Il sogno in psicoanalisi

di Marco Nicastro

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Re Davide in Blu di Chagall

Il sogno per Freud e i primi analisti

Freud (1913/1915) si interessò al sogno come del resto aveva fatto tutta un’antica tradizione religiosa e filosofica dall’antichità fino al romanticismo, tradizione che vedeva nell’attività onirica un fenomeno importante ma oscuro per la vita dell’uomo che necessitava, proprio per questo, dell’intervento di un interprete accreditato diverso dal soggetto autore del sogno.

Freud però fu il primo a cercare un approccio sistematico all’interpretazione dei sogni e in essi pensò addirittura di scoprire la «via regia all’inconscio», alla parte più nascosta della personalità di ognuno.

Per Freud il sogno aveva la funzione primaria di garantire la continuità del sonno – attività biologicamente importante per l’uomo – attraverso la trasformazione o il mascheramento di desideri inconsci che emergevano proprio durante il sonno, grazie dell’allentamento della funzione di controllo esercitata della coscienza nello stato di veglia. Si trattava quindi di una rappresentazione fatta dalla mente del sognatore e compito dell’analista era quello di decifrarne il significato recondito per ampliare l’area di controllo della coscienza. Gli unici sogni che per Freud non erano espressione di desideri latenti erano quelli «traumatici», i quali rispondevano al principio della coazione a ripetere mirante unicamente alla scarica della tensione interna, attraverso la quale padroneggiare l’evento traumatico subito (che di solito, infatti, si ripresentava tale e quale nelle immagini oniriche).

Per Freud il materiale psichico con cui i sogni erano costruiti era fatto dei cosiddetti «residui diurni», ossia percezioni e idee attive durante la veglia, sensazioni somatiche interne o provenienti dall’esterno al momento stesso dell’attività onirica, ma anche ricordi infantili. Si trattava di elementi utili a garantire al materiale inconscio conflittuale una via per poter passare attraverso il filtro della censura onirica; quest’ultima, responsabile dell’aspetto finale del sogno, avrebbe compiuto comunque un lavoro onirico di trasformazione del contenuto inconscio puro, usando proprio i residui diurni, attraverso i processi della Simbolizzazione, della Condensazione delle rappresentazioni e dello Spostamento degli investimenti affettivi.

Il primo processo è relativo al lavoro di “messa in immagine” del contenuto rimosso (regressione dalla «rappresentazione di parola», cioè dal contenuto verbalizzabile, alla «rappresentazione di cosa», cioè all’immagine di esso); il secondo all’unione di varie immagini tra loro con la conseguente eliminazione dei nessi di consequenzialità logica tipici della veglia; il terzo si riferisce invece al processo per cui nel corso del sogno viene conferita rilevanza affettiva a elementi secondari, più lontani in realtà dai contenuti conflittuali centrali del sognatore, al fine di distogliere da questi l’attenzione cosciente (assolvendo così la funzione difensiva).

Freud aveva una visione lineare del sogno: il sogno portava una verità inconscia mascherata dalla censura onirica e il clinico doveva svelarla sulla base delle libere associazioni che il paziente produceva a partire dal racconto del suo sogno nel corso dell’analisi. Il compito dell’analista era dunque quello di effettuare un lavoro inverso rispetto al processo della censura durante il sonno: andare dalle libere associazioni coscienti del paziente fino ai contenuti latenti sottesi.

 

In sintesi la teoria freudiana del sogno affermava che:

1) I sogni sono l’appagamento allucinatorio di un desiderio; sono quindi espressione del funzionamento del processo primario (cioè il funzionamento psichico teso alla scarica immediata della tensione interna). Più precisamente, si tratta di formazioni di compromesso tra il desiderio rimosso e l’istanza rimuovente (il processo della «censura onirica»). Sono quindi equivalenti ai sintomi.

2) Il sogno ha un testo originale (contenuto latente) che viene modificato dall’attività censoria in un secondo testo (contenuto manifesto) tale che il sognatore stesso non possa più intenderlo. I meccanismi con cui il sogno è costruito – condensazione, spostamento e simbolizzazione – hanno proprio la funzione di operare il mascheramento del significato originario.

3) L’operazione psicoanalitica sul sogno è ritrovare il contenuto latente dietro a quello manifesto.

4) Per interpretare i sogni si fa ricorso alle libere associazioni del paziente esercitate sui singoli frammenti del sogno, la cui caratteristica è di convergere tutte su un tema comune. Dove le associazioni mancassero si sarebbe fatto ricorso ai simboli onirici, che costituivano dei “significanti” universali perché provenienti da un patrimonio di contenuti filogenetico che preesiste all’individuo (concetto simile a quello di archetipo di Jung). Ciò voleva dire che i simboli utilizzabili erano innumerevoli, ma gli elementi inconsci simbolizzati pochi.

Il padre della psicoanalisi fu piuttosto scettico nei confronti di un’interpretazione del materiale onirico che attingesse maggiormente alle libere associazioni dell’analista e alle sue reazioni controtransfrali, trattandosi di una tecnica poco “scientifica” e non generalizzabile, oltre che potenzialmente suggestiva; escluse inoltre una funzione elaborativa dell’attività onirica, intesa come possibilità di risolvere creativamente, nel sonno, alcuni conflitti dell’individuo.

Il sogno dopo Freud

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W.R.Bion

Tale funzione fu invece ripresa nella teorizzazione successiva, a partire soprattutto da Bion, il quale considerò il sogno come un tentativo di generare nuovi significati a partire dalla percezione di un’esperienza emotivo-pulsionale di base priva di significato (tipica del processo primario). In questo senso il sogno viene considerato una forma particolare della funzione simbolica, una via verso il pensiero, cioè verso il processo secondario.

Per Bion (1962), le esperienze di base che si hanno durante il sonno sono di natura sensoriale-affettiva (i cosiddetti elementi beta); perché possano essere utilizzate per la produzione di un sogno devono essere trasformate acquisendo alcune caratteristiche dei pensieri coscienti (processo denominato funzione alfa, attuato dallo schermo alfa). Solo una volta trasformati dalla funzione alfa gli elementi dell’esperienza percettivo-sensoriale primitiva potranno essere utilizzati per la costruzione dei pensieri onirici e dar luogo al sogno. Se la funzione alfa è alterata, deficitaria o sopraffatta dalla tensione emotiva, gli elementi beta resteranno immodificati, con la conseguenza che gli affetti-sensazioni di base saranno avvertiti come esperienze concrete; l’individuo, in questi casi, non potrà sognare o farà sogni non simbolici costituiti da materiale grezzo (sogni evacuativi o di scarica).

Da questa teoria innovativa deriva una conseguenza di grande rilievo; poiché la funzione alfa opera su tutte le impressioni sensoriali e su tutte le emozioni, l’esperienza del sonno e quella della veglia non differiscono: i pensieri “onirici” – o affetti-sensazioni primitive – vengono ad essere parte integrante della funzione pensante tipica dello stato di veglia, anzi questa sarà veramente possibile solo se quelli sono continuamente trasformati dallo schermo alfa in elementi alfa pensabili. Viene così dissolta in un continuum l’opposizione tra pensiero diurno e notturno e il processo del “lavoro onirico” è incluso nello stato di veglia, laddove nella teoria classica esso apparteneva all’inconscio e al sonno, regolato dai modi di funzionamento propri del processo primario. Il sogno diventa quindi una delle manifestazioni della struttura dello schermo alfa e della qualità della funzione alfa.

Nella teoria di Bion il sogno non è più solo un’espressione mascherata dell’inconscio ma una funzione della mente, indice delle sue capacità elaborative. Attraverso le caratteristiche del sogno diventa possibile inferire qualcosa sul funzionamento psichico del soggetto (sulla struttura dello schermo alfa, appunto), come se il sogno fosse una fotografia del funzionamento del suo apparato psichico. Così per lo psicoanalista diventa importante capire se il paziente sogna o non sogna, se dimentica o ricorda i sogni, ma anche osservare i contenuti e la struttura narrativa del sogno.

Bion (1992), infine, sottolinea un’altra caratteristica del sogno. Esso non è un fenomeno di una psiche isolata ma un evento che si presta ad essere narrato e condiviso con altri: è quindi un fenomeno relazionale, un fenomeno che ci parla anche del tipo di transfert (o fantasia inconscia) del soggetto sugli altri.

Seguendo questa linea, di pari passo con la maggiore importanza che la teoria psicoanalitica venne a dare alle reazioni controtransferali dell’analista per comprendere il mondo interno del paziente, si ampliò il modo di lavorare coi sogni passando dallo stimolare le associazioni dei pazienti su di essi, come aveva suggerito Freud, alla riflessione sulle associazioni che il sogno del paziente suscitava nell’analista, in un continuo gioco di identificazioni proiettive e di “onirizzazione” dell’attività mentale del terapeuta in seduta, il quale avrebbe cercato soprattutto di collaborare col paziente nella costruzione di significati più che svelargli verità celate nell’inconscio.

Secondo quest’ottica, interpretare un sogno comporterebbe un’opera di ampliamento e non di riduzione, la costruzione di un senso nuovo e non lo svelamento di un “significato” preesistente, attraverso l’oscillazione del pensiero dell’analista tra investigazione razionale e réverie.

Si è così passati, come accaduto anche nella clinica post-freudiana, dalla centralità data alla funzione interpretativa razionale dell’analista a un utilizzo delle reazioni empatiche e controtransferali dell’analista dinnanzi al materiale presentato dal paziente. Lavorare quindi sui sogni non solo “dall’esterno”, svolgendo una funzione di decodifica razionale (che può di certo risultare utile in un secondo momento), quanto piuttosto “dall’interno” della relazione col paziente,  costruendo con lui possibili scenari di senso dei suoi sogni anche sulla base di quanto accade nell’hic et nunc della seduta (e della sua vita).

La réverie e l’immersione emotiva dell’analista nel materiale onirico come modo di approccio al sogno complementare a quello classico; da un lato la posizione classica, razionale e investigativa, dall’altro quella nuova, ricettiva-sognante.

Il lavoro sui sogni diventa quindi un lavoro interattivo in cui anche il clinico viene coinvolto profondamente; un tale lavoro richiede tuttavia una certa solidità del funzionamento della relazione analitica, nonché la fiducia da parte del clinico nelle sue capacità di utilizzare il preconscio per cogliere le comunicazioni del paziente.

Quest’ultimo aspetto risulta particolarmente vero per Kohut (1977), secondo il quale ci sono sogni tipicamente conflittuali che esprimono un contenuto latente da cui la coscienza si difende (e che è meglio interpretare seguendo le associazioni del paziente, secondo la tecnica classica) e sogni che invece esprimono angosce pre-verbali che non possono essere messe in parole. Questi ultimi, che indicano stati del sé di solito relativi a paure arcaiche di dissoluzione o di intrusione, vengono chiamati self-state dreams, i quali, più che attraverso interpretazioni volte a svelare il contenuto inconscio (che in questi casi per sua natura non sarebbe verbalizzabile), vanno significati ex novo assieme al paziente nel contesto di un movimento identificatorio-empatico continuo dell’analista con lui. Solo così, grazie alla cornice emotiva costituita dalla relazione attuale col paziente, l’analista può essere in grado di cogliere il senso dei sogni.

Kohut e altri autori della Psicologia del Sé sottolineano anche una diversa funzione dei sogni: non solo comunicativa di contenuti inconsci, ma anche elaborativa di stati interni, o con funzioni di problem solving, come se la mente inconscia continuasse, sulla base delle esperienze diurne e dei vissuti profondi, a cercare soluzioni a condizioni di tensione.

Il sogno quindi non andrebbe decifrato dall’alto di una maggiore conoscenza dell’analista quanto piuttosto compreso come una metafora della condizione interna del paziente, non sempre verbalizzabile né storicamente riferibile. Inoltre andrebbe considerato nella sua globalità, piuttosto che frammentato nelle molteplici associazioni del paziente sulle sue parti costituenti. Questi autori invitano a cogliere la globalità dell’esperienza del Sé attraverso il sogno, piuttosto che aspetti più specifici di desideri, impulsi e difese.

Tutto ciò comporta, in generale, una rivalutazione del contenuto conscio del sogno che viene inteso come un tentativo del paziente di figurare la propria condizione interna e le sue tensioni relazionali; un discorso metaforico che va compreso nella relazione analitica più che decifrato secondo una dinamica lineare di causa ed effetto, di movimenti pulsionali inconsci che spingono verso la coscienza.

Si può lavorare coi sogni solo indirettamente attraverso il linguaggio che li rappresenta, le associazioni ed i rimandi del paziente in seduta; ma anche attraverso le sensazioni che essi suscitano nel clinico e che andranno considerate sulla base della specifica relazione col paziente e della conoscenza della sua storia.

Il sogno è comunque un materiale prezioso, sia che lo si guardi più dal punto di vista tradizionale che da quello moderno, perché getta una luce su qualche aspetto della condizione interiore della persona di cui questa può non essere consapevole; ecco perché un’interpretazione adeguata e coerente dei sogni può costituire un’ulteriore occasione per il clinico di cementare il rapporto psicoterapeutico e la fiducia stessa del paziente di poter dare un senso al suo modo interno.

 

Bibliografia di riferimento

Bezoari, A. Ferro (1994): “Il posto del sogno all’interno di una teoria del campo analitico” Riv. Psicoan., 40, pp. 251-272

Bion W. (1962), Apprendere dall’esperienza, Armando, Roma 1972.

Bion W. (1992), Cogitations, Armando, Roma 1996.

Bolognini S. (a cura di), Il sogno cent’anni dopo, Bollati Boringhieri, 2000 [in particolare i contributi di F.

Petrella, S. Bolognini, E. Mangini, F. Paparo e L. Pancheri]

Freud S. (1915/1917), Introduzione alla psicoanalisi. Tutte le lezioni, Newton Compton, Roma, 2010.

Kohut H. (1977), La guarigione del Sé, Bollati Boringhieri, Torino 1980.

Mangini E.: “Il Sogno”[cap. 9] in Lezioni sul pensiero freudiano, LED Edizioni, 2001

Riolo (1983) “Sogno e teoria della conoscenza in psicoanalisi”, Riv. Psicoan., 29, pp. 279-295

 

Nota sull’autore

Marco Nicastro è psicoterapeuta ad orientamento psicoanalitico. Vive e lavora a Padova, dove si occupa di psicoterapia dell’adolescente e dell’adulto in contesti istituzionali pubblici e privati.

Ha pubblicato la raccolta di versi Trasparenze (Oèdipus, 2013); sue poesie sono state pubblicate su Italian Poetry Review (IX, 2014). Ha pubblicato, in ambito clinico, il diario Pensieri psicoanalitici (Arpanet, 2013).

Collabora con le riviste culturali Hæcceitasweb, Kasparhauser e Psychiatryonline.

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