Sergio Benvenuto, La psicoanalisi e il reale, Orthotes Editrice, Nocera (NA) 2015

benevenuto 1di Alessandra Campo

L’ultimo lavoro di Sergio Benvenuto può essere interpretato, senza troppe forzature, come un saggio sulla realtà della psicoanalisi. Ciò nel duplice senso di un’indagine volta a definirne le condizioni di esistenza, possibilità e validità e, insieme, di un giudizio che ne intavoli (“collocare sulla tavola”) l’essenziale.

C’è chi mangia cervella e ruba idee altrui (come nel caso del paziente di Ernst Kris commentato da Lacan e che chiude il volume di Benvenuto) e chi invece, eticamente, si fa carico di assaggiare ogni portata, distinguendo così tra ciò che è proprio e ciò che è estraneo. C’è azione come acting out (agire nel corso del trattamento psicoanalitico) e l’atto puro e originario di un soggetto etico.

L’ultimo libro di Sergio Benvenuto dal titolo La psicoanalisi e il Reale è un saggio etico sulla sempre possibile (perché sempre in atto) negazione della psicoanalisi. Il genitivo del sottotitolo che recita La negazione di Freud vale infatti sia in senso soggettivo che oggettivo. Nel primo caso, genitivo soggettivo, esso rimanda al contenuto manifesto del volume: un’analisi scrupolosa delle brevissime pagine che il padre della psicoanalisi ha dedicato alla negazione linguistica e del commento che, delle stesse, ha fatto Jaques Lacan sulla scorta delle riflessioni del filosofo francese Jean Hyppolite; nel secondo, genitivo oggettivo, esso concerne invece il significato latente che ha per oggetto Freud, Lacan e la psicoanalisi tutta come pratica (del) Reale.

Nel testo sulla negazione –allegato sapientemente al volume sia in italiano che in tedesco- Freud afferma che l’esame di realtà (“esame” che Benvenuto traduce più correttamente con “saggio”, da “assaggiare”) ha per scopo quello di convincerci che l’oggetto che in passato aveva portato a un soddisfacimento reale è ancora presente e che la condizione necessaria affinché tale esame possa esser condotto è che alcuni oggetti, che precedentemente ci avevano procurato piacere, siano andati perduti. L’esame o saggio di realtà ha dunque la duplice funzione di ritrovare l’oggetto controllando e scartando, al contempo, le deformazioni che esso ha subito, eliminando cioè i falsi pretendenti. Torcendo l’argomentazione freudiana a favore della nostra ipotesi di lettura, possiamo chiederci, con Benvenuto, se la psicoanalisi che un tempo soddisfaceva e che non era oggetto di intrusioni, manomissioni, né tantomeno della volontà (da parte degli stessi analisti) di sottometterla a standard scientifici, esista ancora.

Benvenuto, meno pavido dell’Io freudiano, fa puntate e scorrerie senza ritrarsi, almeno non subito né vigliaccamente. Formula un giudizio intellettuale preciso e si chiede: Freud è stato rimosso? È ancora vivo? Dove si è spostato? Uno dei tanti meriti di questo lavoro è quello di investire ogni percezione diurna o 2.0 che oggi si ha di Freud e della psicoanalisi e di disporle tutte sul piatto (assiette, che in francese significa sia “piatto da tavola” sia “assetto” o “equilibrio”) ma solo dopo averle assaggiate una ad una, nella consapevolezza che qualsivoglia assetto, di senso o di cibo, implica a sua volta il Reale come ciò che sfugge e che quando all’improvviso riappare spesso suscita il vomito.

E tuttavia, nel tentativo di dire qualcosa su questo denso lavoro non ci si può non soffermare sul titolo. “La psicoanalisi e il reale” condensa infatti, e sposta in una congiunzione, quella che agisce ed è un’identità.

I grandi testi della filosofia del Novecento hanno sovente per titolo una coppia di termini congiunti da un “e”. “Materia e Memoria”, “Essere e tempo”, “L’Essere e il Nulla”, “Il Processo e la Realtà”, “Le Parole e le Cose”, “Differenza e Ripetizione”, per citarne solo alcuni. Ciò che è rilevante è che se si è disposti a intendere quella “e” nel significato della copula, si guadagna, d’un colpo solo, il senso di quei testi e la loro tesi di fondo. La materia è infatti memoria per Bergson, l’Essere è tempo per Heidegger e Nulla per Sartre, il Processo è la Realtà per Whitehead, le parole sono le cose in Foucault (schizofrenico?) e la differenza è la ripetizione in Deleuze.

Provando ad applicare questa legge non detta né scritta anche al testo di Sergio Benvenuto cosa ne viene fuori? In che misura è cioè possibile dire che “La psicoanalisi e il Reale” è un saggio sulla realtà della psicoanalisi e/o sulla consustanzialità della prima con il secondo?

Ipotizziamo due itinerari di senso possibili e solo apparentemente autonomi. Nel primo caso la copula strutturerebbe la domanda: la psicoanalisi è reale? Nel secondo, invece, l’interrogativo sarebbe piuttosto: la psicoanalisi è il Reale? Alla prima domanda risponde un Benvenuto assaggiatore di realtà, Prüfer rispetto alla bontà e all’esistenza della psicoanalisi che si chiede: la psicoanalisi è buona o cattiva? Da conservare o espellere? Esiste o non esiste? Col secondo interrogativo si destreggia invece un Benvenuto realista, animato da un pathos decostruttivo che gli permette di scartare ogni lettura della psicoanalisi che non rivendichi, e anzi misconosca fino a rigettarlo, l’intimo commercio che col Reale ha (e deve avere) la talking cure.

Nel primo caso una risposta possibile è questa: la psicoanalisi è reale, ossia buona ed esistente, da accogliere e far sopravvivere, solo se rivendica il suo essere un tropismo orientato al Reale e una tecnica dell’imprevisto (tyke). Da scartare sono cioè tutte quelle pratiche cliniche e letture teoriche edulcoranti perché alle prese, più o meno consapevolmente, con l’eterno rinvio dell’incontro con il perturbante. Idealmente è infatti all’interno delle sue stesse frontiere che la psicoanalisi si augura l’Evento. Per questo, essa si dà una regola che, paradossalmente, fa appello allo sregolamento, all’incidente. “Dica tutto quello che le passa per la testa” nell’attesa, la suspense dell’Einfall, dell’incidenza, che l’idea cada come una mela dall’albero.  E “l’evento arriva come punto interrogativo prima di arrivare come interrogazione” (Lyotard, 1988). Una parola basta all’inconscio per destrutturare il linguaggio e, all’analista, se coglie il momento opportuno, per dare l’unico colpo che il metodo gli consente: l’interpretazione[1]. Se il perturbante è il più segretamente familiare, l’interpretazione, come scrive Fédida (1989), è dal canto suo “l’atto di manifestazione dell’estraneo al cuore stesso dell’intimo” che scopre dietro un angolo insospettato quello che era stato da sempre sotto gli occhi.

Diversamente, nel secondo caso, si potrebbe in prima battuta affermare che la psicoanalisi è il Reale di ogni sapere timorato, impietosito e reverenziale, aggettivi con cui Benvenuto qualifica le tre letture della psicoanalisi oggi dominanti ma dominate a loro volta e insaputa dal diniego (sovente vera e propria rimozione) del carattere intempestivo dell’emergenza di Reale. Dell’imprevisto infatti neppure la psicoanalisi può fare tecnica, non ci sono istruzioni per l’uso: il Reale irrompe e quando l’inconscio decide di apparire ogni frontiera tra dentro e fuori vacilla. In quest’ottica la psicoanalisi è il Reale, sembra suggerire Benvenuto, solo se non (rin)nega il paradosso che la abita in quanto regola che spera di fondare l’universalità di una pratica a partire dalla singolarità di una figura psicopatologica (l’isteria) e della difesa che questa privilegia (la rimozione) e quello che la sostiene in quanto dispositivo pratico che si insedia nella ripetizione (degli orari, delle durate, degli anni) e che si aspetta molto, se non tutto, dall’incidente e dall’inatteso. Il Reale essendo proprio l’evento senza tempo e preavviso, scheggia che fa buco nelle ortopedie dell’Io e nelle tele delle grandi narrazioni del soggetto.

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Da un lato abbiamo quindi un Benvenuto-sommelier che si comporta come l’Io freudiano, nella duplice veste ontologica di Ich-Lust e Ich-Real, ossia come quell’originario soggetto etico e assaggiatore che Freud scova al di qua di ogni più alta funzione intellettuale; dall’altro un Benvenuto-rêvenant[2], spettro tra spettri, zombie tra zombies che non ha paura di sprofondare nell’imbuto temporale fatto di rumori e brusii reali.

Il sottotitolo del testo “Saggio su ‘la negazione’ di Freud” crea la cornice entro la quale i due tentativi di risposta si iscrivono. Nel saggio sulla negazione Freud infatti indaga, genealogicamente, la struttura del giudizio intellettuale, in particolare di quello espresso da enunciati come “ora lei penserà che io voglia dirle qualcosa di offensivo, ma in realtà non ho questa intenzione” (p. 147) oppure “lei chiede chi possa essere questa persona del sogno. Non è mia madre” (ibidem). L’idea che guida Freud è che ogni negazione non sia altro che un’affermazione (omnis negatio est affirmatio): negando un contenuto semantico non si farebbe nulla di diverso dall’affermarlo come “vero” nell’inconscio. Di fatto, scrive Freud, ciò che si respinge è “naturalmente, il significato esatto della nuova rappresentazione” (p.147-corsivo mio) e pertanto, la negazione risulta essere “un modo di prendere conoscenza del rimosso” (ibidem), una sorta di accettazione intellettuale cui non corrisponde però una revoca sostanziale della rimozione. Si tratta cioè di un dazio che il contenuto rimosso “deve” pagare per poter accedere alla coscienza pur restandone l’essenziale oggetto di rimozione.

Che dazio paga la psicoanalisi, sembra domandarsi Benvenuto, per essere reale, ossia per esistere (non solo nella coscienza) e, simultaneamente, essere presso quel Reale che Lacan ha definito come ciò che “non è nato al simbolico”?

Secondo Freud compito della funzione del giudizio intellettuale è affermare o negare i contenuti dei pensieri, in questo modo continuando, in maniera però più conveniente (zweckmäßig), quel processo originario di ‘inclusione nell’Io-esclusione dall’Io’ che avveniva secondo il principio piacere-dispiacere. Il giudizio ha cioè in sostanza due decisioni da prendere: “deve concedere o rifiutare un attributo a una cosa e deve accordare o contestare l’esistenza, nella realtà, di una rappresentazione” (p. 149). Della prima si fa carico l’Io-piacere; della seconda, l’Io-reale. Ora, pare chiedersi Benvenuto, cos’è attualmente più conveniente affermare o negare rispetto alla psicoanalisi? Da una rapida ricognizione dello stato di salute di cui gode quest’ultima emerge significativamente che essa è reale, ossia accettata ed esistente, in misura inversamente proporzionale al suo essere (e credere) nel Reale. Il Reale è infatti sconveniente e inopportuno, essendo il punto cieco di ogni ideale di congruenza e vantaggiosità. È il tornare (incessantemente al suo posto) del conto, più che il tornaconto.

Svelando sin da ora quella che è la tesi fondamentale del libro possiamo affermare, mostrando altresì che i due itinerari di senso sono solo due modi di accostare quell’unico fatto-evento che è la psicoanalisi, che questa è reale proprio perché e solo fintanto che essa è il Reale, fintanto cioè che crede in esso e si aspetta di incontrarlo. Purtroppo però, sebbene verbalmente il rapporto della psicoanalisi con il Reale sia da molti ritenuto necessario e rivendicato con forza, talvolta persino come fiore all’occhiello della teoria e della clinica, nella maggioranza dei casi si tratta appunto di pure affermazioni che restano meri slogan e che camuffano altri desideri. Ecco perché per Benvenuto l’autentica posta in gioco riguarda l’affermazione piena, come la parola piena di Lacan, di questo rapporto e, tuttavia, la simultanea consapevolezza che questa affermazione vale al più come una supposizione. L’inconscio, come concetto metapsicologico, non è infatti nulla se non questa supposizione che vi sia del Reale.

Con il termine Reale ci si riferisce, com’è noto, a uno dei tre registri lacaniani in cui si articola l’esistenza soggettiva, gli altri due essendo quelli dell’Immaginario e del Simbolico; in particolare il Reale è ciò che resiste alla presa del significante, ciò che è e resta fuori, ai margini del senso. “Ciò che non è nato al simbolico -scrive infatti Lacan- appare nel Reale”.

Nel saggio di Benvenuto che la psicoanalisi sia il Reale è affermazione vera in almeno in tre sensi e in ciascuno come oggetto di una specifica negazione: lo è rispetto a quello che l’autore nell’introduzione chiama “Simulazione timorata dello stile scientifico”, ossia a quella lettura “scientifica” della psicoanalisi praticata da molti psicoanalisti nella speranza di essere accettati all’interno della comunità scientifica. Secondariamente, lo è rispetto all’altra lettura della psicoanalisi, che Benvenuto definisce “Tutela filologica pietosa” e che oggi è diffusa soprattutto nelle facoltà universitarie, storiche e umanistiche e, infine, la psicoanalisi è il Reale anche rispetto al terzo atteggiamento individuato da Benvenuto e battezzato “Esegesi militante del testo assoluto”.

Con queste espressioni l’autore, nell’introduzione al testo, qualifica le tre letture, tra loro incommensurabili, che oggi si praticano rispetto a Freud e alla psicoanalisi. Dire allora che, rispetto a ciascuna, la psicoanalisi è il Reale significa in certo senso dire che ciascuna di queste interpretazioni manca e/o rimuove il nocciolo della pratica inventata da Freud. Questo nocciolo resta lì, a fianco e al fondo, come un resto non trattato, come l’in-significante che, gettato fuori ed espulso, nondimeno agisce all’interno di ciascuno stile, sabotandolo. La verità fa effetto e il Reale, seppur oggetto di un’esclusione originaria (trascendentale), insiste in ogni discorso che questa esclusione rende possibile. “Il Reale originario -scrive Benvenuto- sarebbe l’escluso, sarebbe ciò che il soggetto ha sputato o vomitato fuori, ciò a cui non ha permesso di entrare in sé, di diventare una sua rappresentazione” (p. 23-24). La psicoanalisi è il Reale che ognuno di questi tre discorsi lascia fuori, e lo è nella misura in cui ciascun discorso rimuove proprio quel Reale, l’incontro col quale è ciò che, secondo Benvenuto, marchia la psicoanalisi stessa. Vediamo in che modo.

Nel primo caso, quello cioè della Simulazione timorata dello stile scientifico, “si presuppone -scrive Benvenuto- che la psicoanalisi, come ogni altra scienza, sia un sapere cumulativo e che non ci sia bisogno di riandare alle scoperte fondamentali: l’importante è sviluppare il paradigma accettato in quella data scuola analitica attraverso le ricerche più recenti” (p. 6). Questa lettura, il cui modello è la ricerca scientifica moderna, si interessa a Freud solo nella misura in cui alcune sue idee sono pertinenti per il “mainstream neo-cognitivo” di oggi. “Peccato però –continua l’autore-che questa imitazione dei modi della letteratura scientifica da parte degli psicoanalisti non abbia affatto convinto gli scienziati ad accettare la psicoanalisi come membro di diritto del loro club, tutt’altro” (p. 6). Se in questo tipo di lettura contano certi temi e l’apporto che ciascun paper può fornire loro, nella letteratura storico-ermeneutica ci si occupa invece soprattutto dei testi di certi autori. Quest’approccio, sul modello della ricostruzione filologica e storiografica, presuppone quella che Vattimo, ricorda Benvenuto, chiama “pietas dei testi” e degli autori che si suppongono dietro i testi e dunque una loro riduzione a “cimeli del passato che ammiriamo in una sorta di rituale di diporto” (p. 7). Nella Tutela filologica dei testi ci si interessa insomma a Freud e alla psicoanalisi solo nella misura in cui essa è parte dei cosiddetti “Beni culturali”, ossia “del patrimonio storico-culturale della Mitteleuropa novecentesca” (ibidem). Infine, nell’Esegesi militante del testo assoluto, il testo di Freud diviene, al contrario, “un vero e proprio testo di culto, come la Torah per gli autori talmudici” (p. 8), un testo assoluto, “sciolto cioè dalla sua contingenza storica” (ibidem). “Era il tipo di lettura che alcuni intellettuali facevano di Marx, Lenin o Gramsci –osserva l’autore- al fine di dimostrare la validità strategica della propria linea politica” (ibidem): l’esegesi militante implica infatti “la validità meta-storica e attuale di questi testi e autori, in quanto questi testi avrebbero rivelato verità non contingenti” (ibidem). Si tratta, in sostanza, di commenti a una Rivelazione di verità eterne.

Affermare che la psicoanalisi, se correttamente intesa e praticata, è il Reale di ciascuno di questi approcci significa anzitutto sostenere che essa non è un sapere certo e protocollabile (la psicoanalisi non è una scienza), non è un monumento del passato (Freud è ancora attuale e vivo) né una verità trans-storica da affermare mediante un’esegesi reverenziale. In secondo luogo, proprio perché è un tropismo orientato al Reale, la psicoanalisi non è né una simulazione, né una tutela, né un’esegesi. Il Reale è infatti per definizione non-simulabile, non-tutelabile e non-interpretabile, essendo piuttosto ciò che mette in scacco ogni barriera interpretativa in quanto rovescio insensato del senso e realtà da realizzare prima che simulare e tutelare. Il Reale è una scheggia (éclat) che fa buco e bagliore (secondo il doppio significato del francese éclat su cui giustamente insiste Benvenuto), angosciante più che timorato, spietato più che pietoso e militante perché assoluto esso stesso, sciolto cioè da ogni relazione. Fuori dalla correlazione originaria del soggetto col mondo il Reale fa breccia e fa saltare in aria ogni assetto semantico per quanto timorato, pietoso e “assoluto” esso sia.

Se quindi, come scrive Benvenuto, la letteratura scientifica privilegia i vivi, quella filologica pietosa predilige i morti (anche quando commenta i vivi, li tratta infatti come se fossero morti) e l’esegesi militante punta agli Immortali, la psicoanalisi che interessa l’autore –direi- ha piuttosto a che fare con i morti viventi. Il Reale è infatti ciò che è sempre vivo e che si vorrebbe morto per sempre, è il rêvenant, ciò che torna incessantemente al suo posto, o che rimane lì come brusio sul fondo. È ciò che quando risale in superficie attacca ed esplode come un’epidemia, come un’infezione. In quanto outbreak, “massa tumorale che disfa la realtà, eccesso che la destruttura” (Ronchi, 2015).

La psicoanalisi è il Reale perché è primariamente una pratica che permette di toccarlo, sebbene questo tocco sia da intendersi più come una rilevazione di presenze, fantasmi e rumori, che come una rivelazione di verità. Per questo il pathos decostruttivo non è solo l’atteggiamento che, nell’introduzione, l’autore rivendica come proprio, prendendo così le distanze dalle tre letture irreali (improbabili) della pratica psicoanalitica ma, in un certo senso, anche quello che si conviene quando si tratta di passare dalle figure allo sfigurato, dalla forma all’informe, dalla superficie al fondo. Decostruire significa non restare sordi rispetto a tutto ciò che la teoria dell’informazione chiama “rumore”, distinguendolo così dal “segnale”, ossia a quella dimensione della realtà che non fa senso, ma trauma, e che segna.

“L’analisi funziona –scrive Benvenuto nelle ultime righe del testo- nella misura in cui ci risitua rispetto a un rumore insensato, impensabile, non simbolizzabile, attorno a cui però si fila la rete intricata, e talvolta elegante, della nostra realtà pulsionale”(p. 143). La psicoanalisi, diversa in questo da ogni ermeneutica nichilista, presuppone per Benvenuto un “Reale focale attorno a cui ciascuno costruisce il proprio mondo” (p. 142) come l’orizzonte in cui si trovano e ritrovano gli oggetti di desiderio e godimento. Un Reale focale e cieco, focale perché cieco e cieco perché focale. Ed è al primato di questo Reale che la riflessione di Benvenuto punta da anni, nel tentativo di sostituirlo a quello della riflessione sulla Verità. Così facendo egli delinea una terza via tra le due culture predominanti ma opposte nella tradizione occidentale: l’epistemologia positivista, interessata principalmente alle condizioni di verità degli enunciati, e la fenomenologia ermeneutica, ossessionata dal disvelamento di una verità scritta nella storia umana.

Secondo Benvenuto queste domande diventano fondamentali e la psicoanalisi davvero persuasiva solo quando si è abbandonata una concezione ermeneutica della Verità perché ciò che distingue la psicoanalisi, e dalla terapia medica su base scientifica e dall’interpretazione fenomenologico-ermeneutica, riguarda la possibilità e l’apertura di una storia soggettiva in cui il soggetto incontra l’Altro nel Reale. E se per Benvenuto il Reale di ogni teoria scientifica è il Caos che si pone come limite e sfondo di ogni processo causale non meno che di ogni assetto di senso, il Reale in psicoanalisi è invece il fondo pulsionale, corporeo e irriducibilmente individuale, proprio perché dell’individuazione costituisce in certo senso il rovescio sempre possibile. Se dunque di trascendentale conviene parlare è con riferimento a quell’insensato, rumoroso e cieco, assordante e insignificante che accompagna come un’ombra ogni figura di mondo.

[1] Nella clinica lacaniana c’è un altro colpo: il taglio della seduta.  Ma, in questa sede, non entro nel merito della complessa questione del tempo logico in senso lacaniano.

[2] Rêvenant  è un mio neologismo che fonde rêve (sogno) e revenant (spettro, morto che ritorna). Questo per indicare ciò che accomuna le riflessioni di Bergson e Freud sul sogno come luogo di emergenza del Reale. Bergson, più esplicitamente di Freud descrive il sogno come una “immensa danza macabra”(ES, 1959) e ne fa il teatro del ritorno spaventoso del rimosso, “onkos  di immagini che premono per essere risuscitate alla coscienza. Il prezzo che si paga per tale ritorno è la dissoluzione del mondo e il ritorno al caos”(Ronchi,  2015). Pur essendo coeve, la prossimità tra le due riflessioni è per lo più apparente.

Alessandra Campo, nata a Roma e laureatasi magistralmente all’università degli studi di Roma Tre con una tesi dal titolo: “L’animale che deve simbolizzare se stesso: derive antropologiche e approdi psicologici”. Attualmente è iscritta al terzo anno di dottorato, sempre presso l’Università degli Studi Roma Tre, con un progetto di ricerca sulla temporalità retroattiva a partire dalla Nachtraglichkeit di Freud e dall’apres-coup di Lacan. E’ membro del centro di psicoanalisi e filosofia dell’ università dell’ Aquila e docente abilitata di storia e filosofia (A 037). Collabora con diverse riviste tra cui Lo sguardo e JEP.

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