Lo stato della poesia italiana contemporanea: cronaca di una morte annunciata.

di Marco Nicastro

«Se alcun libro morale potesse giovare,

io penso che gioverebbero massimamente i poetici:

dico poetici prendendo questo vocabolo largamente,

cioè libri destinati a muovere l’immaginazione;

e intendo non meno di prose che di versi.

Ora io fo poca stima di quella

poesia che, letta e meditata, non lascia al lettore nell’animo un tal sentimento nobile,

che per mezz’ora, gl’impedisca di ammettere un pensier vile,

e di fare un’azione indegna».

Giacomo Leopardi – Operette morali

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Massimo Recalcati, L’ora di lezione. Per un’erotica dell’insegnamento, Einaudi, Torino 2014, pp. 160.

di Emanuela Catalano 

Perché ci si droga? Non lo capisco, ma in qualche modo lo spiego. Ci si droga per mancanza di cultura.
Parlo, s’intende, della grande maggioranza o della media dei drogati. È chiaro che chi si droga lo fa per riempire un vuoto, un’assenza di qualcosa, che dà smarrimento e angoscia. È un sostituto della magia. Ernesto De Martino lo chiama “paura della perdita della propria presenza”; e i primitivi, appunto, riempiono questo vuoto ricorrendo alla magia, che lo spiega e lo riempie.
Nel mondo moderno, l’alienazione dovuta al condizionamento della natura è sostituita dall’alienazione dovuta al condizionamento della società: passato il primo momento di euforia (illuminismo, scienza, scienza applicata, comodità, benessere, produzione e consumo), ecco che l’alienato comincia a trovarsi solo con se stesso: egli, quindi, come il primitivo, è terrorizzato dall’idea della perdita della propria presenza.
In realtà, tutti ci droghiamo. Io (che sappia) facendo cinema, altri stordendosi in qualche altra attività. L’azione ha sempre una funzione di droga. “Che” Guevara si drogava attraverso l’azione rivoluzionaria […]; anche il lavoro che serve a “produrre” è una specie di droga. Ciò che salva dalla droga vera e propria (cioè dal suicidio) è sempre una forma di sicurezza culturale. Tutti coloro che si drogano sono culturalmente insicuri. Il passaggio da una cultura umanistica a una cultura tecnica pone in crisi la nozione stessa di cultura. Vittime di questa crisi sono soprattutto i giovani. Ecco perché ci sono tanti giovani che si drogano. Mancare di certezze culturali, e quindi della possibilità di riempire il proprio vuoto di alienati, se non altro per mezzo dell’autoanalisi e della coscienza (individuale e di classe), vuol dire, in termini banali, anche essere ignoranti. La crisi della cultura fa sì, infatti, che molti giovani siano letteralmente ignoranti. Insomma, che non leggano più, o che non leggano con amore”.

Pier Paolo Pasolini
da “Il Tempo”, 28 dicembre 1968

ora-di-lezioneVoglio prendere spunto da questa citazione di Pasolini per parlare dell’ultimo libro di Recalcati, il quale, in una disamina molto dettagliata e convincente, dipana una questione delicata e di grande attualità che, come tale, ci riguarda tutti: mi riferisco ancora una volta alla scuola, non perché ci lavori e su di esso verta tutta la mia attenzione o perché assorba tutte le mie energie ‘mentali’ ma perché non è possibile prescindere o eludere la questione dell’educazione e istruzione delle nuove generazioni tout court. Continua a leggere

Antonio Scurati, Il sopravvissuto, Bompiani, Milano 2005,pagg. 370.

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di Emanuela Catalano

Nel bel romanzo di Scurati – di cui parleremo nelle righe che seguiranno – si districa l’aggrovigliata matassa della vicenda umana del professore Marescalchi; l’arco temporale degli avvenimenti ivi narrati si estende dai tanto temuti Esami di Stato ai primi di settembre, giorni coincidenti con la ripresa delle attività didattiche e la riapertura delle scuole. Immaginiamo il tanto noto e al contempo detestato suono della campanella. È il 18 giugno 2001, giorno in cui, come stabilito da calendario, si sarebbe svolto il primo turno di orali: quella mattina, Vitaliano Caccia si prepara a sostenere per la precisione la sua seconda prova orale. L’ennesima bocciatura è già stata concordata dai docenti, i quali gli hanno assegnato per lo scritto un punteggio irrimediabilmente basso, decretando così le sue sorti. Ma il ragazzo si presenta in ritardo; giunto al cospetto della commissione, estrae una pistola e, senza profferir parola, stermina i suoi professori uno ad uno, a bruciapelo, con un sangue freddo e una lucidità che farebbero rabbrividire chiunque, cambiando il corso di quello che sembrava il suo irreversibile destino. L’unico a essere risparmiato è Andrea Marescalchi, docente di storia e filosofia: contro di lui, Vitaliano non punterà l’arma bensì solo il dito, prima di voltar le spalle e lasciare per sempre il luogo del massacro. Colui che rimane, per l’appunto il ‘sopravvissuto’, si ritrova per così dire sospeso, inerme e impotente, consegnato agli inevitabili e inestricabili dubbi, destinato a ripercorrere i giorni e le settimane trascorse nel corso dell’ultimo anno scolastico, la gita a Parigi, le interrogazioni, le spiegazioni frontali, in cerca di una spiegazione, di una motivazione plausibile dinanzi al gesto apparentemente irrazionale e senza senso di un folle. Ma chi è veramente Vitaliano? Un ragazzo difficile, svogliato, poco propenso allo studio ma estremamente intelligente, esuberante, irruente, impulsivo, un drogato, un bullo, uno forte, uno tosto? L’esempio che tutti vorrebbero emulare, il ragazzo rispettato, odiato, desiderato? Oppure tutte queste sue connotazioni descrivono in realtà un’anima fragile, lacerata tra i primi giovanili amori, l’impellente bisogno di rivalsa degli ultimi, la sete di giustizia fai-da-te? Cosa si cela nelle sfumature dell’animo di questo ragazzo, negli anfratti del suo cuore? Sono queste le domande che si affastellano nella mente dello sventurato insegnante. Continua a leggere