Igor Pelgreffi, La scrittura dell’autos. Derrida e l’autobiografia, Galaad Edizioni, Giulianova (TE) 2015

lascritturadellautos-683x1024di Alessandro Paris

“Il 1942 resterà per sempre per me il segno di una frattura o di un trauma […] quando  il piccolo ebreo di Algeri che ero io, nel momento dell’antisemitismo (francese …) è stato espulso da scuola. Anche se non ci ho capito molto, attraverso questa ferita si è insediata una certa prospettiva, in modo dominante, conscio e inconscio. […] Una configurazione che si potrà chiamare intellettuale, e anche ideologica, benché non cosciente. […] E a partire da lì, non è più possibile, per me come per chiunque altro, discernere tra il biografico e l’intellettuale, il biografico non intellettuale e il biografico intellettuale, il conscio e l’inconscio.  Per una descrizione rigorosa e fine di queste sequenze, per fare davvero qualcosa che non sia raccontare storie [mython tina dieghestai] bisognerebbe trovare nuove categorie, inventare una modalità insieme diegetica, fenomenologica e psicoanalitica estremamente raffinata” (Derrida-Ferraris, “Il gusto del segreto”,  Laterza 1997, p. 34.)

Questa citazione presenta una sintesi esemplare della funzione dell’autobiografia nella filosofia di Derrida, al cui approfondimento è dedicato il libro di Igor Pelgreffi, La scrittura dell’autos. Derrida e la autobiografia, Galaad Edizioni, Giulianova (Te) 2015.

Derrida cerca «nuove categorie» per inventare una «modalità insieme diegetica, fenomenologica e psicoanalitica», tale cioè non solo da descrivere la sequenze della propria biografia per rendere ragione della propria vita, ma per «non raccontare storie» (mython tina diegheistai – Sofista 42 c), cioè fare tout court filosofia. Pelgreffi scrive che «la determinazione e la realizzazione effettuale di queste nuove strategie resterà uno dei nodi irrisolti della riflessione di Derrida» (p. 154). Questo è certamente vero, ma potremmo estendere il campo di pertinenza di questa asserzione e dire che questa ricerca rappresenta la posta in gioco attuale di una certa pratica della filosofia, che prenda sul serio il monito nietzschiano secondo il quale ogni filosofia sarebbe l’«autoconfessione del suo autore», «volontà di verità».

Il libro di Pelgreffi è libro di studi, frutto di una lunga ricerca di dottorato, che ripaga molto chi vi si impegni, perché diffida dai preconfezionamenti concettuali che troppo spesso scontano con una perdita di perspicuità ermeneutica l’apparente beneficio di una facile sintesi ad uso manualistico e pubblicistico. Piuttosto il presente libro aiuta a fornire i materiali e gli strumenti di lavoro dai quali partire per avviarsi in un percorso difficile di teoresi e pratica autopsicografica.

Pelgreffi legge e attraversa diacronicamente le opere di Derrida alla luce del plesso problematico filosofia-autobiografia, nel contesto di un confronto con altre proposte contemporanee, e con la letteratura critica relativa all’autore, per poi provare a fornire una rete di temi ricorrenti per la comprensione del dispositivo autobiografico, giungendo a prospettare nel sintagma scrittura dell’autos (genitivo equivoco) la matrice di una sua interpretazione complessiva. Molto importante è il richiamo alla dimensione esistenziale, (talvolta trascurata dalla critica), presente soprattutto a partire dalle prime fasi della formazione filosofica di Derrida,  e che rimane una delle prospettive fondamentali per capire, tra l’altro,  la sua difficoltà concettuale nel teorizzare il bios.

RIS-ORANGIS, FANCE - JANUARY 6:  French philosopher Jacques Derrida poses at home in Ris-Orangis, near Paris on January 6, 2001. Derrida, who was born in Algeria, died of pancreatic cancer in Paris on October 8, 2004 at the age of 74.

Jacques Derrida

Partendo dalla duplice constatazione di una esigenza decostruttiva del modello autobiografico in Derrida e dall’uso sempre più frequente, specie nella seconda fase della sua opera, della scrittura in prima persona, Pelgreffi si domanda quali siano le conseguenze di questo rapporto disarmonico e anche contraddittorio, e scopre come chiasma generatore del corpus derridiano il corpo, la corporeità non solo legata alla metaforica della scrittura (il baco da seta) ma anche e soprattutto come dispositivo in cui si attua «la scrittura della vita come movimento della psiche vivente» (“Il gusto del segreto”, p. 32). La scrittura è autosecrezione, come quella del baco che fila la seta, nel quale il corpo non si separa dalla sua opera, ma ne nasce, vi si sviluppa, ne è circoscritto e non vi abita che nomadicamente, quindi sempre al margine di qualunque identità fungente. L’enjeu di questo dinamismo non riguarda soltanto il filosofo professionale, ma chiunque abbia familiarità con la pratica di scavo e chiarificazione del proprio sé attraverso la produzione di segni scritti.

I temi che, secondo Pelgreffi, si rivengono costantemente nell’opera di Derrida e che concorrono a prefigurare un concetto, o forse meglio una prenozione, di scrittura autobiografica sono: l’eterografico (la scrittura di sé non è autorefenziale ma «il me (moi) non esiste è dato nella scrittura dall’altro», p.129); il motivo della morte come altro dal presente vivente e il carattere di sopravvivenza e di dilazione della morte che avviene nella scrittura; il primato del segno come traccia; il valore finzionale e autofinzionale dell’atobiografia; e, connesso a questi elementi, l’aspetto spettrografico, in cui è reso impossibile qualunque ritorno su dì se sul modello dell’identità narrativa ricoeuriana:  «L’autobiografia riproduce il manque del soggetto-che-si-scrive, trama scritta di un récit dove il successo fallisce e al contempo lo scacco riesce (p. 135)». La struttura dell’autobiografico è dunque auto-etero-tanato-grafica.

La stessa decostruzione come proposta teorica di Derrida, pare essere debitrice – nota Pelgreffi – di questo campo di vibrazione auto-etero-tanato-biografico, non tanto e non solo per i contenuti della sua pratica impossibile, ma innanzitutto nello stile dell’autore, dove il desiderio autobiografico si traduce in scrittura automatica, surrealista, al di là del volontario e dell’involontario, lambente il dominio dell’onirico.

Mi pare che qui, nell’indicare nella scrittura dell’autos la pointe della sua tesi, Pelgreffi avanzi una proposta abbastanza innovativa.  Sarebbe la stessa  macchina desiderante-scrivente, a costituire, nella propria corporeità, la matrice di firma, traccia, sedimento di sé nel mondo, in una coazione che prende avvio nel campo interinale del pre-soggettivo, nello spazio aurorale tra la vigilanza e il sogno.

Come spesso accade, per eccesso di umiltà, l’autore del libro consegna in una nota a piè di pagina alcune suggestive ipotesi teoretiche,  riprese solo in parte nel corpo del testo, ma che andrebbero a mio avviso maggiormente valorizzate. Nella Nota 19 di pagina 383, Pelgreffi scrive ad esempio: «Ipotizzare una dimensione di intreccio “sonno-veglia”, o “veglia sonno”, quale sede dei processi essenziali del soggetto significa guadagnare in un colpo solo due demitizzazioni che riguardano il soggetto. La demitizzazione del sogno puro, come dimensione rifugio di attingimento di significati eterni […] oppure , simmetricamente, la dimensione della coscienza perfettamente (cioè fintamente) autonoma instradata attivamente nel mondo, cioè la forma più cieca del soggetto pragmatista razionale». Più avanti, istituendo un confronto con Benjamin, Pelgreffi colloca nel «parzialmente ipnotico», margine indecidibile fra coscienza e incoscienza radicato nel corporeo, il non luogo decisivo per situare l’avvio della scrittura dell’autos.

Alla chiarificazione di questo sintagma è dedicato l’ultimo capitolo, capitolo assai importante, che dà titolo al libro, nel quale Pelgreffi propone il nodo interpretativo generale dell’opera derridiana. Esso consisterebbe in un terzo livello fra auto-produzione di una forma teorica, tipico della filosofia, e autobiografismo, tipico del modo di vivere dell’uomo quotidiano, di  ogni chi vivente che ‘scrive’, ‘traccia’, ‘firma (signe)’, cioè lascia tracce documentali di sé nel mondo. Questo terzo livello non  è facile da vedere, né da definire. Scrittura dell’autos,  ma cosa sia l’autos non lo sappiamo. L’autos è non solo quella dimensione che la psicoanalisi ricerca, attorno a cui gira, e gira, e gira… (un circo-scrivere l’autos che di certo, interessa molto anche Derrida). Autos è sempre ed anche un segno. Ma di che segno si tratta? Un segno che significa… se stesso. Un segno, dunque, che non è propriamente un segno, che, cioè, è forse il limite del segno. Ma, al contempo, autos è anche – nella prassi del linguaggio, delle sue concrezioni formali, dei suoi ‘usi’ – la radice di automatismo, dunque di quello scatto pre-simbolico che costituisce il chi del e nel vivente. Dunque autos come punto di caduta, e autos come movimento, in una circolarità interminabile.

Da tutto questo derivano molte conseguenze, di cui Pelgreffi approfondisce in questo libro soprattutto quelle relative all’ermeneutica dell’opera derridiana:  il  problema di scrittura e teorizzazione, ovvero di corpo e di simbolico, che Derrida non-risolve, ma che  lascia lavorare. Ma altre conseguenze riguardano, come abbiamo accennato, la stessa pratica della filosofia, e non solo, giacché una certa idea di soggettività autobiografica potrebbe essere cautamente proposta come modello interessante, resistente, anche in chiave politica. Resterebbe, forse, da approfondire, accostando maggiormente Derrida a Levinas, l’elemento traumatologico, dove scrittura dell’autos-eteros è anche incisione nel corpo-psiche da parte di accadimenti drammatici che ne tatuano in radice l’esemplarità testimoniale in chiave etica.

Questo libro importante nel panorama italiano, costituisce dunque uno strumento necessario sia per l’interpretazione di un autore ancora vivo e vitale, sia come un momento preparatorio di successivi fecondi sviluppi teoretici.

Alessandro Paris, dottore di ricerca in filosofia, insegnante. Ha curato l’edizione italiana di Atene e gerusalemme di Lev Sestov (Bompiani 2005), e ha pubblicato Trauma e sostituzione, Emmanuel Levinas tra esperienza ed etica  (Aracne 2012). Attualemne si occupa di pensiero diaristico e autobiografico, e di temi di filosofia della religione.

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