.): chi di noi non si sente parte in causa quando si parla dell’oppressione che lo stress esercita sulle nostre vite e del legittimo desiderio di liberarsene? Ma, prima ancora di leggere il saggio, siamo certi che la soluzione non è così scontata e a portata di mano se a proporla è Peter Sloterdijk, noto professore di Filosofia e Teoria dei media presso la Hochschule für Gestaltung di Karlsruhe, di cui abbiamo già parlato a proposito della rivoluzionaria proposta di abolire le tasse in La mano che prende, la mano che dà (Raffaello Cortina 2012).

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L’ INSOSTENIBILE LEGGEREZZA DEL DOLORE. Brevi note espiatrici.

di Silvia Migliaccio

Nietzsche – “Desconstruindo gigantes” by Emerson Pingarilho

Nietzsche – “Desconstruindo gigantes” by Emerson Pingarilho

 1  Sull’innocenza nietzschiana

Il “cuore pulsante” della filosofia nietzschiana è creare il modo di vedere le cose: la vita è un gioco divino, non ha colpa è innocenza[1]

L’innocenza è leggerezza, danza, Nietzsche esalta la leggerezza, la danza, anche negli aspetti più tragici della vita, la leggerezza che vive la sofferenza, non le imputa una colpa, essa fa parte della vita: questo è l’amor fati nietzschiano, il dire sì all’esistenza così com’è, nei suoi molteplici e variegati aspetti. Ogni sì alla gioia contiene un sì alla vita, anche alla sofferenza: gioia e dolore sono annodati[2].

Per il cristianesimo “l’esistenza è colpevole perché soffre; ma soffrendo espia e riscatta[3]. Il problema non è se l’esistenza in quanto colpevole, sia o meno responsabile, ma se l’esistenza è colpevole…o innocente [][4].

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