Lo stato della poesia italiana contemporanea: cronaca di una morte annunciata.

di Marco Nicastro

«Se alcun libro morale potesse giovare,

io penso che gioverebbero massimamente i poetici:

dico poetici prendendo questo vocabolo largamente,

cioè libri destinati a muovere l’immaginazione;

e intendo non meno di prose che di versi.

Ora io fo poca stima di quella

poesia che, letta e meditata, non lascia al lettore nell’animo un tal sentimento nobile,

che per mezz’ora, gl’impedisca di ammettere un pensier vile,

e di fare un’azione indegna».

Giacomo Leopardi – Operette morali

Giacomo_Leopardi_A-Silvia

Si sente dire spesso che la poesia non vende; un’affermazione forse banalmente lapidaria o superficiale, ma sostanzialmente corrispondente a verità. Si stenta a credere che un genere così nobile e ben rappresentato nella nostra tradizione letteraria possa subire un simile destino. In una nazione probabilmente unica al mondo per il valore dei suoi poeti, la gente non legge la poesia. Una situazione paradossale, oltre che sconfortante.

In questi ultimi anni mi ha accompagnato una costante riflessione intorno al leggere e allo scrivere poesia; inoltre, ho avuto modo di confrontarmi da vicino con certi meccanismi e tendenze che potrebbero essere collegati a questo penoso stato di cose. Da qui l’esigenza di delineare con questo breve contributo qualcuno dei fattori implicati nella suddetta situazione; alcuni di essi probabilmente affondano le radici in un lontano passato, altri forse sono un po’ più recenti e hanno a che fare con la mercificazione del testo letterario (e dell’opera d’arte in generale).

Partiamo da una prima considerazione: uno dei motivi per cui la poesia stenta ad avere presa sul pubblico contemporaneo è perché necessita di una particolare attività di riflessione – una sorta di sospensione temporanea della comprensione raziocinante e della spinta all’organizzazione controllata dei concetti – che invece non è richiesta nella lettura di generi letterari che fanno del susseguirsi razionale del discorso o dei fatti narrati la loro cifra peculiare. Questa necessità di riattivare un processo che potremmo definire “pre-razionale”, può scontrarsi con una tendenza cognitiva basilare dell’essere umano (molto potente e diametralmente opposta a quella): l’inclinazione alla «chiusura cognitiva», il cercare di comprendere qualcosa organizzando velocemente gli elementi percepiti in un tutto dotato di senso compiuto e privo di ambiguità. La poesia, invece, cerca di racchiudere in una manciata di versi un insieme complesso di idee, suggestioni e sentimenti a volte non facilmente decifrabili per l’autore stesso. Per far questo, e perché al contempo si realizzi una comunicazione efficace del contenuto, essa deve affidarsi anche a degli elementi che non sono così centrali in altri generi letterari. Mi riferisco in particolare alle metafore, alle analogie, e all’insieme delle modalità di resa del suono e di strutturazione dei versi che determinano l’effetto evocativo, più che semplicemente comunicativo, della poesia.

L’arte poetica solitamente non esplicita troppo, e se lo fa, cerca di comunicare anche altri significati che l’autore stesso non riesce a chiarire in una forma più razionale e comprensibile (o non ritiene necessario farlo), pur essendo essi così pregnanti nella sua esperienza psichica. La complessità del risultato finale di questa attività mentale ambigua e piena di tensioni contribuisce spesso a determinare la non immediata accessibilità del testo poetico (o di alcune parti di esso), aspetto che ha raggiunto livelli estremi in certe correnti poetiche del Novecento. Questa peculiarità del discorso poetico può risultare faticosa e dispendiosa in termini di risorse cognitive ed emotive – sia in fase di composizione per l’autore che di lettura e decodifica per il lettore – e mal si accorda non solo con la summenzionata tendenza cognitiva a chiudere velocemente il cerchio della propria attività di comprensione dei dati percepiti, ma anche con la marcata spinta, tipica dei nostri tempi, a porre obiettivi chiaramente valutabili in termini di risultati – potremmo dire di rendimento – anche per i processi soggettivi del sapere e dell’apprendere. Un rendimento inteso, nell’ambito dell’esperienza specifica della lettura, come chiarezza della comprensione raggiunta e come godimento e piacevolezza esperiti nell’immediato (in tal senso, davvero imbattibile diventa l’accattivante prosa “usa e getta” di certa narrativa commerciale). Queste tendenze mi pare abbiano invaso da tempo anche le nostre scuole, dove ormai da anni ci si preoccupa più di portare a termine un programma predefinito in tempi stabiliti, che cercare di trasmettere amore per il sapere e una sua acquisizione critica, aspetti e processi, questi ultimi, che richiedono necessariamente tempi più lunghi che non il semplice raggiungimento di un risultato di apprendimento quantificabile.

Nel caso specifico della poesia, avvicinarsi ad essa con lo spirito di “tradurre”, decodificare o “spiegare” i testi seguendo pedissequamente le relative note critiche – con lo scopo ultimo di valutare quanto gli alunni siano bravi nell’adeguarsi a questa procedura – è il modo peggiore, a mio avviso, di far prendere confidenza con la letteratura in generale e con questo genere in particolare; e soprattutto è uno dei modi più efficaci per far morire un eventuale nascente interesse per la lettura (ovviamente, una responsabilità non secondaria risiede anche nell’educazione familiare in cui spesso si nota un’assenza di incoraggiamento o di esempio alla lettura, specie nel nostro paese; ma sarebbe troppo dispersivo parlarne in questa sede).

Sarebbe invece bello e auspicabile che i ragazzi si avvicinassero alla poesia un po’ per gioco e un po’ per curiosità; che potessero scegliere alcuni componimenti di un certo autore (anche testi che non rientrano tra quelli canonicamente proposti nelle antologie adottate) sulla base della loro inclinazione, della loro sensibilità, della loro specifica curiosità; che partissero proprio dai quei testi per approfondire la poetica dell’autore, il suo inquadramento storico, le caratteristiche metriche e retoriche dei suoi componimenti, e altri aspetti che rientrano a buon diritto tra gli obiettivi di un comune programma scolastico. Piuttosto che attivare un po’ riduttivamente le capacità mnemoniche dei ragazzi relativamente a ciò che su un certo poeta hanno detto altri, sarebbe interessante proporre ad ogni alunno la possibilità di un confronto personale su testi che ha liberamente scelto, su cui poter esercitare il suo pensiero critico, le sue capacità di astrazione e di immaginazione, la sua capacità di formulare ipotesi interpretative. Un atteggiamento didattico di questo tipo andrebbe meritoriamente contro la tendenza all’omologazione e all’uso mimetico del sapere, insiti nella ripetizione di quanto in una cultura già è assodato. Non è questo, infatti, ciò che avviene quando si chiede ai ragazzi di parafrasare pedissequamente il testo di un autore o di studiare saggi critici di difficile lettura anche per un pubblico adulto più motivato e preparato? Mi pare non siano rari i testi di critica letteraria mal scritti, se si ritiene compito della prosa saggistica quello di trasmettere informazioni e concetti utili ad approfondire la comprensione di un certo argomento; testi spesso caratterizzati da un lessico desueto, da una sintassi più che contorta, da una ridondanza concettuale e da uno sfoggio di riferimenti letterari che non aiutano mai veramente a chiarire l’oggetto della trattazione. Mi pare si possa ravvisare in questa tendenza della critica accademica un’esigenza narcisistica di impressionare, di porsi ad un livello intellettuale nettamente al di sopra di quello del malcapitato lettore, un livello cui evidentemente solo pochi addetti ai lavori possono accedere. Le note critiche, le prefazioni, le corpose introduzioni che appesantiscono (anche fisicamente) molte raccolte di poeti della nostra tradizione più o meno recente si rivelano così probabilmente più utili al critico – come occasione per mostrare di avere le credenziali per stare a pieno titolo in una cerchia di pochi capaci di comprendere l’aulico gergo accademico – che al comune lettore, affinché possa comprendere e godere ancora meglio dell’opera letteraria. Tutti elementi, questi testé citati, che certamente annoiano e scoraggiano molti studenti, distanziandoli ancora di più dal testo letterario e dalla possibilità di una lettura gratificante di esso.

biblioteca

Al contrario, l’incontro con l’autore a partire da scelte e preferenze degli alunni potrebbe rendere decisamente più stimolante l’obiettivo generale del loro studio, più personale e coinvolgente il loro rapporto con l’opera. Potrebbe, ad esempio, far nascere una predilezione o una semplice simpatia per un autore creando una comunanza inaspettata di sensibilità e di vedute, potenziale stimolo per la ripresa delle letture a casa, in altri contesti, o in altri periodi della vita. Elaborare idee personali da comunicare e approfondire a scuola, idee che possono distanziarsi dalla riflessione critica prevalente (il cui approfondimento avverrebbe solo in un secondo momento), può dare ad un giovane studente l’occasione di veder considerato e valorizzato il suo modo di ragionare su un testo, il suo personale punto di vista (indipendentemente dalla sua correttezza), rinforzando la sua fiducia nella possibilità di trarre esperienze emotivamente positive dallo studio e dalla lettura di opere letterarie. E i testi poetici, proprio per la loro intrinseca polisemia, possono essere particolarmente adatti a favorire esperienze di questo tipo.

raboni_coverAl di là di queste considerazioni di carattere didattico, ritengo che alla crisi della poesia contribuisca anche la presenza di alcuni orientamenti prevalenti all’interno del poetare contemporaneo: da un lato quello di una poesia particolarmente prosastica nel lessico e nella versificazione, sulla falsariga di una tradizione nata, a partire dagli anni ’60, con poeti di diversa estrazione socio-culturale (si pensi alla cosiddetta Linea antinovecentista, o alla Linea Lombarda). Poesia della quotidianità che ridimensiona l’importanza del ritmo, della musicalità, dell’uso sapiente di certe figure retoriche o la qualità evocativa delle immagini utilizzate, e che fa dell’esplicitazione diretta dei contenuti, della descrizione prosastica della realtà e del tono discorsivo e colloquiale il suo tratto più distintivo. Una poesia talmente lineare, specie questa attuale, da divenire estremamente banale; che dice quello che dice lasciando poco all’immaginazione, dimentica delle potenzialità evocative della parola poetica. Dall’altro lato, ci si può imbattere in una poesia particolarmente artificiosa negli intenti, potremmo dire più accademicamente congegnata, a volte perfino somigliante, sulla base di una cattiva e stantia interpretazione della poetica avanguardistica, a un disordinato (e quindi sciatto) flusso di pensieri; una poesia capace forse di creare attraverso un uso “sovversivo” del linguaggio un effetto di sorpresa nel lettore, ma non di comunicare quella tensione emotiva, quel pathos autentico, quella profondità d’osservazione della realtà (intrapsichica ed esterna) che dovrebbero essere, a mio avviso, il vero motore della creazione poetica, capaci di determinarne il potere commovente. Una poesia lontana dalla possibilità di intercettare i sentimenti di chi legge per il suo ricercato sperimentalismo (che nella società attuale ha ormai perso il suo senso), forse collegabile più ad un’esigenza del poeta di riconoscersi all’interno di certe correnti letterarie che non al tentativo di esprimere autenticamente la propria voce (impresa ben più ardua, questa, che il giocherellare provocatoriamente con la sintassi di una lingua).

Così ci può trovare di fronte ad una poesia veloce, incalzante, frammentata, assolutamente priva di contenuti che non siano quelli connessi alla sua stessa frantumazione sintattica e semantica; oppure ad una poesia prosastica, scialba nel lessico, che vorrebbe un po’ snobisticamente (data l’illustre tradizione di riferimento) nascondersi dietro l’immediatezza di certe descrizioni del quotidiano, ma che non lascia altra impressione che di vuoto e di povertà contenutistica, di capacità introspettive e immaginative, di fine sensibilità di chi la scrive (mi verrebbe da dire: di narcisismo).

A queste considerazioni va aggiunto il fatto che, oggi più che mai, può risultare alquanto difficile per il comune lettore concepire la situazione dell’editoria italiana (specie per la poesia): innanzitutto perché ormai chiunque può pubblicare, essendo cresciuto esponenzialmente il numero dei piccoli editori che permettono di realizzare un libro dietro il versamento di un “contributo” in denaro, spesso non indifferente. Così, indipendentemente dalle loro qualità di scrittori, persone che dispongono di mezzi economici sufficienti per pubblicare con continuità nel tempo rimangono in qualche modo sul mercato, invece che essere bloccati da un onesto e imparziale lavoro di critica da parte dell’editoria (critica come “separazione”, in termini di scrittura, del buono dal resto). Anche altri, a dire il vero, riescono oggi facilmente a pubblicare al di là del merito dei loro scritti: semplicemente perché, magari, legati ad un contesto socio-culturale vicino all’editoria o all’università, oppure perché hanno raggiunto una discreta popolarità per altre attività non direttamente collegate alla scrittura. Il mercato si riempie così di libri che valgono poco, il panorama della poesia si impoverisce qualitativamente, e in un settore siffatto sarà più facile emergere per chi ha sufficienti agganci personali o risorse materiali per “imporre” il proprio scritto.

In questo desolante panorama sono ormai rarissimi gli editori (di solito piccoli) che si occupano con passione di poesia, capaci di investire tempo ed energie per promuovere seriamente un autore. Quasi sempre comunque, all’aspirante scrittore non resta che sobbarcarsi l’intero costo della pubblicazione, senza particolari garanzie se non l’invio di qualche copia a critici o organi di stampa, e con l’onere di organizzare eventi promozionali con le proprie sole forze. Il discorso, del resto, vale anche per le grandi case editrici che, rispetto agli editori più piccoli, avrebbero sì più mezzi a disposizione per garantire una maggiore promozione e diffusione ai propri autori, ma non accettando il rischio, o pensando essenzialmente al ritorno economico, finiscono per essere accessibili solo a scrittori che godono già di una certa popolarità oppure a persone che, per il loro specifico mestiere e ambito di provenienza, possono farsi forti di una rete di contatti in cui inserire efficacemente il proprio libro e “garantire” all’editore un certo numero di vendite. Chiaramente, si tratta di questioni commerciali che poco hanno a che fare con la valorizzazione di uno scrittore in base a effettivi criteri di qualità (tra l’altro, con un sapiente lavoro di editing e un’adeguata pubblicità, anche un testo mediocre può trasformarsi in qualcosa di appetibile per il pubblico). C’è da chiedersi quindi se l’editore non sia al giorno d’oggi essenzialmente uno stampatore, un grande tipografo che si interessa più degli aspetti di contorno di un’opera letteraria (editing, grafica, qualità dei materiali, marketing) che dei contenuti, della sostanza di un’opera.

Un accenno, a questo punto, andrebbe fatto anche all’ambiguo connubio tra mondo della poesia, ambiente universitario, critica ed editoria; probabilmente un’altra versione dell’atavica tendenza al conflitto di interessi che imperversa in svariati ambiti del nostro paese.

Capita spesso che critici attuali siano anche poeti (oltre che, magari, docenti universitari, redattori ecc). La loro attività poetica si esplica contemporaneamente, e con la stessa passione, all’attività di “critica letteraria” su blog, riviste, quotidiani più o meno importanti. A queste collaborazioni uniscono poi l’immancabile presenza nelle giurie di alcuni premi letterari, o la curatela di una collana di poesia, quando non siano direttamente a capo di una piccola realtà editoriale. Tutte queste attività permettono a costoro di acquisire un certo peso presso alcuni editori, specie quelli medio-piccoli per i quali ricevere qualche recensione positiva per i propri libri o la dovuta attenzione ai propri autori (ad esempio in occasione di premi letterari) potrebbero costituire elementi importanti per consolidare il proprio nome nel settore. Cosa non secondaria poi, il peso “politico” dei nostri critici-poeti si traduce nella possibilità di pubblicare facilmente i propri lavori proprio per quegli editori prima tenuti adeguatamente in considerazione e a condizioni di mercato assolutamente favorevoli (cosa invece impossibile per i “comuni mortali”); queste facilitazioni spesso finiscono per riguardare anche i loro amici e colleghi che aspirano ad una pubblicazione. Si crea chiaramente un circolo vizioso: chi ha già una certa rilevanza in ambito accademico-giornalistico-mediatico riesce a pubblicare senza particolari difficoltà spesso al di là dei suoi effettivi meriti artistici, sottraendo spazio, per quel poco che rimane, a chi cerca faticosamente di farsi conoscere o di accedere per la prima volta a questo settore. L’arte non si rinnova, perché caratterizzata dal predominio dei soliti noti e delle loro produzioni (che finiscono anche per imporre, in qualche modo, la loro concezione di poesia); chi vuole pubblicare in quest’ambito potrà farlo, se gli va bene, solo se disposto a pagare somme consistenti e con editori di scarso rilievo; alla lunga, stanti così le cose, la disponibilità economica, la visibilità acquisita in altri settori, il legame con certe realtà culturali o semplicemente un’amicizia con le persone “giuste” possono costituire i fattori decisivi per poter pubblicare con un buon editore, ottenere recensioni, farsi conoscere come poeta.

Una situazione, quella appena delineata (certo in modo solo parziale), non facile da accettare per chi crede ancora nella possibilità di leggere poesia autentica, per chi mantiene come riferimenti – giusto per parlare solo del periodo a noi più vicino – i più significativi poeti italiani del Novecento; quei poeti che hanno saputo comunicare, in modo originale nel loro specifico periodo storico, qualcosa di potente, capace, come diceva Leopardi citato in esergo, «di muovere l’immaginazione». Poeti che, attraverso un lessico ricco, una sintassi elegante e meditata, analogie e metafore incisive, ma anche grazie a un gioco consapevole e mai banale col verso, col ritmo e la sonorità della nostra lingua, sono riusciti a onorare il senso che ha sempre avuto la poesia: un trascendersi dell’uomo – dall’orrore e dalla banalità del quotidiano – verso consapevolezze più autentiche, più rare. Perché la poesia – mi si consenta qui un ultimo personale giudizio – pur potendo e dovendo andare oltre le parole (oltre la razionalità insita in esse) non può raggiungere la sua meta a prescindere da queste (come accade invece nelle arti figurative, o nella musica). E perché le parole siano in grado di evocare, di andare oltre la loro natura limitata e limitante, è necessario rispettare tutta la ricchezza sintattica, sonora e semantica di una lingua, se complesso, profondo, autentico – e meritevole d’ascolto – è ciò che il poeta pretende di comunicare a chi lo ascolta. La poesia è quindi una questione di sapienza nell’uso della lingua (di tecnica, ma non di tecnicismo) ed è anche – forse innanzitutto – una questione di sensibilità personale, intendendo con questo termine la capacità di cogliere degli aspetti di sé stessi e della realtà difficili da comunicare, tragici, mai banali, ma che allo stesso tempo riguardano profondamente molti di noi. Questa sensibilità e questa acutezza d’analisi che derivano certo da doti personali ma anche dalla specifica storia personale – quanto amore si è dato e ricevuto, quanto dolore e solitudine si sono patiti, eventuali esperienze particolarmente drammatiche vissute – non può insegnarle nessuno, a differenza di quanto accade con la tecnica del poetare o con la conoscenza della letteratura. E penso che possa consistere proprio in questo il vero decisivo elemento discriminante tra un poeta autentico e uno scrittore di versi; nella profondità di ciò che egli riesce a cogliere, al di là del linguaggio che usa (pur importante) e della tradizione letteraria a cui fa riferimento.

Marco Nicastro (Caltagirone 1979), psicoterapeuta ad orientamento psicoanalitico, vive e lavora a Padova. Ha pubblicato la raccolta di versi Trasparenze (Oèdipus, 2013) e, in ambito clinico, il diario Pensieri psicoanalitici (Arpanet, 2013). Collabora con le riviste culturali Hæcceit@s web e Kasparhauser. Suoi contributi sono apparsi su Psychiatryonline.it.

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