Una risata ci resusciterà

di Giancarlo Pera

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ab angulo

Chiunque di noi lavori ancora oggi ma non da oggi  in Servizi che vorrebbe di salute mentale, non può non vivere con dolore la sensazione pervasiva spesso quasi intima di un’agonia che sembra esistere solo per lui.

Può, è vero, raccontarsi che quella condizione incalzante di alienità è un effetto tra gli altri di chissà quale fenomeno globale del quale fornire all’impronta sofisticate interpretazioni sociologiche, forse economico-finanziarie, e anche, perché no, (geo)politiche, ma quel che resta di tanto esercizio è sempre e comunque l’estraneità angosciosa a ciò che gli accade intorno, anzi addosso.

Una maniera altra di far fronte a tanto strazio potrebbe essere allora supporre responsabilità meno ovvie e generiche, magari addirittura rinvenendo le proprie, personali e ‘di area’, nella genesi del contingente, scoprendo perfino quanto questo sia immanente a quel che si sarebbe voluto altrimenti, senza rinunciare a cospirare esiti ulteriori, che poi sono più originari che originali o meglio sembrano originali perché dell’originario è perduta ‘virtute e canoscenza’

I replicanti che sempre più agguerriti migrano dalle costellazioni (dif)formative pubbliche e private ai (dis)servizi privatistici e socialmente irresponsabili, in forme masterizzate d’ignoranza specializzata e d’arroganza accreditata,  non incarnano un fato maligno che perseguita la nostra cristallina vocazione  ma rivelano a chi ancora abbia voglia di accorgersene, che sono, più di qualche sorprendente eccezione, prodotti, ancorché imbarazzanti, delle nostre scelte, che solo attitudini negazioniste e revisioniste potrebbero aggettivare come obbligate, o addirittura innocenti

Abbiamo snobbato le accademie e ci siamo riversati in strada, convinti che l’evidenza legittimata fosse quella del ‘fare’ concreto, gravoso, algico di ogni giorno, e i risultati attesi e le attese da soddisfare fossero (s)misurate e (im)pertinenti rilevanze esistenziali e sociali di cui da sempre avere (pre)valente consapevolezza e (iper)visione egemone

Nel frattempo, altrove e altrimenti, ‘altri da noi’ allestivano dovunque e comunque possibile, laboratori di modificazione genetica del senso e tracciavano itinerari privilegiati di occupazione delle coscienze e di rimozione delle contraddizioni, al riparo delle nostre stesse distrazioni

Nello stesso fra/tempo, altri, stavolta ‘tra noi’, adottavano glosse istituzionali, posture organizzative, stilemi operativi, maschere professionali, suggestive di continuità trasformativa, in realtà intese a disporne versioni  invalidate e invalidanti , a cui quelle più furbe dell’ideologia manageriale, cui forniscono alibi di tolleranza, restano indifferenti, se non addirittura si mostrano generosamente sensibili, fino al voluttà

La melassa del pensiero unico ma anche del suo contradditorio di maniera, sigilla in cammei fecciosi i relitti oramai indecifrabili di memorie, culture, sensibilità, esperienze, utopie di cambiamento che nemmeno più hanno ambizione di riciclaggio

Possiamo continuare imperterriti a collezionare acronimi, a recitare mantra, a scavare trincee, magari dalla parte opposta a quella da cui il nemico presumibilmente intende sferrare l’attacco finale, e ad invenire sul fondo reperti  imprevisti intorno ai quali edificare vecchi musei.

L’ottimismo della volontà a cui ci appelliamo stremati per aver ragione della nostra stanchezza  o per aver rispetto della nostra irrilevanza, è però ben poca cosa se dimentichiamo di accompagnarlo a quel pessimismo della ragione che sia ancora e di più paradigma della crisi, attraverso e oltre ogni crisi dei paradigmi.

Se pensiamo, e sappiamo quanto tardivamente, a ‘scuole alternative’, siamo almeno consapevoli che stiamo da tempo perdendo i maestri e non abbiamo ancora i discepoli, e, a ben vedere nemmeno gli aspiranti

Se pensiamo, e sappiamo quanto minoritariamente, ad ‘aziendalità illuminate’, siamo almeno storicamente scettici sulla trasferibilità delle storie e la traducibilità delle ambizioni  dalla strada al Palazzo

Se pensiamo, e sappiamo quanto innaturalmente, a sortite tattiche che rompano l’assedio e scompaginino le certezze altrui, siamo almeno attrezzati per l’una e l’altra parte del conflitto che a parole e nei fatti è negato perfino esistere, chè anzi non c’è nemmeno assedio  perché non è data resistenza

Simone_Weil_01Sono tentato da ricorrere anch’io alla contundenza sfidante di una citazione, e se dovessi cedere, mi troverei ad evocare oggi più facilmente Simon Weil, là dove esorta a ‘concepire i problemi insolubili nella loro insolubilità, quindi nel contemplarli, fissamente, instancabilmente, per anni, senza nessuna speranza, nell’attesa’

Poi mi sovviene la lunga sequenza di fissità istituzionali e diagnostiche dietro le quali ci siamo affannati e ci affanniamo ancora in pochi a intercettare l’irriducibilità della persona e la visionarietà comune, e mi accade d’intravedere negli interstizi di quel dolore e di quella speranza il profilo supponente di chi non perde mai e casomai sempre ci guadagna, e in dovizia di attributi aggiornati è sempre quello di quarant’anni fa, e allora, perdio, mi viene voglia d’esserci, invece e nonostante, senza cinture di sicurezza e cinghie di trasmissione, perché non so fare altro infine, non so essere che così, dalla parte sbagliata, con irragionevoli ragioni e sconvenienti modi, ‘compagno’ di chi nemmeno si sente in diritto d’aver diritti,e di chi per quei diritti piglia tutto a rovescio

Se ci troviamo ancora qui forse è perché i problemi veri non sono quelli per cui si hanno già le soluzioni ma quelli per cui la domanda rimbalza indietro senza una risposta immediata e perciò apre uno spazio di libertà, di giustizia e di sapienza

Le riflessioni alle quali mi convoco oggi non sono assemblate alla bene meglio nel frettoloso allestimento di qualcosa da dire comunque e con ancor più disinvolto impiego di scrittura compiacente

In più di quarant’ anni d’inesausto bricolage[1], tra materiali d’uso consueto e di scarto prezioso ai quali mi picco di cospirare destini ulteriori, può accadere, anzi accade, che alcune epifanie[2] assumano per esuberanza e coloritura  i caratteri di vere e proprie apofanie[3] che la nostra mente porosa per l’oblio e intenta alla ruminazione può sopportare come meteore minacciose di storia antiquaria o perfino monumentale[4] o accogliere come innesti meraviglianti di tutt’altre storie

Dal momento che comunque è tanto importante l’esperienza in sé, quanto l’uso che se ne fa, può anche accadere che ciò che tu ti attendevi o che ti attendeva fosse qui con te da sempre[5] o che tu lo possa incontrare là dove più non lo cerchi[6]

Allora significanze corrive e giaciture fossili possono essere sovvertite da prominenze già occultate o spianate, ora affioranti come preminenze di senso, eccedenti ogni significato e spaesanti ogni appartenenza

Il disincanto che ne consegue libera una proliferazione di sèmi e quindi una disseminazione di feracia che può venir meno sul nascere o (ri)generare, secondo che alla piega che prendono le cose si preferisca piegarsi piuttosto che nelle cose stesse implicarsi

Avverto oggi le riflessioni che con maggiore frequenza e insistenza mi convocano,  sempre più come effetti collaterali di quel processo inesausto di bricolage[i] di materiali d’uso consueto e di scarto prezioso ai quali mi picco di cospirare destini ulteriori da almeno trentacinque anni

Da qualche tempo due prominenze di pensiero hanno acquistato i caratteri dominanti di preminenze d’anima: una, di rilievo empirico[7], subentrante, emergente, è sempre più immanente la realtà dei Servizi, fino a connotarla in gran parte, l’altra, di rilievo speculativo[8], resistente, persistente, è ormai quasi trascendente la realtà dei Servizi fino ad alienarla del tutto

La prima ha a che fare con i processi di desertificazione culturale, fenomeno trasversale alla proliferazione dei profili professionale e alla segmentazione dei percorsi operativi fino alla pratica superstiziosa di una professionalità ossificata cui corrisponde il sempre vuoto di consapevolezza teorica ( nel senso della visionarietà) e il troppo pieno d’irresponsabilità etica (nel senso dello yuppismo[9])

La seconda evoca la polarizzazione tra scienza e ideologia, irrisolta nella ressa e nella rissa di tutte le loro diverse strumentazioni e strumentalizzazioni

Ancora oggi alcuni di noi sono accusati, con qualche grossolanità di pensiero e sciatteria di linguaggio, d’essere ideologici,  secondo il costume diffuso per cui l’ideologia è sempre quella degli altri, mentre chi così stigmatizza gareggia nell’accreditarsi come non ideologico, anzi anti-ideologico, se proprio proprio almeno post-ideologico

Al giudizio di peccato ideologico si assocerebbe un pre-giudizio negativo di hibrys, di sfida blasfema alla ‘misura’ come ordine e armonia delle e tra le cose, dove l’ordine si riferisce alla posizione reciproca dei diversi soggetti/oggetti rispetto a configurazioni dotate di una logica interna ­iterativa e speculare e  l’armonia rimanda alla relazione ‘giusta’ tra quei soggetti/oggetti così  da permettere controllo interno ed esterno perché tutto sia prevedibile, predic(a)ibile e quindi prevenibile

Domìni delle forme e poteri di fatto diventano limiti ontologici capaci di mantenere il sistema in uno stato di virtuosità apparente per cui l’hibrysdella presunta ideologia sarebbe la volontà di cambiamento che si oppone a quell’ordine e a quell’armonia, e in quanto tale pericolosa

Al tempo stesso da anni siamo adescati, e quando resistiamo coartati, dalla prepotenza di un sistema di precetti che presume e pretende di corrispondere esso stesso alla verità che vorrebbe e come la vorrebbe[10], attraverso la corrispondenza dei comportamenti, addirittura degli atteggiamenti e perfino dei vissuti a ciò che prescrive

Un’ipotesi di phronesis, come prudenza per la pacificazione, come ragione calcolante per la giusta misura[11], come ‘saggezza pratica’, come facoltà intermedia e principio regolativo già introdotta da Aristotele per ricollegare la modellizzazione all’applicazione, riducendone il divario, le viene contrapposta a beneficio di coloro che sono ossessionati dall’idea di una dispersione di coerenza nel passaggio dalla teoria alla pratica

Quali però i possibili coni d’ombra e le ambiguità resistenti  nella pretesa e nella presunzione di una razionalità siffatta?

Quale il tragitto per cui questa razionalità si fa essa stessa ideologia, dotata di una hibrys che non più peccato di violazione del codice, è anzi il codice stesso nella sua prevaricazione?

Senza qui scomodare, come potremmo, quanti in ogni contesto hanno denunciato l’attitudine della razionalità intesa come manipolazione tecnica ad imporre i propri schemi sulla realtà sociale attraverso il controllo derivato dal sapere scientifico, o hanno sottoposto a critica l’intimo rapporto che intercorre tra ‘verità’ e dominio, osserviamo tuttavia che oggi almeno due sono i dispositivi con la complicità dei quali si determina l’attuale degrado

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Oltre l’ ideologia scientifica alimentata dallo scientismo, e perciò stesso cosa ben diversa dalla scienza esatta (ex-actu), acquista potere crescente l’ideologia manageriale, a sua volta altro dalla(e) cultura(e) organizzativa(e), alimentata per buona parte e in buona sostanza da certo pragmatismo[12] di maniera, senza fondamenti sufficienti ad  andare oltre

Sappiamo da tempo che ogni sistema di potere per essere riconosciuto e imporsi ricorre non solo alla sottomissione ma anche al consenso e perfino alla co-operazione, adoperandosi in esercizi di assimilazione fondati sulla seduzione della retorica e costituendosi in forma d’ ideologia per legittimare la sua autorità

Allo scopo dispone e impone un linguaggio fondato sulla dissimulazione dei vincoli e sull’enfasi delle opportunità: non sono io che ti chiedo obbedienza, ma sei tu che ‘spo(i)ntaneamente’ me la offri

La contraddizione non più resto inconciliabile della realtà è occultata da un programma istituzionale di rimozione che evoca quella «zona grigia» in cui l’uomo non riesce più a difendere i fragili confini della propria umanità

Il conflitto, non più spazio generativo del ‘non ancora’ e ‘non più così’, è addomesticato dalla risoluzione prematura dell’ambiguità, che incanta nel disincanto
Una prolissità di verba dicendi e facendi sagoma una realtà posticcia presentata come ovvia e sicura perché resa naturale e normale, dal momento che l’ultima cosa di cui ci si accorge è il mondo in cui si vive e si opera[13]

La gabbia d´acciaio luccica oggi di riflessi similoro

La gabbia è tale ed appare dorata perché una  retorica suadente e pervasiva trova consistenza in un impianto ideologico che ne legittima l’autorità e acquisisce preziosità dalla nobilitazione scientista della compulsione pragmatista[ii]

La parola che dice tutto questo si rivela intenzionata non soltanto a ‘dire qualcosa, ma soprattutto a ‘fare’ e a ‘far fare ogni cosa’, capace, allora, di creare ’significati’ lussureggianti, apparentemente lussuosi , e d’imporli come valore ultimo

Suo scopo resta però quello di persuadere che l’azione richiesta ha a che fare direttamente con la creazione di senso: non solo quello di un contesto piuttosto che di un altro, ma proprio ‘il’ senso della vita, dell’essere-nel-mondo

Questa versione ideologica della scienza si organizza a definire ideologico, in quanto appunto non scientifico, tutto ciò che non assimila a sé, fagocitando anche il concetto di utopia[iii] giudicata ideologica perché considerata come il contrario della scienza, dissolvendo il diritto alla speranza giudicata escatologica perché intesa come l’antagonista dell’adeguatezza

La versione ideologica della scienza manifesta in realtà un livello di astrazione maggiore di tutti gli altri possibili sistemi ideologici, con effetti di marginalizzazione ulteriore dei saperi profani o presunti ingenui e di egemonia di un nucleo di competenza/e pre-valente e pre-potente senza storia né carne, autarchico nella sua ragion d’essere, predatorio nell’accesso alle risorse, autoritario nel controllo di corpi e anime

Attraverso un nesso istituzionale, istituito e istituente, tra ‘teorie’ che si vogliono scientificamente neutrali e non ideologiche, e ‘ragione tecnocratica’ che coincide con l’intento manipolativo di cose e persone ai fini della produzione e del consumo, la riduzione della scienza alla tecnica si associa alla rimozione della  differenza tra pratica e tecnica con effetti di de-politicizzazione per cui beni e prodotti sono sottratti alla visibilità pubblica e alle scelte collettive

Il tecnicismo come monopolio protezionistico della competenza che diventa rendita di posizione e convenzione d’autorità, l’utilitarismo come funzione strumentale dello status quo che usa e getta ciò di cui non ha più meraviglia, il privatismo come esercizio isometrico di fitness che sottrae sociabilità al pensiero, l’opportunismo come accomodamento gregario che manipola i conflitti, abbarbicati attorno ad una segnaletica[iv] banalizzata e gergale, infarcita di forestierismi e neologismi pseudospecialistici  in versione ‘on supply’ e ‘self service’, ‘ready to take away’ [14]

Cosmogonie e cosmologie di risulta e di comodo ordinano in successione algoritmica, a differente concentrazione e proporzione di controllo e di seduzione, microfisiche della sudditanza mai disertate né sovvertite nella consolazione metafisica di un una simulazione della realtà meno rischiosa perché esonera dalla responsabilità laddove e allorquando essa rischi d’ essere ragione di azione autonoma, e più conveniente perché imputa la responsabilità laddove e allorquando ci sia motivo di spostare oneri di carico

Allora dove e di chi la hybris piuttosto che la phronesis?

Nell’ apparente phronesis del vantaggio utilitaristico l’ hybris dell’ideologia scientista e manageriale deborda strumentalmente dall’ambito epistemologico a quello etico; e induce una curvatura antropologica che ha oggi l’aspetto di una vera e propria mutazione.

Criptati in pseudo-specialismi picometrici che riducono a funzionalità di oggetti manipolabil (co)esistenze e coscienze, masterizzati nella serialità di concorrenze ignoranti che preludono all’incapacità di aver autentica cura d’altri, cooptati a dirigere risorse e  decisioni in un recinto scambiato per la realtà con bussola smagnetizzate e con mappe obsolete, i nuovi portatori d’opera già popolano i Servizi, secondo un programma gigantesco di ‘s-radicamento’ dei loro mondi virtuali dai mondi della vita con ‘radicalismo’ di modi e di accenti  che stordisce le intelligenze, che annichilisce i sensi

Al singolo operatore è chiesto di essere responsabile solo della modalità del suo lavoro, non della sua finalità, e con questa riduzione della matrice etica si sopprimono in lui le condizioni dell’agire

Se ethos è , com’è, luogo dal quale provengo, nel quale e dal quale si muovono le mie radici,

dove le radici allora se oggi ci troviamo a parlare di s-radicamento e radicalismo, e sempre meno di radicalità?

Il radicalismo senza radicamento, assolutamente autogenerato e autoreferenziato, ‘si basta’, immune e autoimmunizzato dall’altro, emulazione in-dignitosa del modello egemone etero-dotto

Il radicamento senza radicalità impermeabile chiusura e immoto radicamento nella propria diversità, trasformandosi, così, per contrapposizione, in antagonista alla modernità pervasiva

L’uno o l’altro, e entrambi fanno costume, tendenza, moda, ma non ethos. La loro forza non è tanto nei sentimenti che evocano ma nella persuasione retorica che trasforma il gesto in calco e imitazione

Qual è il nostro radicamento possibile, ora compromesso?

Qual è la nostra radicalità possibile, ora assopita?

Il nostro radicamento era in un territorio come oikòs originario e perciò radicante, era in un agire ancora politico come praxis dotata di senso (significato e direzione)

Ora nel tempo della “deterritorializzazione, ” il “fare” ha perso qualsiasi riferimento al mondo dell’ “agire”

La praxis collassa di fronte alla poiesis che presenta come arretrata e perfino obsoleta l’organizzazione territoriale della società, che propaganda come libero il suo statuto sempre più sfuggente, quasi evanescente, addirittura virtuale

La nostra radicalità voleva dire desacralizzare tutto il sistema, per un rinnovamento che si allargasse fino a costituire un’ autentica ‘cultura’ dell’alterità

Ora, nel tempo dell’inerzia, l’intensità dell’esperire appare sfibrata nell’estenuazione e nella sterilità fino al dubbio radicale circa la sua stessa possibilità

C’è stata un’involuzione anche semantica delle rappresentazioni e delle comunicazioni di quel radicamento e di quella radicalità, uno svuotamento neo-conformista della capacità di essere antagonisti nei confronti delle plausibilità sociali

Si diffonde la rassegnazione a lasciare che si tacci di estremismo e di anti-modernismo il dissenso nei confronti dell’ideologia scientista e del pragmatismo tecnocratico, a lasciare che si tacci di tradimento e di trasformismo chi manifesta disagio nei confronti delle versioni parodistiche di quella che fu una speranza incarnata

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Può darsi che si sia assistito o che si stia assistendo ancora  alla fine delle grandi narrazioni, ma non certo a quella delle ideologie

Non c’è mai stato un mondo così pieno di ideologie entro le quale viviamo e galleggiamo, da cui siamo condizionati, pensati ed agiti.

Ideologie di ricambio ristrutturate in propri dispositivi disciplinari, alimentate da dettagliate procedure metodologiche[v], che seguono mappe concettuali fortemente interrelate con le strategie dell’ ideologia scientista ed espresse per atti linguistici prevedibili e performanti, forclusa la loro componente emica[15]

Nel corso degli ultimi quarant’anni abbiamo assistito troppe volte all’adozione di concetti, linguaggi, esperienze presuntivamente (presuntuosamente?..pretestuosamente ?) svuotati poi di senso e di potere

Il pensiero della liberazione ancora una volta ‘dentro le mura’ giace lì segregato, mentre quello dell’istituzione si riproduce ovunque sotto mentite spoglie, creando la sua realtà e presentandola come oggettiva, naturalizzandola perchè l’ultima cosa di cui ci si accorge è il mondo in cui si è immersi che sta ai nostri occhi in modo così naturale che è quasi impossibile vederlo

Nella ‘normalità’ mostruosa della vita quotidiana, nella sua criticità ‘normale’ ci accompagna nel riconoscere, ‘senza pensarci’, ciò che ci circonda, costruito e appiattito sui pregiudizi, un pensiero unico ovvio per eccellenza, dov’è suggerito e conveniente simulare[16] un’improbabile libertà invece di un’effettiva sudditanza che simula d’essere tale

I vettori che permettono all’istituito di egemonizzare l’istituente sono routine, procedure, convenzioni, ma anche credenze, paradigmi, interpretazioni che alimentano e sostengono feticci organizzativi e posture tecnocratiche tali da assicurare  prevedibilità ai comportamenti e alle interazioni, liquidando ogni ipotesi di sospensione provvisoria o pausa intercalare a partire dalla quale magari far emerge una nuova possibilità istituente.

Specialisti e tecnicismi sono usati come indicatori connotativi e marcatori di prestigio, piuttosto che come strumenti di uno sforzo denotativo di conoscenza organizzata, diventando specchio di un ordine sociale

Desertificazione culturale e  immiserimento linguistico, occultati in maniera ancorchè maldestra dal mitema rigenerato della competenza, istituiscono un regime di peculiare saturazione

Quando siffatta  saturazione si naturalizza è già diffuso un sentimento d’impensabilità del cambiamento e d’improponibilità dell’innovazione, o anche solo della sua immaginabilità

Surrogati seriali ed equivalenti consolatori del già pensato, detto, fatto, esprimono in rituali stanchi e ripetitivi tutto il deterioramento già compiuto del pensiero immaginale e la rinuncia a qualsiasi generatività dell’immaginazione, sigillando nell’indifferenza alessitimica[17] aspettative e attese, desideri e visioni

Aggregati ectoplasmatici di pseudospecialismi tanto rampanti quanto scalcinati, agglutinati da requisiti d’indifferenza e anestesia si conformano pigramente al profilo di contenitori sfiancati

Nonostante che il verosimile e il suo intreccio parodistico abbiano così agio di soppiantare il plausibile e ogni negozio di valore, quel che nella vita e nelle convivenze interpersonali e sociali è ancora residuo fertile d’ambiguità attende ancora coltura e cultura

È possibile allora ai e dai margini, ormai più interstiziali che perimetrali, di trincee disciplinari e di recinti disciplinati azzardare uno sguardo che sporge, un gesto che eccede, una voce che esclama

Nella massa e nei volumi compattati e repulsivi, screpolature appena percettibili tuttora invitano a farne con premura e perizia artigianali nicchie a misura di xenocritalli[18] che sfidano certo all’escissione riparativa lo zelante funzionario del consenso, ma che possono allo stesso tempo rivelarsi metastabili[19] evenienze di caosmico (tra caos e cosmo) e salutare dissenso, per il quale  processi che lavorino tra ordine e disordine, producano combinazioni possibili mai definitive, parziali spazi semiaperti/chiusi di sensazione, conoscenza e riflessione che suggeriscono a loro volta pensieri e azioni ‘altri’ avvertibili per densità e di cui non si prefigurano i contorni

C’è necessità, perfino urgenza, di abituare lo sguardo[20] al loro riconoscimento perché se e quando ci s’imbatte in essi non si passi oltre, tanto appaiono irrilevanti, privi come possono sembrare di un immediato interesse d’uso e di uno statuto legittimato

Non invitano, non garantiscono, non promettono; piuttosto esigono

Sono spazi esigenti perché scomodi, insicuri, ‘indecisi’[21] , inadeguati e inaccessibili a frequentazioni domestiche e consumazioni pigre, richiedono un mutamento radicale[22] delle sensibilità, refrattario alla semplice compatibilità e incline al paradosso incarnato

Il paradosso[23] d’esser-ci senza appartenere, che si risolve nella forma ossimorica di essere ‘locus’ eppure ‘mobilis’: contrappunto al ‘locus amoenus’[24] igienizzato, ordinato, controllato, stabilizzato che sequestra il senso e bandisce rischio.

Grammatica e sintassi del locus amoenus e sue rendite di posizione intrattengono un rapporto polemico con l’impertinenza e irriverenza del locus mobilis che si muove appunto in una economia ed un’ecologia che sfidano i confini privato/pubblico, personale/colletivo, reale/ immaginale, come pure resistono all’omologazione coatta e alla coazione a ripetere con la loro complessità irriducibile

Lacerti di quarto spazio[25] come luoghi di resistenza e di riscatto, troppo angusti per i palchi tribunizi di chi declama precetti, troppo remoti per vantare mappe di accesso, impermeabili all’architetto di moda come all’occupante d’occasione

Sono spazi per una nuova hybris che da minacciosa e perfino peccaminosa violazione dell’inviolabile diventi motore di coniugazione e declinazione dell’uomo gettato nel mondo, e che sia complementare ad una nuova phronesis non più adesione obbediente a qualcosa che sta fuori della nostra esperienza dove l’esperienza si dà ormai solo in modo caricaturale

Si tratta di una hybris euristica che si propone attraverso una phronesis frattale su una pluralità di piani ibridanti e di spazi meticciati, e irriducibile alla prospettiva, moltiplicatrice di ‘angoli’dai quali ogni giorno testimoniare la (r)esistenza di vecchi e nuovi muri, visibili e invisibili, e reimmaginarne l’ulteriorità a partire proprio dalla sottrazione allo sguardo di esistenze mancate e convivenze impossibili

L’idea di angulus riabilitata da accezioni negative[26], se esprime certo un desiderio di fuga, evoca pure la sfuggenza di un desiderio

Nella sua limitatezza è un passaggio fugace eppure ospitale tra una supeficie della cui prevedibilità fa a meno ed uno spazio-tempo di impertinenza creatrice, comunque nei modi dell’emozione (“ille terrarum mihi semper praeter omnis angulus ridet” – Orazio, Odi, Il, 6, 13)

‘ab angulo’, tra intuizione emergente e comprensione pudica, tra l’istante dell’una e la durata dell’altra, è possibile un’epifania che sollecita ogni irenismo fino alla dissidenza dell’ironia (nunc et latentis proditor intimo gratus puellae risus ab angulo – Orazio, Odi, Il, 9)

Attore e scenografia, evento e narrazione, minimalità e infinitezza, conflitto est-etico e trascendenza immaginale, dall’esperienza ambigua d’esservi costretti ottenendo riparo e allo stesso tempo di starci ‘dietro’ e di supporne ‘il’ dietro, l’angolo ci interroga[27] e quindi ci responsabilizza per qualcosa che ci (si) aspetta o che invece ci appare all’improvviso

così tra angoli rientranze biforcazioni pilastri il percorso di Marcovaldo seguiva un disegno irregolare; più volte egli credeva che il muro terminasse e poi scopriva che continuava in un’altra direzione (I. Calvino)[28]

L’interruzione dell’istituito che lascia emerge una propensione istituente, ospita l’alternativa problematizzante[29];

Le potenzialità generative dell’ambiguità emergono come antidoto alla saturazione performativa; interrogazione e insieme responsabilità, o meglio piacere[30] della responsabilità

Responsabilità però non di preservare un sistema blindato di risposte accreditate che legittimano chi le fornisce indipendentemente dalla sostenibilità e dall’esito, ma di rispondere di qualcosa a qualcuno che è prima di tutto soggetto di diritti e di storia

Interrogazione e responsabilità anche a partire da una condizione di minorità, come scarto dall’ordine  dei significati abitualmente disponibile, e ad uscirne semmai, moltiplicando gli accessi al senso, dai quali si esce dentro e si entra fuori, transitori e transitivi, provvisori e reversibili, contingenti e conviviali[31]

          Spazi, ma anche tempi, concreti si e insieme metaforici, che l’istituito non ha occupato o rimosso del tutto, dove e quando anzi sono la percezione, l’esperienza, la rappresentazione, convenute a conflitto a indurre vertigine di alterati sensi e osare profezia di narrazioni indicibili e ascolti inauditi

Screzi d’indeterminatezza, impertinenti e impermanenti, che esigono una sovversione cognitiva, estetica e antropologica capace di vertigine della non-finitezza perché possano essere frequentati o abitati

Esigono, in sostanza e nelle loro figure, che si determini una qualche emergenza est-etica, per la quale ciò che manca, nella sua assenza, ci ri-vela dissimulati nella nostra evidenza e alterati nella nostra referenza

Qui è ben trovato il riso incredulo della vecchia  Sara[32], che sopravvive perfino al disappunto divino e con malizia nel nome d’Isacco,”figlio del piacere e del riso”, e ben trovato è anche il riso disincantato di Democrito[33] che trasgredisce il senso comune della polis e non conosce rassegnazione, e perfino il riso canzonatorio della serva di Tracia che non ha soggezione della pensosità autorevole e perfino sollecita esso alla pausa riflessiva il filosofo

Il non senso del senso e il senso del non senso entrambi convivono in un sense making che finalmente non si ‘riduce’ tra le formule retoriche di cui sono lardellati i glossari e i lemmari dell’ideologia manageriale e imbolsiti gli Abderiti contemporanei, gli Javhè permalosi, i Talete supponenti

il riso ha un profondo significato di visione del mondo, è una delle forme più importanti con cui si esprime la verità sul mondo nel suo insieme, sulla storia, sull’uomo (…) soltanto al riso, infatti, è permesso di accedere ad aspetti estremamente importanti della realtà (M. Bachtin)[34]

Non solo liberazione provvisoria da un dominio di senso nei modi dello scarto di una singolarita rispetto a fattori anche multipli di determinazione causale e lineare, ma pratica di libertà che in una complessità di interazioni a nessuna di queste concede d’essere primaria o definitiva

Ciò che è ultimo è sempre penultimo e questo dove e quando di nessuno definitivamente e sempre prima delle cose ultime evoca necessariamente l’est-etica dell’angolo ‘ab angulo’ quello che dall’ironia si genera e che genera ironia, è una sorta di sguardo obliquo, di visione indiretta, che solo ‘ab angulo’ sa essere trasgrediente fino ad essere trascendente (Bachtin), come quella che consente a Perseo di vincere Medusa

è sempre in un rifiuto della visione diretta che sta la forza di Perseo, ma non in un rifiuto della realtà del mondo di mostri in cui gli è toccato di vivere, una realtà che egli porta con sé, che assume come proprio fardello (I.Calvino)[35] 

Nessuna istrionica evasione, perchè evitare l’impatto diretto di una parola, di un gesto, di un moto, scopre chi si munisce d’ironia essere si nel mondo ma incarnato, almeno quanto rarefatti si manifestano allora in sua presenza coloro che d’ironia non ne hanno, egli ridente e magari risibile eppure consapevole che qualcosa soltanto non può esserci tolta: la facoltà di fissarci volta per volta un discrimine tra l’agire bene e l’agire male, di meravigliarci alle nuove immagini del mondo, di proiettare su noi stessi la pietà e l’ironia del futuro ( I.Calvino)[36]

E come a Democrito ridente, ritenuto folle, si attribuisce pure l’attitudine divina al furore, a Sara che ride di gusto anche pensando al piacere, corrisponde Sara gelosa che caccia Agar e il figlio di lei e d’Abramo, Ismaele, e alla risata irriverente della serva di Tracia  non è estraneo il mistero di un sapere sconosciuto al filosofo

Esiste un’alterità interna anche alla stessa sovversione ironica, che con proprie  utopie e ucronie ne in-plica e dis-piega costantemente il dis-corso e l’in-plicito, così come esiste un’alterità interna all’eversione dell’angolo, definito in quanto parte di superficie che pure s’interrompe aprendosi all’incognito e indefinito perché aperto dallo spigolo che pure si continua dando all’incognito un’alternativa

L’ambiguità intrinseca e comune alla figura dell’angolo e all’esperienza dell’ironia induce, anzi esige, una sorte di serendipità est-etica e non solo, che muove da  un punctum   attivo e contingente tra mancanza e eccedenza, caso e necessità, realtà e sogno, e loro proprio ‘sentimento del contrario’ (L.Pirandello)[37]

Una serendipità inattuale per le frequentazioni inerziali della coazione a ripetere e indicibile con il linguaggio dichiarativo della stabulazione lessicale

Una serendipità che apre a luoghi da vertigine che possono ingenerare paura e da questa naturalizzare ossessione securitaria o prassismo saturante, o per i quali è possibile che affiori invece curiosità, che non si rassegni al ‘sine cura’ di ogni mostruosa normalità

Cos’hanno allora a che vedere luoghi così con i ‘dove’ e i ‘come’ efficientati[38] dal pensiero unico che attraverso feticci organizzativi e tecnologici permette alle istituzioni di concretizzarsi  in routine, procedure, convenzioni, ma anche mitemi, credenze, paradigmi in grado di alimentare e riprodurre a loro volta quei feticci conferendo illusione di prevedibilità a comportamenti, relazioni e loro effetti?

Hanno a che vedere come un’ansa inselvatichita tra i pieni disciplinati di un quartiere architettato, seriale e indifferente, come un fortore d’umanità in un’atmosfera rarefatta di tecnocrazia igienico-salutista, come un lacerazione provvidenziale nella stretta sollecita delle cinghie che crocifiggono l’esistenza alla sua parodia diagnostica, come un esodo arrischiante da metodi pro(c)tocollari

Sono anche luoghi dove l’istanza di controllo o la premura invalidante hanno occasione di non rinunciare all’inquietudine della cura fino a  trascenderla  in prossimità confidente e cospirante

Sono anche il rimosso mai del tutto irremovibile, l’interrogazione senza più risposta definitiva, il contrappunto ‘vernacolare’ ( I. Illich) alla punteggiatura marziale e razioide d’ogni codice insilato

Da sempre e in ogni figura-sfondo che mi trovo a frequentare nell’intricato baillamme delle esistenze e convivenze dentro, fuori e soprattutto framezzo ai miei pluriversi,  m’ingegno allora di dislocami ab angulo, come ‘ovunque-dove’ inalienabile e ‘allorquando’ congiunturale, da cui la mia eccedenza abbia corpo e trascenda ogni faccendismo saturante e ogni inerzia essiccata, in forma di un riso che redime il senso del non senso e il non senso del senso mentre sacrifica il senso comune[39]

Tra ‘le genti del bel paese là dove ‘l ‘psy’ suona’[40]gli angoli vanno allora continuamente  reinventati a partire dalle piattezze e dagli allineamenti, e da essi lasciata levare quella risata che a me spesso morirebbe alla nascita ma che pure  ho imparato a sapere indispensabile come la mancanza per la creazione perché ancora accada che si torni a immaginare che altrimenti è possibile

Che sia una risata contagiosa, e re-susciti, presto

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Giancarlo Pera nota bio-bibliografica

Da manicomio a manicomio attraverso e oltre la manicomialità: dal 1974 al S. Maria della Pietà di Roma come studente interno all’(ex?)OP di Pergine Valsugana nel 2013 come Referente per la promozione della salute mentale nei Servizi e nelle comunità.

Quaranta e più anni attraverso eterotopie, distopie e atopie del pensiero e della pratica psichiatrica nei Servizi pubblici, ostinato istigatore d’alternative nonostante il suo essere psichiatra. Nato a Firenze nel 1953 ha lavorato nel Lazio, in Friuli, in Toscana e da tredici anni in Trentino, prima nel cuore del divertimentificio dolomitico, ora nella “città dei matti”. Responsabile di Centri di salute mentale è stato, inoltre, ideatore e Presidente di “E le alternative” associazione di promozione sociale.

Di sensibilità umanistica, di orientamento fenomenologico esistenziale, di natura “cane sciolto”, non separa mai la responsabilità professionale e organizzativa dalla militanza civile e politica (da sempre in Psichiatria Democratica liberamente partecipe, è nel suo Direttivo nazionale).

Autore di diversi contributi:

G.Pera e aa –  Cronicità e potere nelle strutture intermedie – Rivista sperimentale di freniatria – 1985 – Vol. CIX – fasc V –p.1018-1024

G.Pera – La competenza eretica in : Centottanta a cura di Emilio Lupo, Salvatore di Fede, Ed.Psichiatria Democratica, Marano di Napoli (NA); 2008 p.171-176

G.Pera – Il tappeto e la casamatta:abitare la soglia perché la crisi accada in: Paolo Tranchina, Maria Pia Teodori – Storie di vita storie di follia- Ed.DBA Associazione,                Firenze; 2009 p.283-285

G.Pera – Indifferenza globalizzata e comune differenza: per lo sguardo della parola  all’intercampo della cura Kasparhauser Rivista di cultura filosofica ISSN 2282-                   1031 _ Luglio / Settembre 2013 – n.5 ‘Rahamim.Lingua, terra, misericordia’

G.Pera – Vissi postuma, risorgo morente Kasparhauser Rivista di cultura filosofica ISSN 2282-1031_ Aprile / Giugno 2014 – n.8 ‘Corpo e spazio. A partire da                Francesca Woodman’

G.Pera – Immaginarsi altrimenti in salute mentale: tra le macerie, esercizi d’inciampo per  non giacere in : Mythanalyses postmodernes de la santé mentale / Mitanalisi postmoderne della salute mentale a cura di Orazio Maria Valastro Aracne Editrice, Roma; 2014

-numerosi articoli su stampa locale nei differenti luoghi di attività lavorativa

 

[1]   ‘il bricoleur, arrangiandosi con gli scarti, dà ai suoi materiali funzioni non previste per la produzione di un nuovo oggetto’  (f.jacob Evoluzione e bricolage, Einaudi, Torino 1978)

[2]   l’attimo in cui, all’interno della crisi, si crea il cambiamento

[3]   il manifestarsi epicritico, allarmante o sorprendente, di una condizione disfunzionale che però si è creata nel tempo a determinare le condizioni, magari prevedibili e prevenibili e predicibili, dello scarto intervenuto nella confortevole naturalità dell’esistente[3]

[4]  F.Nietzsche Sull’utilità e il danno della storia per la vita: Adelphi

[5]  Plotino, Enneadi. Mondadori Milano2002

[6]  si veda l’intera opera di E.Jabes

[7]  empirikos, da en- (‘che si muove nella’), peira (‘esperienza’)

[8]  che guarda  in profondità e con attenzione, a partire dal luogo dal quale osserva

[9]  affermazione del proprio fare professionale che prescinde dalla responsabilità della cittadinanza

[10] ‘la verità non è una sostanza dellecose. […]. Verità è una forma di organizzazione del materiale sensibile tale da permettercene l’uso’ (Cacciari, Krisis. Saggio sulla crisi del pensiero negativo da Nietzsche a Wittegenstein, Feltrinelli, Milano 1976)

[11] due possibili accezioni della misura: qualcosa che ha a che fare con un ordine caratterizzato da una sua oggettiva regolarità  a cui l’uomo si conforma o qualcosa che a fronte dell’incommensurabile, costringe l’uomo a trovare di volta in volta qualcosa che dòmini l’imponderabilità del mondo

12 il pragmatismo per conservare la sua attitudine antimetafisica e critica,  fatica a  prodursi in una pars construens per la quale manca di adeguato supporto fondativo

[13]  il dubbio nietzscheano: ‘il mondo ci appare logico perché prima noi stessi lo abbiamo logicizzato’ in F.Nietzsche La volontà di potenza, Bompiani, Milano 2000.

[14] secondo management, nel front office o nel back office, definito il budget , vista la mission, avuta la vision, in cerca del target per avere compliance ,considerati i report, conseguire i goals, senza perdere accountability, con ambizioni di leadership senza ignorare la partnership a garantire il network, magari community cared

[15] l’opposizione emic / etic in antropologia ( Marvin Harris The Nature of Cultural Things, New York, Random House, 1964) per distinguere emic come ottica del nativo da etic come ottica dell’osservatore, da gli stessi termini del linguista Kenneth L.Pike a partire dalle desinenze di phon-emics e phon-etics ( il sistema che descrive i suoni prodotti dagl organi della parola comuni a tutti gli uomini)

[16]  simulare significa appunto fingere di avere ciò che non si ha, così che tra chi ha o interpreta il potere e chi non lo ha o lo subisce, più che un mascheramento della realtà, si determina una realtà artificiosa, presentata come oggettiva, certa, sicura

[17] gli alessitimici come analfabeti dei sentimenti (Kets de Vries (1989).Alexithymia in organizational life: The organization man rivisited. Human Relations. Vol 42 (12) Dec 1989.), non riconoscono le proprie emozioni, e non sono quindi in contatto con i propri sentimenti, tanto da diventare molto disponibili alle pretese dell’organizzazione, alla quale assicurano un vantaggio considerevole

[18] di natura estranea cioè rispetto alla roccia nella quale sono incorporati,

[19] ‘una massa apparentemente inerte dimenticata da qualche parte, in un solaio, in una cantina, in una discarica, “ si ricordava ” a un tratto, sotto uno stimolo quasi sempre sconosciuto, di possedere energia, di non essere in equilibrio con l’ambiente(..)I contorni di questa stabilità fragile, che i chimici chiamano metastabilità, sono ampi(..) Ma è grande la tentazione di dilatare quei contorni ancor di più, fino a inglobarvi i nostri comportamenti sociali, le nostre tensioni, l’intera umanità d’oggi, condannata a vivere in un mondo in cui tutto sembra stabile e non è’ (Levi, P., L’altrui mestiere, Einaudi, Torino 1985.)

[20] la distinzione tra gaze («sguardo concentrato e prolungato») e glance («sguardo erratico e arbitrario») per la prima volta fatta da Norman Bryson (Vision and Painting. The Logic of the Gaze, Yale University Press, New Haven, 1983, attraverso la mediazione di Hans Belting, Per una iconologia dello sguardo, in Cultura visuale. Paradigmi a confronto Due Punti, Palermo, 2008,  e riportata all’ambiguità originaria

[21] Gilles Clement Manifesto del terzo paesaggio Quodlibet  Macerata2005

[22] nuova radicalità da radicitus: riprendendo la questione dal suo oriente e in un nuovo orizzonte di interrogazione perché a volte ciò che è originario riproposto nonostante il corrente e il corrivo torna ad essere originale

[23] ‘‘che cosa siano i paradossi dipende dal periodo storico, ed è riflesso nei nomi con cui essi sono stati chiamati. Per i greci erano paralogismi (contro la logica), cioè puri e semplici errori di ragionamento. Per i medioevali divennero insolubilia, cioè problemi insolubili o dilemmi inspiegabili. Per i moderni sono stati antinomie (contro le regole) o, appunto, paradossi (contro l’opinione corrente), cioè indizi di problemi del senso comune’ in Piergiorgio Odifreddi, C’era una volta un paradosso. Storie di illusioni e verità rovesciate, Einaudi, Torino, 2001

[24] ‘… e` un angolo di natura,bello ed ombroso; in esso si trovano almeno un albero (o parecchi alberi), un prato ed una fonte o un ruscello; vi si possono aggiungere, talvolta, anche ilcanto degli uccelli e i fiori; la descrizione piu` ricca comprende anche una tenue brezza’ in E. R. Curtius, Il paesaggio ideale, in Letteratura europea e Medioevo latino, a cura di R. Antonelli, La Nuova Italia, Firenze 1992

[25] dove il primo è  chiuso in griglie topologiche e scale..  , il secondo è aperto, ma vincolato da precetti e protocolli, il terzo, aperto e/o chiuso, è dismesso ma destinato ad essere prima o poi recuperato da una gestione regolata

[26] Cicerone (rep. 1,2,2; de orat. 1,57), irride i filosofi che disertano la vita politica e disputano in angulis

[27] nella filosofia antica è interrogare (. εἴρων «interrogante») fingendo di non sapere, o almeno esagerando, per reazione o per modestia, il proprio non sapere

[28]  I.Calvino Marcovaldo, Mondadori, Milano 1994

[29] indiscrezione della conoscenza e pudore della relazione; non tecnologia dell’accoglienza, abbecedario delle buone maniere, galateo del saperci-fare

[30] l’esposizione all’incertezza e all’interrogazione  fino  allo smarrimento a volte e allo sgomento, nel momento in cui ci s’ inventa una parola e un gesto imprevedibile, distillati dalle risorse limitate e dai limiti della contingenza,è in grado ancora di generare un piacere

[31] ‘via d’uscita dalla limitatezza e univocità di ogni rappresentazione e ogni giudizio. Una cosa si può dirla almeno in due modi: un modo per cui chi la dice vuol dire quella cosa; e un modo per cui si vuol dire sì quella cosa, ma nello stesso tempo ricordare che il mondo è molto più complicato e vasto e contraddittorio’ in I.Calvino  Una pietra sopra. Discorsi di letteratura e società, Einaudi Torino 1980

[32] quello all’annuncio che a lei e al suo compagno Abramo, Dio concede la grazia di un figlio (Gen. 18,9-15) e che non recede

[33] come nel trattatello dello pseudo Ippocrate ‘Sul riso e la follia’ opera in realtà di anonimo autore forse del primo secolo avanti Cristo, scritto sotto forma di lettere indirizzate a Ippocrate o da lui inviate

[34] M. Bachtin L’opera di Rabelais e la cultura popolare: riso, carnevale e festa nella tradizione medievale e rinascimentale, Einaudi, Torino 1995,

[35]I.Calvino Introduzione a Una pietra sopra. Discorsi di letteratura e società, in Saggi. 1945-1985 Mondadori, Milano 1995

[36] La bella époque inaspettata, in Saggi. 1945-1985

[37] distingue tra ‘sentimento del contrario’, proprio dell’umorismo e ‘avvertimento del contrario’, tipico della comicità; questo avvertito come estraneo così da indurre riso per la sua anomalia, quello tanto familiare da provocarci una qualche con-passione

[38] termine modaiolo qui usato a bella posta; la retorica efficientista, propria dell’ideologia manageriale, s’accompagna a quella scientista e alle sue ideologie dello specialismo e dell’evidenza

[39] ‘ben ch’io sappia che obblio/ preme chi troppo all’età propria increbbe/di questo mal, che teco /mi fia comune, assai finor mi rido’ G.Leopardi,Canti,‘XXXV la ginestra, o il fiore del deserto’, Mondadori,  Milano 1978

[40] Dante Alighieri Inf. XXXIII ‘rivisitato’

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