I FILOSOFI, PRECURSORI DEGLI PSICOANALISTI

di Roberto Pozzetti 

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La psicoanalisi ha sempre intrattenuto un fitto dibattito con numerose opere filosofiche, situate in diversi momenti e luoghi della storia dell’elaborazione del sapere. Non a caso, Freud definiva i filosofi “nostri precursori”. Troviamo in effetti di frequente questi riferimenti nei testi del padre della psicoanalisi, uomo di modeste origini, non privo comunque di una onesta formazione intellettuale ma che non amava il fumoso addensarsi di questioni di certa filosofia tanto da definire la dialettica idealista, anche nella sua derivazione marxiana, “un sedimento di quell’oscura filosofia di Hegel”[1]. In quali ambiti Freud cita i filosofi ? Leggendo le sue Opere, nella loro evoluzione, possiamo facilmente accorgerci che tali citazioni si situano quasi sempre in riferimento ad una precisa tematica, basilare nella psicoanalisi: quella della pulsione. Nel Trieb troviamo difatti una via di volta essenziale della psicoanalisi e Lacan la includeva fra i quattro concetti fondamentali della psicoanalisi con inconscio, transfert e ripetizione. Continua a leggere

James Ensor e la “morte di Dio”

di Stefano Scrima

People with Masks by James Ensor (1890)

People with Masks by James Ensor (1890)

 

Nel 1882 Friedrich Nietzsche (1844-1900) dava alle stampe La gaia scienza in cui spiccava per sfrontatezza e lucidità l’aforisma 125, quello dell’annuncio della morte di Dio agli uomini. Non a un arcangelo, ma a un uomo – folle – con in mano una lanterna è stato affidato il compito di informare gli uomini, dediti alle compere, della funesta notizia: «Dio è morto! Dio resta morto! E noi lo abbiamo ucciso!»[1] esclama l’uomo in mezzo a sguardi dapprima sardonici ma poi stupiti e alla fine inquieti. Molti di quegli uomini non credevano in Dio, perché avrebbero dovuto preoccuparsi della sua morte? Il problema non sussiste, se Dio non esiste non può nemmeno morire, e quell’uomo agitato è solo un folle in preda a deliri di grandezza: «Vengo troppo presto […] non è ancora il mio tempo»[2]. Continua a leggere

(a cura di) Alex Pagliardini e Rocco Ronchi, Attualità di Lacan, edizioni Textus, L’Aquila 2013.

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di Alessandro Siciliano

Lacan non è un autore semplice. La sua opera è ostile alla lettura e alla comprensione. Lo si sente dire spesso e questo libro ci aiuta a capire perché. C’è infatti qualcosa di specifico, in Lacan, ad essere inafferrabile dalla comprensione. Continua a leggere

Lucrezia Ercoli, Filosofia della crudeltà. Etica ed estetica di un enigma, Mimesis, Milano-Udine 2013, pagg. 137.

di Fabio Milazzo

«L’etica della crudeltà è un antidoto contro la persistenza rocciosa dei pregiudizi e la tirannia asfissiante del senso comune. Un’est-etica crudele ci costringe a rimanere dubbiosi e sospettosi, a rifuggire ogni morale edificante»

Lucrezia Ercoli

9788857519920La citazione sopra riportata offre una chiave di lettura utile per situare l’argomento del volume esaminato: una riflessione a tutto tondo, scevra da pregiudizi, sul tema della «crudeltà».  L’autrice, Lucrezia Ercoli, si occupa da qualche anno della direzione artistica di «Popsophia, festival del contemporaneo», ed è proprio attraverso il felice e produttivo uso promiscuo di registri discorsivi diversi -pop verrebbe da dire- che affronta il tema attenzionato. Che cos’è la crudeltà? Questo l’interrogativo a cui il volume prova ad offrire risposta nella consapevolezza della densità e della pervicacia dei pregiudizi presenti sul tema. Continua a leggere

Sulla poesia.

di Marco Nicastro

"Il compleanno" di Marc Chagall

“Il compleanno” di Marc Chagall

Non è questione semplice definire cosa sia o non sia poesia; in questo brevissimo contributo proverò a fornire qualche spunto assolutamente personale in merito. Nessuno degli elementi che proverò a indicare può considerarsi fondamentale per la qualificazione di un testo come poetico; di sicuro altri e altrettanto validi potrebbero essere individuati. Ciò che mi preme fin d’ora sottolineare, più che altro, è l’importanza delle combinazioni di questi elementi (più che dell’elemento singolo in sé), alla ricerca di un equilibrio che solo i poeti autentici riescono a raggiungere. Questo modo di mescolare i vari ingredienti di un testo poetico al punto giusto è secondo me qualcosa di magico, quindi di difficile a definirsi in termini logici e razionali. Spero quindi mi si possa perdonare la titubanza ad arrivare ad una definizione particolarmente incisiva dell’oggetto di questo ragionare; data la complessità del problema solo timidamente e senza assolutismi si può provare a dare qualche indicazione su cosa possa dirsi o non dirsi poesia. Continua a leggere

F.Furet-D.Richet, La rivoluzione Francese, Laterza, Bari 1974 (ed. orig. 1965-1966), pagg. XIII-684.

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di Fabio Milazzo

La storiografia che si è occupata della Rivoluzione francese, per forza di cose, è sempre stata militante. Per le ricadute che l’avvenimento ha avuto sulla tarda modernità e sul XX secolo innanzitutto. Basti pensare  all’influenza che concetti quali quello di «Nazione»[1] e di «giacobinismo» hanno avuto per la geografia politica del Novecento per rendersi conto che ogni presa di posizione sulla madre di tutte le rivoluzioni ha un significato politico. E’ il principale motivo delle feroci polemiche che seguono ogni ermeneutica storiografica che si discosta dalla vulgata. Continua a leggere

Marco Nicastro, Trasparenze. Poesie. Oèdipus Edizioni, Salerno 2013, pp. 63.

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di Nadia Centorbi

Il segno poetico  che  si  staglia  sullo  sfondo  di  una  numinosità  baluginante,  improvvisa e persino dolorosa nel suo rapido guizzo;  l’attonito  sfolgorio  dell’io che trascende  di  scorcio  una  nebulosità  sonnambulica ,  scortato  dall’attesa  di  una nuova  epifania,  proteso  all’assoluto  eppur  radicato  nell’incanto -disincanto  di  una più  che  heideggeriana  fenomenologia:  questi  i  Leitmotive  dei  versi  raccolti  in Trasparenze,  il  volumetto  di  poesie  di  Marco  Nicastro  pubblicato  da Oèdipus nel  2013.  Versi che sembrano levigati ed essenziali come ciottoli sul letto  di un fiume,  lambiti  ma non segnati dall’imperterrito fluire.  Versi nitidi nella loro essenzialità che tende ad atomizzarsi in una  forma  che  non  rischia  l’ermetismo  per  via  di  una concentrazione  centrifuga,  sempre  protesa  all’analogia  fulminea.  Versi ‘trasparenti’, appunto, irradiati da rivelazioni rapite in attimi estatici e condensate in immagini nebulizzate:  «Trasparenza  dell’essere  /  dinnanzi  al  nudo  sentire;  / squarci improvvisi di luce / lacrimano sulla nostra pace» (Barlume). Continua a leggere