Oggettualizzazione. Di una lettura della persona umana nel rapporto con il sesso

di Alessandro Pizzo 

Una recensione

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Nella recente traduzione italiana del saggio Objectification, con il titolo di Persona oggetto, edito dalla Erickson di Trento[1], Martha Nussbaum sdogana il tema caro alla filosofia femminista della riduzione ad oggetto del corpo femminile, svelando come nelle dinamiche sessuali l’oggettualizzazione non corrisponda puntualmente ed inevitabilmente con la mercificazione del corpo altrui e come, piuttosto, nelle persone durante gli atti erotici pulsino ben altri moventi e ben altre personalità, non per forza negative e non per forza brutalizzanti la persona femminile o il ruolo sociale da essa giocata. 

L’oggettualizzazione deriva il suo attuale significato negativo dal privare le donne di «autoespressione e autodeterminazione» (p. 15), espropriandole della «propria umanità» (p. 15). Tuttavia, osserva la filosofa il termine oggettualizzazione è ambiguo e può facilmente generare «confusione» (p. 15), laddove, invece, non è affatto scontato che lo stesso fenomeno possa non avere risvolti positivi.

Martha Nussbaum desidera svolgere le sue riflessioni attingendo, però, alla letteratura moderna, e segnatamente a passi scelti di Lawrence, Joyce, Laurence St. Claire, Hollighurst e James.

Approfondendo il significato della oggettualizzazione, diviene possibile scoprire «che si tratta di un concetto non solo scivoloso ma anche molteplice» (p. 17) e ravvisandone inaspettate valenze positive. In genere, la sua percezione è negativa perché suggerisce spontaneamente un atto di brutalizzazione di qualcuno che viene ridotto alla condizione di mero oggetto, vale a dire «un essere umano viene ritratto e/o trattato come un oggetto, nel contesto di una relazione sessuale» (p. 24). Ma questa impressione è fuorviante dal momento che non approfondisce le molte sfaccettature della oggettualizzazione, non per forza riducibili a questa soltanto. Per la Nostra, cioè, vi sono ben sette modalità diverse di trattare una persona come se fosse un oggetto, ossia di riduzione alla dimensione oggettuale delle persone. Quel che bisogna chiedersi è sia moralmente corretto «trattare una cosa come se fosse un’altra» (p. 31), come un oggetto «ciò che è, di fatto, un essere umano» (31). Per MacKinnon e Dworkin ciò è sempre sbagliato, ma la loro analisi appare insoddisfacente dal momento che non approfondiscono la questione. Per Nussbaum, invece, sono sette i modi di oggettualizzazione che vanno presi in considerazione: 1) strumentalità, vale a dire il trattare «l’oggetto come uno strumento al servizio dei suoi scopi» (p. 31); 2) negazione dell’autonomia, vale a dire trattare l’oggetto «come privo di autonomia e autodeterminazione» (p. 32); 3) Inerzia/passività, vale a dire trattare l’oggetto «come privo di agency» (p. 32); 4) fungibilità, vale a dire trattare l’oggetto «come intercambiabile (a) con oggetti dello stesso tipo e/o (b) con oggetti di altro tipo» (p. 32); 5) violabilità, vale a dire trattare l’oggetto «come privo di integrità e di confini» (p. 32); 6) proprietà, vale a dire trattare l’oggetto «come qualcosa che è posseduto da un altro» (p. 32); 7) negazione della soggettività, vale a dire trattare l’oggetto «come qualcosa la cui esperienza e i cui sentimenti (seppur ve ne siano) non devono essere presi in considerazione» (p. 32).

Trattare le cose come oggetti non rientra nel significato proprio della oggettualizzazione la quale, al contrario, ha luogo nel momento in cui si tratta come una cosa «qualcosa che in realtà una cosa non è» (p. 33). Ed è normale trattare le cose inanimate come degli oggetti, vale a dire privi di auotonomia, strumenti per le nostre intenzioni, enti inerti o passivi, privi di soggettività, delle nostre proprietà, e così via. La questione, piuttosto, è chiedersi se sia lecito operare alla stessa maniera con le persone, sia pure all’interno di un contesto di pratiche preciso e delimitato, come quello della relazione sessuale. Pertanto, può parlarsi di oggettualizzazione se, e solo se, si tratta «un essere umano in uno o più di questi» (p. 34) sette diversi modi.

In realtà, il termine oggettualizzazione è «un termine-contenitore relativamente approssimativo» (p. 35), applicando il quale «giudichiamo talvolta una di queste caratteristiche come sufficiente benché più spesso sia presente una pluralità di caratteristiche quando il termine viene applicato» (p. 35). A ben guardare, allora, l’oggettualizzazione ha luogo in sette modi diversi, ciascuno distinto da e non implicante tutti gli altri.

nussbaumTuttavia, Nussbaum ritiene che, al riguardo, l’autonomia sia «la più esigente fra le nozioni» (p. 40) del suddetto elenco. La ragione di ciò è chiara: il discrimine morale del trattare come oggetti le persone discende appunto dal riconoscimento o meno della sua autonomia in quanto persona. Se procediamo a sua oggettualizzazione, vale a dire a trattarla come un oggetto fungibile per i nostri scopi, negandole autonomia, non la consideriamo come una persona in quanto tale, ossia fine a sé stessa, ma come un oggetto in funzione dei nostri scopi, ossia come uno strumento di soddisfazione narcisistica. Al contrario, trattare «un oggetto come autonomo sembra implicare il fatto di trattarlo come non strumentale, come non semplicemente inerte, come non posseduto e come qualcosa i cui sentimenti non possano non essere presi in considerazione» (p. 40). Se così è, la Nostra apre all’oggettualizzazione come fungibilità «nel senso limitato di trattare come fungibile con altri agenti autonomi» (p. 40). Peraltro, corrispettivo teorico del riconoscimento dell’autonomia dei soggetti è la strumentalità, vale a dire l’evitare di trattare gli oggetti «come strumentale» (p. 42), piuttosto che come cose in sé. D’altro canto, può riconoscersi senza difficoltà come «il trattamento non strumentale di esseri umani adulti implica il riconoscimento dell’autonomia» (p. 48). Ma questo basta a sconfessare il dogma femminista del biasimo nei confronti dell’oggettualizzazione tout – court perché, a certe condizioni, trattare come oggetto non significa ridurre le persone a mere cose. La strumentalizzazione senza riconoscimento dell’autonomia è, comunque, sempre deprecabile dal momento che ciò «implica la negazione di ciò che è fondamentale per loro in quanto esseri umani» (p. 50), vale a dire «lo status di esseri che sono fini in se stessi» (pp. 50 – 1). È tale negazione (dell’autonomia) che fa scaturire le «altre forme di oggettualizzazione» (p. 51), logicamente non implicate dalla stessa. E tuttavia, dunque, ad essere problematico non è «la strumentalizzazione di per sé, bensì il fatto di trattare qualcuno come principalmente  o esclusivamente come uno strumento» (p. 51). Ne deriva, di conseguenza, che è centrale la relazione umana al cui interno si realizza l’oggettualizzazione. Per meglio precisare i molti modi comportati dalla oggettualizzazione, il «contesto della relazione» (p. 51) appare fondamentale.

Il punto di partenza delle analisi di MacKinnon e Dworkin è nettamente kantiano nel senso che il desiderio sessuale, essendo una forza molto forte, porta a trattare le persone «come se fossero cose» (p. 53), «non come fini in se stessi, ma come mezzi o strumenti per la soddisfazione dei propri desideri» (pp. 53 – 4). Sembra che Kant paventi il rischio del venir meno del «rispetto per l’umanità» (p. 55) perché, annebbiati e confusi dal piacere dei sensi, «non si riesce a vedere l’altra persona se non come uno strumento al servizio dei propri interessi» (pp. 55 – 6), una serie disarticolata di parti corporee «strumenti utili per il proprio piacere» (p. 56), e finalizzati comunque alla realizzazione dell’atto erotico. Per il femminismo in generale, e per MacKinnon e Dworkin in modo particolare, dal sesso come pratica oggettualizzante hanno da perdere solo le donne, le quali subirebbero «una confisca di umanità» (p. 59), ridotte ad oggetti (per il piacere altrui). Ma le cose non stanno per forza così e solamente entro questi termini. Infatti, a seconda del tipo di relazione sessuale in atto anche gli uomini possono subire la medesima oggettualizzazione da parte di terzi. Nulla spinge a circoscrivere alle donne il ruolo di vittime della pratica di ridurre le persone ad oggetto.

In ogni caso, comunque, e scorgendo in ciò proprio una precisa radica kantiana, Nussbaum ritiene che il nucleo centrale delle riflessioni di MacKinnon e Dworkin «sia costituito dalla strumentalità» (p. 59) da intendere nei termini di «negazione dell’autonomia e della soggettività» (p. 59). Per Kant la soluzione al rischio oggettuante del sesso è il matrimonio che rimuove la possibilità di negare il «reciproco rispetto» (p. 60). Tuttavia, se Kant sembra non preoccupato dalla natura asimmetrica della relazione coniugale, MacKinnon e Dworkin al contrario considerano la gerarchia la «radice del problema» (p. 61). Infatti, la mancanza di rispetto, che porta all’oggettualizzazione, non è «una caratteristica della sessualità in se stessa» (p. 61), è «creata da strutture asimmetriche di potere» (p. 61). Ma il problema principale che è possibile riscontrare nelle analisi di MacKinnon e Dworkin è l’indistinzione tra «i differenti aspetti del concetto di oggettualizzazione» (p. 62). E d’altra parte, «in materia di oggettualizzazione, il contesto è tutto» (p. 67). A tal proposito, Nussbaum si giova principalmente della prosa di Lawrence nel quale l’oggettualizzazione «è legata frequentemente a un certo tipo di riduzione delle persone a parti del loro corpo» (p. 73). E tuttavia, anche se ciò, in genere, sconfina nella cancellazione di individualità nelle persone così ridotte ad oggetti, bisogna anche osservare come vi sia «la completa assenza di strumentalizzazione» (p. 75), così come «l’oggettualizzazione è simmetrica e reciproca» (p. 75). L’assenza di strumentalizzazione e la perfetta simmetria e reciprocità nell’oggettualizzazione compiuta durante il contesto erotico in Lawrence è, pertanto, una consapevole e volontaria «rinuncia all’autonomia» (p. 76) che, concepita in tali termini, «è gioiosa» (p. 76). Pertanto, questa possibilità contrasta con la concezione femminista secondo la quale la strumentalizzazione, per modalità unica di relazione maschile al corpo femminile, è di per sé un male. Esistono, piuttosto, e in stretta relazione al correlativo contesto d’uso o di realizzazione, delle valide alternative, diciamo, positive. Se entrambi i partner rinunciano pariteticamente a sé stessi nella fusione oggettuale della relazione sessuale, l’oggettualizzazione non è per forza, e automaticamente, negativa. Almeno per come il rapporto erotico viene descritto, e concepito, da Lawrence. In quest’accezione, anche la fungibilità «può non essere affatto deumanizzante» (p. 77) e coesistere «con un assoluto riguardo per l’individualità della persona» (p. 77).

Tuttavia, ciò non significa che non siano presenti aspetti critici nella prosa di Lawrence. Infatti, la Nostra non esita a commentare che «la retorica romantica di Lawrence della natura e della conoscenza di sangue è probabilmente ingenua» (p. 82) dal momento che «sottostima la profondità della socializzazione» (p. 82) e «della consapevolezza cognitiva» (p. 82) della vita sessuale. Così, aggiustata, la teoria di Lawrence, pur non convidendola appieno, può venir difesa dagli strali di MacKinnon e Dworkin, anche perché consente «più spazio per la negoziazione e la costruzione personale» (p. 82).

Lo stesso non può dirsi di Joyce o di Hankinson  ove l’oggettualizzazione erotica è fine a sé stessa e non consente alcuna apertura a spazi di umanità consapevole e volitiva.

La critica ad ogni denigrazione lesiva della dignità femminile conduce MacKinnon e Dworkin ad attaccare anche la celebre rivista patinata Playboy. Ma, osserva Nussbaum, quel che viene oggettualizzato non è la donna, ma solo un’«esibizione presuntuosa» (p. 98) di uno status, una condizione sociale associata ad un (presunto) «potere sessuale» (p. 99). Così, la Nostra ritiene che Playboy eserciti «una cattiva influenza sugli uomini» (p. 100), e ciò va tenuto in debita considerazione quando ci si propone il problema educativo.

Ma, e tornando agli esempi letterari cui Nussbaum attinge per documentare la propria prospettiva, il caso di Hollinghurst «presenta un’affascinante ambiguità» (p. 101). Egli prospetta, cioè, una «fungibilità sessuale» (p. 101) che descrive un’erotizzazione delle relazioni umane come promiscuità che fonde la dimensione corporale. Così vista, l’oggettualizzazione di questa variante gay «simbolizza e genera un tipo di fondamentale parità» (p. 101) tra soggetti adulti che, consapevolmente, decidono di rinunciare alla propria individualità, umanità, integrità per divenire parti finalizzate al soddisfacimento sessuale reciproco. Per Mohr questa fusione di soggetti in una massa anonima è una perfetta metafora della democrazia moderna, ma resta il problema di fondo: come la mettiamo con la fungibilità? In effetti, la «connessione tra fungibilità e strumentalità è approssimativa e casuale invece che concettuale» (p. 105), non appare, detto altrimenti, adeguatamente discussa ed analizzata. Emerge più come una suggestione letteraria che come frutto di elaborazione consapevole. Per dirla altrimenti, «si può veramente trattare qualcuno con il rispetto e l’attenzione richiesti dalla democrazia se si fa sesso con lui nello spirito anonimo della descrizione di Hollinghurst?» (p. 105).

Invece, la Coppa d’oro di James è, per Nussbaum, «il brano più sinistro» (p. 105) perché «descrive più chiaramente una strumentalizzazione delle persone moralmente riprovevole» (p. 105).

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Una lettura critica

Per Nussbaum, la «deumanizzazione e l’oggettualizzazione delle persone possono assumere molte forme» (p. 106) e non è affatto scontato che il loro nucleo «sia sessuale» (p. 106), o, piuttosto, che «il suo motore principale sia l’educazione specificamente erotica degli uomini e delle donne» (p. 106). E tuttavia bisogna comunque distinguere. V’è «un’oggettualizzazione moralmente maligna senza che vi sia alcuna particolare relazione al sesso, o perfino ai ruoli di genere» (p. 107). Detto altrimenti, la negazione dell’autonomia e la negazione della soggettività «sono eccepibili se persistono nel corso di una relazione adulta» (p. 110), ma quando sono parti «di una relazione caratterizzata dal mutuo rispetto, possono essere appropriate o perfino addirittura meravigliose» (p. 110). Parimenti, trattare «come fungibile è sospetto quando la persona che riceve tale trattamento viene da un gruppo che è stato frequentemente mercificato e usato come uno strumento o un premio» (p. 110). Se abbiamo qualche motivo per sposare la tesi di MacKinnon e Dworkin, per le quali «la gerarchia sociale è alla radice della deformazione del desiderio» (p. 111), la letteratura ci mostra però «che la deformazione è più complicata» (p. 111). E, per di più, non sappiamo «quanto sia centrale il desiderio sessuale in tutti questi problemi di oggettualizzazione e mercificazione in confronto, ad esempio, alle norme e alle ragioni economiche che costruiscono potentemente il desiderio nella nostra cultura» (p. 111).

Proprio quest’ultimo accenno potrebbe costituire una debita critica alle riflessioni precedenti. Tuttavia, desidero non essere eccessivamente zelante al riguardo e concedo pure la bontà prossimale all’analisi appena conclusa. Intendo dire che è sicuramente vero che la riduzione delle persone ad oggetti sia possibile in molti modi e all’interno di tanti contesti diversi, e non riducibili gli uni agli altri, come è altrettanto vero che specifiche dinamiche di realizzazione del rapporto sessuale danno luogo a forme di oggettualizzazione. Nello stesso tempo, però, dobbiamo essere consapevoli del fatto che queste ultime sono declinazioni parziali e, per così dire, “locali” di orientamenti mercificanti di natura sicuramente più generale.

E questo basterebbe per ri-orientare la sensibilità espressa nelle presenti note riconducendo il sesso alla sua posizione parziale nell’economia generale dell’umano. Questo è, sotto ogni punto di vista, il limite principale alla presente analisi a alla riflessione più generale di Martha Nussbaum, vale a dire la sostanziale ambiguità nei confronti della nozione di umanità[2] e la sua problematica derivazione dalle valutazioni morali sulle qualità che si ritengono importanti per la vita umana[3]. Ma il problema più rilevante, a mio sommesso parere, è la concezione di bene adottata dalla Nostra come le «possibilità di esercitare le capacità proprie dell’uomo»[4], non in riferimento alle conseguenze pratiche della stessa, sotto molti aspetti positive, ma per il vago riferimento alla dynamis aristotelica, peraltro recepita senza adeguata storicizzazione. Ma questo è un difetto tipico di quella «ripresa della filosofia pratica»[5] degli anni ’60 e ’70 del secolo scorso.

Tuttavia, nello stesso tempo, penso che sarebbe del tutto ingeneroso limitarsi a questa critica nei confronti dell’impegno profuso dalla Nostra, alla quale va comunque il merito di aver illuminato l’asimmetria nelle relazioni dei rapporti umani, e la conseguente nascita di nuove frontiere nella teoria della giustizia[6].

Alessandro Pizzo è Dottore di Ricerca in Filosofia presso l’Università degli Studi di Palermo. I suoi campi di ricerca sono la filosofia morale, la filosofia del diritto, la filosofia delle norme e la razionalità pratica. Autore di diverse monografie e di diversi saggi presso riviste telematiche, è attualmente impegnato professionalmente, oltre che felicemente, nel mondo della scuola.

Note 

[1] Cfr. M. C. Nussbaum, Persona oggetto, Erickson, Trento, 2014.

[2] Cfr. P. Bernardini, Uomo naturale o uomo politico? Il fondamento dei diritti in Martha C. Nussbaum, Rubettino, Soveria Mannelli, 2009, pp. 16 – 7.

[3] Ivi, p. 41.

[4] Cfr. S. Mocellin, Ripartire dalla “vita buona”. La lezione aristotelica in Alasdair MacIntyre, Martha Nussbaum e Amartya Sen, Cleup, Padova, 2006, p. 136.

[5] Cfr. B. Centrone, Prima lezione di filosofia antica, Laterza, Roma – Bari, 2015, p. 184.

[6] Cfr. M. Nussbaum, Le nuove frontiere della giustizia. Disabilità, nazionalità, appartenenza di specie, Il Mulino, Bologna, 2007, p. 22 e sgg.

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