Sin dagli anni immediatamente successivi alla fine del primo conflitto mondiale si andarono raccogliendo documenti, fonti, testimonianze relativamente agli eventi bellici appena conclusi. Giornalisti, politici, analisti e storici si diedero da fare per raccogliere un materiale immenso, una biblioteca borgesiana che spaziava dalle testimonianze di “prima mano” ai resoconti delle diplomazie, al fine di illuminare ogni aspetto del terrificante conflitto che aveva appena squassato il globo. Da allora, anche grazie a questo materiale, gli studi sulla Grande Guerra si sono accumulati nelle biblioteche offrendo, potenzialmente, un ritratto a tutto tondo di un’esperienza traumatica come poche per la civiltà mondiale.
Dostoevskij Fёdor. Le notti bianche, Mondadori, Milano, pp. 105.
I romanzi sentimentali sembrano a volte desueti, passati di moda, roba d’altri tempi o da “femminucce” se è lecito il termine, altre volte ritornano per un breve lasso di tempo; oppure vanno incontro soltanto agli umori e al personale sentire di pochi lettori più inclini ad un certo tipo di sensibilità e di una spiccata tendenza all’introspezione. Eppure sarebbe ora che anche il grande pubblico tornasse ad appassionarsi alla grande letteratura russa, ad un autore in particolar modo che ha ancora molto da dirci e che è capace – come pochi – di toccare quel punto segreto che appartiene alla nostra vera vita, per dirla con Gide. Segnaliamo, a tal proposito, la lettura di un questo breve romanzo che ci sembra particolarmente significativo.
Alain Badiou e la logica dell’apparire della verità.
di Fabio Milazzo
La società contemporanea è caratterizzata da una forma di multiculturalismo che esalta la disomogeneità culturale, la compresenza delle differenze e la fine delle ideologie. Questa la tesi che Slavoj Žižek sviluppa in diversi lavori[1], condividendola con l’amico Alain Badiou. Quest’ultimo, senza tanti giri di parole, ritiene questa apologia della falsa differenza un pericolo, in quanto cela l’ideologia dietro la maschera della razionalità comunicativa di habermasiana memoria. “Tutti si richiamano alla “democrazia” – che io personalmente preferisco chiamare “capital-parlamentarismo” – come all’unico regime politico accettabile. Gli intellettuali dominanti sono diventati pappagalli della cosiddetta democrazia, e fanno la morale alla terra intera su basi che sono in realtà imperialiste” (vedi intervista che segue).
La qualità delle pulsioni. Di un realismo fantasmatico.
di Fabio Milazzo
Che cos’è un pensiero che non fa male ad alcuno,
né a colui che pensa né agli altri?
(…) Ciò che è primo nel pensiero , è l’effrazione, la violenza, il nemico e nulla presuppone la filosofia,
tutto muove da una misofia”.
Gilles Deleuze, Differenza e ripetizione, pp. 117, 182.
Il realismo del “cotton fioc”.
Si fa un gran parlare, di questi periodi, di Nuovo Realismo, inteso come ritorno alla “materialità” del fuori, a quella percezione del mondo legata al senso comune e non alle astrazioni di tanti “segaioli mentali” che pur di negare l’ovvietà sarebbero disposti a riconoscere la possibilità ontologica di elfi, unicorni e di cacciaviti utilizzati come “cotton fioc”[1].
Valeria Ottonelli, La libertà delle donne. Contro il femminismo moralista, Il Melangolo, Genova 2011, pagg.120.
Il testo della Ottonelli, che insegna Filosofia Politica ed Etica Pubblica all’Università di Genova, fa parte di un genere letterario che definirei: “critica del presente”. Nei testi di quest’insieme, partendo dalle analisi sulla contemporaneità, in particolare su quegli snodi problematici che segnano le tensioni congiunturali del momento, si cerca di sviscerare le tensioni e i rapporti di forza che si celano dietro orizzonti simbolici e valoriali assunti quali “norma”.
L’assoluta negazione. Cenni sul nichilismo di Gorgia da Lentini.
di Fabio Milazzo
“Che le cose pensate non esistono, è evidente:
infatti, se il pensiero esiste, allora tutte le cose pensate esistono, comunque le si pensino;
ciò che è contrario all’esperienza”.
Gorgia da Lentini, Del non-essere o della natura in I Presocratici.Testimonianze e frammenti, II, p.919.
Il mondo non ha, in sé, nessun valore. Questa la tesi fondante il nichilismo così come elaborato a partire dalle “folli” intuizioni di Nietzsche.
Ma cos’è il nichilismo?
Alessandro Aresu, Generazione Bim Bum Bam, Mondadori 2012, pp. 208.
Alessandro Aresu, l’autore del saggio di cui parleremo oggi, è nato nel 1983 a Cagliari; per quale arcano motivo un giovane laureato in Filosofia senta l’esigenza di intitolare il suo scritto Generazione Bim Bum Bam è la questione che tenteremo di dipanare in questa sede. Il titolo è di per sé significativo e richiama subito alla mente i pomeriggi che molti da bambini trascorrevano davanti alla tv. Pur essendo cresciuta senza quei cartoni animati, ho cercato di capire, incuriosita, quali rapporti i cartoni animati potessero tessere con le scelte politiche di un paese, nella fattispecie il nostro paese.
Mario Galzigna, Il mondo nella mente. Per un’epistemologia della cura, Marsilio ed., Venezia 2006, pagg. 188.
Nel libro che voglio presentare, Il mondo nella mente. Per un’epistemologia della cura, di Mario Galzigna, viene analizzato il binomio follia-psichiatria. Per meglio dire viene problematizzato il nesso che lega la follia, nel suo darsi patologico, e le modalità attraverso le quali la scienza medica che se ne occupa, la psichiatria, cerca di perimetrarne gli effetti di sofferenza.
A partire dalle analisi di Michel Foucault, esposte nella sua Histoire de la folie à l’âge classique, la categoria di follia viene correlata ad un particolare tipologia dello psichico, non s-ragione ma assenza d’opera, diversa modalità del concatenamento logico (qui logica sta per strutturazione dei processi mentali e non per disciplina connotante le forme del ragionamento corretto) . Il folle è l’Altro per eccellenza.
Il tema della follia è il centro di molte riflessioni filosofiche novecentesche. “Testa di ponte” per un’analitica sulle modalità storiche dei processi di soggettivazione o “cartina di tornasole” utile per rappresentare, anche solo per metonimia, l’Alterità , la follia, in quanto assenza d’opera, è servita alla filosofia per significare quei multiversi organizzati secondo concatenamenti cognitivi non rispondenti alle regole base della logica classica. In tal senso, solo per inciso, puntualizzo quanto il tema della follia svincoli l’analitica del soggetto da equivalenze con modelli computazionali, oggi parecchio in voga, che vengono, in ultima istanza, pensati secondo logiche di tipo binario che poco hanno a che fare con le modalità rappresentazionali dei processi di pensiero.
Simone Weil, Quaderni. Volume Primo, a cura di G. Gaeta, Adelphi, Milano 1982, pp. 403.
Vogliamo oggi presentare il Primo dei quattro Quaderni della Weil, pubblicati postumi e che costituiscono una preziosa miniera di informazioni, circa il sentire e l’inquietudine di Simone negli ultimi mesi del suo purtroppo breve passaggio su questa Terra. Il quaderno, raccolta di appunti scritta in parte su fogli sparsi e non solo, traccia l’itinerario della Weil da New York all’esperienza londinese di France Combattente e fu consegnato ai genitori dopo la sua morte. Allentatasi la morsa dell’angoscia che l’attanagliava, la scrittura in esso riprende finalmente a fluire in maniera continua e incessante.
Walter Peruzzi – Gianluca Paciucci, Svastica verde. Il lato oscuro del Va’ pensiero leghista, Editori Riuniti, 2011.
Qualche giorno fa ho assistito alla presentazione del nuovo di libro di Gianluca Paciucci (Paciucci è – per chi non lo sapesse – uno dei più grandi e sensibili intellettuali italiani oggi viventi. In quanto tale, in Italia è praticamente sconosciuto al grande pubblico come sempre accade ai grandi. O meglio, come succede in questo nostro “belpaese” ai “diversi”, a tutti coloro i quali non si adeguano alla “cultura” ufficiale e dominante ma si ostinano caparbiamente a rimanere delle voci fuori dal coro in nome della vilipesa e bistrattata libertà di pensiero. Sorte diversa magari gli sarebbe toccata se avesse partecipato a trasmissioni della tv spazzatura, pubblica o privata che sia. Ma la televisione, si sa, è interessata solo ai finti intellettuali urlatori, alla gente più da stadio che da studio. Detto ciò, chiudiamo la parentesi).









