Paola Mastrocola, La passione ribelle, editore Laterza, settembre 2015

di Emanuela Catalano

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L’ultimo libro della Mastrocola è dedicato a chi studia, ai cosiddetti ribelli, agli invisibili. Ai ribelli perché chi studia in questo nostro mondo contemporaneo, ossessionato dal fare, dalla fretta, dal vortice della velocità e del movimento, è per antonomasia colui che sta, fermo, per ore e ore, chino su un libro e cerca di riflettere sulle parole, di nutrirsene, di introiettarle e farle proprie, di abbeverarsi alla fonte della conoscenza. Costoro divengono invisibili proprio perché agli occhi dei più sono scomodi, brutti, strani: nell’immaginario collettivo infatti domina ancora l’idea del povero Leopardi, chiuso nella sua biblioteca, costretto ad anni di ‘studio matto e disperatissimo’ dal padre Monaldo, seduto alla sua scrivania, rattrappito, solo, e peggio ancora gobbo. Per molto tempo, la stessa autrice dichiara di aver associato la parola ‘scoliosi’ a ‘scuola’. O forse anche a scoglio, in quanto l’immagine dello scoglio evoca la potenza dell’immobilità e della roccia. Chi studia sceglie di avventurarsi su un sentiero che non è più battuto da molti, e da molto tempo perché oggi scuola e studio non vanno più di pari passo. Un binomio che un tempo sembrava inscindibile e indissolubile. Chi studia è quindi un coraggioso, anche se predestinato alla sconfitta, un ostinato pensa la maggior parte, uno sfigato, che non ha vita propria, uno che sicuramente è insoddisfatto di sé e del mondo che lo circonda. La scuola ha perso quella connotazione che la caratterizzava e che era insita nella etimologia greca della parola skolé, termine che indica il tempo libero, l’ozio necessario da poter dedicare allo studio. Un tempo prerogativa esclusiva di pochi privilegiati. Ed è così che si fa strada l’idea dello studioso barricato nella sua torre d’avorio, dedito alle sue ricerche, ai suoi studi (parola orripilante e desueta!), completamente avulso dalla realtà concreta e dai problemi della vita quotidiana. Lo studio inteso come piacere, ricerca fine a se stessa, puro conoscere disinteressato, l’amore per il sapere sono solo espressioni sparite dal nostro vocabolario di base. Basti fare un giro nelle scuole di oggi, quella scuola che un tempo era considerata il tempio del sapere (non a caso ‘studiare’ implica l’idea di ‘sacrificio’, quindi allude a qualcosa di sacro), studiare era un privilegio, per anni si è lottato perché l’istruzione fosse garantita a tutti, perché fosse un diritto che oggi diamo ormai per scontato e non ci appartiene più, così come ci lasciano indifferenti quelle lotte e quelle rivendicazioni. Studiare è diventato un obbligo, cui gli alunni sottostanno malvolentieri e gli obblighi – si sa – esistono per essere elusi, con l’avvallo e la tacita collaborazione delle famiglie. Che lo studio sia sparito dalle scuole sembra un fenomeno del tutto naturale cui non importa in fondo più a nessuno[1].

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L’autrice dedica spazio anche agli insegnanti i quali, se da un lato dovrebbero essere coloro che continuano a studiare per poter esercitare con passione la loro professione, o meglio la loro missione e vocazione, dall’altro non hanno più tempo per poterlo fare perché si vedono invischiati in inutili e interminabili riunioni di dipartimento, collegi docenti, consigli di classe e debbono sopportare per ore lunghe e infruttuose discussioni su orientamento in entrata, orientamento in uscita, alternanza scuola-lavoro (ecco l’insidia, la promessa di un lavoro facile!), doposcuola, recuperi, alunni Bes, Dsa, Pof, ecc ecc.

Le famiglie dal canto loro, se da un lato dichiarano di volere che i propri figli si affermino nel mondo del lavoro e quindi di volerli vedere laureati, affermati, appagati, dall’altro lato non pensano che le suddette creature debbano stare rinchiuse sui libri per ore e ore e studiare. Quando ero bambina io, ricordo come lo studio fosse considerato sì un dovere del bambino ma era anche un piacere. Quel poter stare per ore in compagnia dei libri, in silenzio, a scoprire il moto delle stelle, la prima circumnavigazione del globo terrestre, le divinità egizie, o ancora le avventure dei tre moschettieri; penso che non dimenticherò mai quei momenti di formazione, scoperta e felicità. Quei pomeriggi interi passati a ricopiare brani o a scrivere sotto dettatura mentre mia madre lavava i piatti, ricordo il piacere di scrivere in bella grafia con la penna ad inchiostro e possibilmente senza sbavature sul foglio. Era forse una tortura? No, quello era semplicemente il compito che si richiedeva a noi bambini, imparare a studiare, a scoprire il mondo, ad essere curiosi. Imparare le tabelline, a parlare correttamente, era un po’ come imparare a stare al mondo da soli. Le modalità di scoperta e ampliamento delle conoscenze erano chiaramente diverse, si andava in biblioteca, tutti quelli della mia età lo ricorderanno con nostalgia e si annusavano i libri, quel tanfo che a volte sapeva di vecchio, umido, quelle pagine ingiallite e a volte un po’ incollate. Tutto ciò creava un’atmosfera magica che oggi si è purtroppo persa. Molti ragazzini non sapranno nemmeno a cosa alludo. Oggi tutto si è semplificato, basta un click, le lucini del telefonino si accendono e vai, si è sempre interconnessi, con tutti, anche quando all’apparenza si è soli, si chatta, si mette un like, si è perennemente collegati con il mondo esterno. Ma la tecnologia non ha apportato le innovazioni che ci si sarebbe aspettati. Non nel senso in cui sarebbe stato opportuno. Internet ci offre delle enormi potenzialità ma non abbiamo saputo coglierle[2]. I miei insegnanti al liceo paragonava spesso la rete ad una immensa biblioteca – mi piaceva questa metafora – ma, da parte nostra, sottolineavano la necessità di avere gli giusti strumenti a disposizione per poter andare alla ricerca di ciò che ci serviva per ampliare il nostro bagaglio conoscitivo.  Strumenti che avrebbe dovuto fornirci la scuola. Penso alla scoperta della scrittura, di cui già Platone metteva – nel Fedro – in risalto gli aspetti nefasti, legati alla perdita della memoria e al fatto che avrebbe finito con il generare l’oblio per via dell’affidamento ad un supporto mnestico esterno a noi, penso all’invenzione della stampa, la scoperta di Gutenberg che mandò in soffitta i cari vecchi monaci amanuensi. Chi avrebbe oggi, mi chiedo, la pazienza di ricopiare a mano, i classici greci e latini? Nessuno li legge più, ormai su Internet trovi sunti e riassuntini di poche pagine, per quale arcana ragione sprecare tempo per leggere l’intera opera? Nessuno, figuriamoci!

In quel lasso di tempo, gli studenti potrebbero piuttosto andare in palestra, andare a sciare,  fare vela, giocare a tennis, a basket, a calcio, a hockey su ghiaccio, suonare il pianoforte, il violino, il flauto traverso, seguire un corso di lingue orientali, di yoga, fare danza, andare al cinema, al bowling, in discoteca: insomma, non hanno il tempo di studiare, che in fondo era l’unica attività che la scuola richiedeva loro. Molto spesso, i miei alunni si sono lamentati del fatto di non aver il tempo di studiare e, indagando la questione, ho scoperto che molti di loro dovevano lavorare al pomeriggio, accudire i fratelli più piccoli, i nonni anziani, occuparsi delle incombenze domestiche, tutte attività che un tempo impegnavano le mamme. Le mamme di oggi lavorano e non hanno più il tempo di occuparsi dei loro figli e delle loro case o forse hanno cambiato il modo di farlo perché a fine mese due stipendi sono più che necessari per tirare avanti. Spesso e volentieri si tratta poi di madri da sole, di genitori separati, di famiglie allargate. E i ragazzi, che avrebbero dovuto solo studiare, vengono sballottati a destra e a manca in base alle esigenze degli adulti e soffrono di questa situazione. È logico che non abbiano più il tempo per studiare, né la voglia, né il desiderio o la curiosità di farlo. Hanno altro da fare, altro cui pensare. Non possono perdere tempo con queste bazzecole. Cercano di riempire i vuoti, di occupare il tempo, di avere sempre cose nuove da fare per non annoiarsi, hanno orrore della solitudine e del silenzio perché la solitudine e il silenzio ti inducono a riflettere e ti costringono a fare i conti con  te stesso e con i tuoi vuoti costitutivi. Si sono autoinflitti la costante presenza degli altri come compagnia, con buona pace di Sartre che dichiarava che “l’Inferno, sono gli Altri!”. O per dirla con Moretti, girano, vedono gente, si muovono, fanno delle cose. Ciò a cui pensano più sovente è che questo calvario finisca il prima possibile, in modo tale da poter trovare un lavoretto per raggiungere l’agognata indipendenza economica. È per questo che appena compiono 16 anni, circa il 35% dei ragazzi abbandona la scuola, soprattutto nei professionali, specie in certe province d’Italia ed è su questo dato allarmante che dovremmo interrogarci[3]. Riflettere. Perché i ragazzi ad un certo punto abbandonano la scuola? Perché non proseguono gli studi? Perché studiare non serve, viene risposto loro, perché con la cultura non si mangia, ecco che echeggia il refrain dell’allora ministro Tremonti sentito più e più volte in tivù. Ma forse, azzarda l’autrice, è proprio in tempi di crisi, come questi, che sarebbe utile tornare allo studio; per dirlo con le sue parole:

“Lo studio potrebbe servirci.

Potrebbe essere lo strumento giusto, il grimaldello che ci apre la porta: se oggi qualcuno volesse ribellarsi al mondo com’è diventato, se decidesse così, di colpo, di non stare più al gioco, di scendere dal treno in corsa, studiare potrebbe essere la mossa vincente. […]

Riprendersi il tempo. Proprio attraverso il gesto di stare – fermi – per ore – in luogo appartato – con un libro davanti – indugiando – sulle parole – e senza alcuno scopo apparente e concreto. Proprio questo. Indugiare. Studiare. Universi di parole. Solo quello che ci piace e perché ci piace. Provando la felicità concreta e circoscritta di farlo, quel gesto pazzesco di studiare, che ha senso esattamente nell’attimo in cui si fa. Così che tutto il resto, di colpo, non esiste. Non ha più peso né significato”.

Un gesto così semplice, spontaneo, naturale verrebbe da pensare eppure al contempo così rivoluzionario: spegnere i telefonini per un po’, trovarsi un angolo appartato, silenzioso e tranquillo e mettersi a studiare. Riappropriarsi della propria interiorità. Senza avere paura di quegli spazi vuoti e sterminati. Pensare e studiare: questi sì che sarebbero i gesti più rivoluzionari che potremmo e dovremmo compiere e ai quali occorre tornare secondo la Mastrocola, l’unico segnale di ribellione e di dissenso veramente in grado di conferire un senso alle nostre esistenze ormai vuote ma accuratamente riempite di nulla. Un bel libro, di cui consiglio la lettura, e ringrazio l’autrice per gli spunti di riflessione.

[1]     Si fa tanto vociare di “Buona Scuola”, di pseudo riforme della scuola ma l’unico politico che ha osato pronunciare la parola “studio” in un discorso pubblico è stato, nel 2009, il Presidente Barack Omaba: http://www.lastampa.it/2009/09/08/cultura/opinioni/editoriali/ragazzi-volete-il-successo-dovete-studiare-NdjJRdFCp1Ea4uOK9gPN7J/pagina.html

 

[2]     Vedi a tal proposito (sulla rivoluzione antropologica cui stiamo assistendo e i nativi digitali) l’interessante intervista a Michel Serres su Repubblica:

        http://www.repubblica.it/cultura/2015/04/18/news/michel_serres_cari_filosofi_fermate_i_danni_dell_ipertrofia_tecnologica_-112269911/

 

[3]     I dati sono tratti dall’articolo di Jacopo Ottaviani, Internazionale, 20 febbraio 2015: http://www.internazionale.it/opinione/jacopo-ottaviani/2015/02/20/scuola-studenti-italia-abbandono

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