Sergio Benvenuto, Antonio Lucci, Lacan, oggi. Sette conversazioni per capire Lacan, Mimesis, Milano 2014, pagg. 220.

di Fabio Milazzo

[Questa recensione è stata originariamente pubblicata su  Psychiatry On Line Italia – ISSN 1591-0598]

«Lacan, prese le mosse, nel suo “ritorno a Freud”, dalla lettura linguistica dell’intero edificio psicoanalitico,  riassunta da quella che, forse, è la sua formula più nota:

“L’inconscio è strutturato come un linguaggio”. […]

L’inconscio freudiano, infatti, fu motivo di scandalo non tanto per via dell’affermazione secondo cui il Sé razionale è subordinato al ben più vasto dominio dei ciechi istinti irrazionali,

quanto perché esso dimostrò come l’inconscio stesso obbedisca a una grammatica e a una logica sue proprie:

l’inconscio parla e pensa»

Žižek, Leggere Lacan. Guida perversa al vivere contemporaneo, P.25

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Sragioni. Una lettura di Freud attraverso Derrida.

di Brian Vanzo 

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“Ma come troveremo noi stessi in quel vuoto e ripugnante ficcare il naso nelle cose della psiche, in un volgare auto-rispecchiamento?” (M. Heidegger, Seminari di Zollikon, Guida Editore, Milano 2000)

“Non è facile suonare lo strumento della mente” (S. Freud)

Queste pagine di  approfondimento nascono dal desiderio di approcciare in modo eretico – e perciò parziale e non esaustivo, anche se non fazioso – il pensiero freudiano e la sua complessità. Per farlo seguirò le orme di un grande pensatore del ‘900, Jaques Derrida, che ha saputo allargare l’orizzonte della psicoanalisi, fecondandola con i linguaggi e le problematiche della filosofia. Continua a leggere

Note di lettura a: Mario Galzigna Storia di una passione. Poesie. Il Poligrafo, Padova 2011, pp. 119.

522040_10204867343864333_3787833422734707825_ndi Marco Nicastro 

Il tema assai coinvolgente – lo sviluppo e lo spegnersi graduale di una passione amorosa – della silloge poetica di Mario Galzigna, elegantemente edita dal Poligrafo di Padova, viene efficacemente racchiuso in una forma poetica concettuale, in cui le emozioni, le fantasie, le pulsioni e le intemperanze di una relazione sono lucidamente ricondotti ad un ordine superiore (estetico, formale) che l’autore può a volte trovare nella costanza del verso (sempre endecasillabo), a volte nei riferimenti diretti ad altri autori tramite le note inserite alla fine di ogni componimento. Queste rappresentano i contributi di insostituibili illustri compagni con cui il poeta dialoga, in una sorta di coro immaginario, nei momenti di travolgente passione, di sofferenza, di solitudine e senso di vuoto che la fine di un rapporto d’amore sempre lascia dietro di sé.  Anzi, direi che proprio la presenza di questo tipo di note, assolutamente inusuali nei componimenti poetici, costituisca un elemento di originalità che certamente valorizza la raccolta e che fa parte integrante di essa, fornendo quasi le coordinate letterarie e filosofiche per orientarsi nell’esperienza vissuta dall’autore.

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Jünger, Il dolore nell’età della tecnica.

di Achille Zarlenga 

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«Il dolore è una di quelle chiavi che servono ad aprire non solo i segreti dell’animo ma il mondo stesso. Quando ci si avvicina a quei punti in cui l’uomo si mostra all’altezza del dolore, o superiore a esso, si accede alle sorgenti della sua forza e al mistero che si nasconde dietro il suo potere. Dimmi il tuo rapporto con il dolore e ti dirò chi sei!»(1)

E.Jünger, Über den Schmerz, in id. , Blätter und Steine

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Jacques Le Goff, La nascita del Purgatorio, Einaudi, Torino 1996.

nascita_del_purgatoriodi Emanuela Catalano

 

 

«Il Purgatorio supera in poesia il cielo e l’inferno,

 in quanto rappresenta un avvenire del quale entrambi sono privi».

Genio del Cristianesimo, F.-R. de Chateaubriand

 

Rileggendo La nascita del Purgatorio (edito da Einaudi nel 1982), uno dei saggi a mio parere più affascinanti e approfonditi sull’argomento, mi rendo conto di quanto le questioni e gli interrogativi che vertono sul destino dell’anima o, meglio, sulle sue sorti dopo la morte del corpo siano state da sempre oggetto di indagine, di riflessione e di preoccupazione da parte dei più ma anche più semplicemente di mera fascinazione e curiosità. Continua a leggere

Mladen Dolar, La voce del padrone. Una teoria della voce tra arte, politica e psicoanalisi, Orthotes editrice, Napoli-Salerno 2014, pagg. 217.

di Fabio Milazzo 

[Questa recensione è stata originariamente pubblicata su  Psychiatry On Line Italia – ISSN 1591-0598]

«Mladen Dolar non sembra un idiota e non parla come un idiota,

ma non lasciatevi ingannare-

Mladen Dolar non è un idiota»

Slavoj Žižek

 

 

dolarMladen Dolar, con Alenka Zupančič, è il fondatore della Scuola Psicoanalitica di Ljubljana, giunta alla ribalta internazionale sulla scorta dei successi editoriali di un altro suo membro: Slavoj Žižek. Proprio quest’ultimo, in diversi contesti, ha fatto frequenti riferimenti al suo «amico marxista Mladen Dolar» tessendone le lodi per le capacità analitiche e teoretiche dimostrate[1]. Abilità che vengono alla luce nel volume «La voce del padrone, una teoria della voce tra arte, politica e psicoanalisi», pubblicato per le edizioni Orthotes e magistralmente curato da Luigi Francesco Clemente. Il testo, originariamente pubblicato da MIT Press nella collana diretta proprio da Žižek, «Short Circuits», focalizza un aspetto dell’esperienza umana su cui poco si è spesa la filosofia: la voce. Ad eccezioni delle brillanti analisi di Derrida, sviluppate in particolare in «La voce e il fenomeno», l’argomento ha avuto un posto marginale nell’agone filosofico che perlopiù ne ha valutato il ruolo strumentale e subordinato in ordine alla produzione delle idee. In ciò ha ovviamente pesato una metafisica della presenza che storicamente ha fatto della voce il canale di trasmissione privilegiato della ratio, all’interno di un sistema di pensiero che si è identificato principalmente con il Logos. In tale ottica Derrida ha criticato proprio il presunto carattere metafisico della voce, strumentoprivilegiato per l’affermazione dell’irriflesso principio della presenza secondo il quale l’Essere è ridotto ad un ente pronto e disponibile per le esigenze logocentriche del soggetto. Continua a leggere

IL POETA PRECEDE LO PSICOANALISTA. IN CHE MODO ?

di Roberto Pozzetti 

Matisse, Le bonheur de vivre (The Joy of Life)

Matisse, Le bonheur de vivre (The Joy of Life)

Quando lo psicoanalista si approccia ad un’opera d’arte dovrebbe, a mio avviso, porre in primo piano l’interesse per l’opera stessa astenendosi dalla sovrapposizione e dalla giustapposizione in registri narrativi estranei al contesto del setting psicoanalitico. Quando un analista tiene, ad esempio, una conferenza è in una posizione diversa da quella che assume nel proprio studio ed è bene che eviti qualunque interpretazione, tanto più se in quella sala si ritrovano dei suoi analizzanti. Continua a leggere