“Delle stelle l’occaso, e nell’incontro, l’oriente: de-siderare (?) d’esser-ci”

Di Giancarlo Pera 

“Perché noi occidentali crediamo nelle stelle e negli oroscopi che cadono dalle stelle

e abbiamo dimenticato che i nostri gesti lenti, agili o violenti

modificano le stelle, il loro equilibrio, la loro luce, il loro giro?”

Umberto Galimberti, 1989

palomar

Albrecht Dürer, Il disegnatore della donna sdraiata, 1538, immagine voluta da Italo Calvino per la copertina di “Palomar” (1983)

Avevo lasciato Palomar, dramatis persona che ‘di ciò che sa diffida’ nel mentre che ‘ciò che ignora tiene il suo animo sospeso’, sulla sua sdraio, in una ‘bella notte stellata’ che ‘soverchiato, insicuro, s’innervosisce sulle mappe celesti come su orari ferroviari scartabellati in cerca di una coincidenza. (…) contorcendosi verso sud o verso nord, ogni tanto accendendo la lampadina e avvicinandosi al naso le carte che tiene dispiegate sui ginocchi’.

Ora ‘sulla spiaggia buia’ la sdraio è vuota e in un là dove non so, magari dovunque, davanti allo schermo del pc, Palomar un occhio all’iPod e l’altro alla cam, una mano sul mouse e l’altra sul tablet lascia che la stampante laser  fascicoli e impili  mappe d’ogni sorta nonostante lui, e che lui non confronta più con la ‘volta celeste…dovendo riaggiustare la sua vista ogni volta’

‘Il cielo … tutto cambiato notte per notte e anno per anno’  non ha più occasioni di ri-velarsi nel suo cambiamento e di suscitare in Palomar inquietudine e meraviglia

Ora non c’è più nemmeno quella ‘piccola folla che sta sorvegliando le sue mosse come le convulsioni d’un demente’, e la demenza dei suoi sentimenti e l’anestesia dei suoi pensieri si consumano nella solitudine del collegamento globale

Immerso senza soluzione di continuità nei corto circuiti subentranti dell’afferramento e dell’appropriazione, è egli stesso feticcio, infisso in un silenzio ruminante di macchine tronfie di bits e diafane d’inconsistenza fisica , mimetizzato in un vocio afono di pseudonimi, divorato da un impellenza senza contesto né  interrogazione, ibrido post-umano gremito di protesi di cui il nostro corpo diviene a sua volta appendice[1]

Satollo della tecnologia che lo solleva dall’imbarazzo della sua miopia[2], la luminosità cui si espone non è più quella delle stelle ma dei pixel, tetragono alla inanticipabilità della contingenza, la curiosità che alludeva al pensiero progettante ed esercitava l’agire orientato[3], è formattata ormai nel sine-cura ossimorico della privacy cosmica che all’ossessione della sicurezza associa il voyeurismo epidemico[4]

Palomar non guarda più alle stelle: le ignora, anzi non riconosce più di sapere che esistano

Perduta ogni possibilità di tornare ad esse, egli non de-sidera più come faceva distogliendo da esse lo sguardo il tempo appena di cercarne con tensione rinviante l’irreperibile corrispondenza, piuttosto di-nega quella pro-tensione di conoscenza che lo animava fino a farlo apparire eccentrico e che invece era la sua cifra di umanità dall’oscurità della quale, in uno scarto di spazio e di tempo incolmabile, scopriva l’imprevedibile e l’incalcolabile come condizioni vitali della sua singolarità[5]

Una semiosi tecnologica e tecnocratica in cui la recisione[6] del ‘de-‘ o degli ‘in-‘ privativi non permette più il dis-orientamento che induce alla ricerca cognitiva e all’esperienza est-etica e consente l’espansione di  una dimensione a-conflittuale di normotipia iperadattiva e conformista, che include anche l’anticonformismo che strania da sé stessi per paura dell’esclusione[7]

La dimensione sociale dell’individuazione, incarnata (embodied), relazionale (embedded), estesa al mondo (extended), che si esprimeva come conflitto nella continua ri-fondazione  della possibilità dell’Altro di esistere anche nell’opposizione, portatore di una prospettiva autonoma e competente  altrettanto sensata della nostra e non riducibile ad essa[8] , appare preclusa

Se dovessi incontrare Palomar oggi, smaterializzato (dis-embodied), deterritorializzato, (un-extended), irrelato(dis-embedded), forse non rinuncerei ad attirare ancora la sua attenzione per dis-incantarlo dal dispositivo che lo seduce, e sottrarlo alla complicità che intrattiene con il discorso tecnologico, del quale subisce la fascinazione “sirenica” e il potere pervasivo come dispositivi di appropriazione sequestrante  che manipolano i suoi desideri illudendolo della loro onnipotenza ma assoggettandolo ad essi, prosumer lui della sua stessa soggezione.

Possiamo infatti non dover subire questo asservimento fatale.

Lo possiamo solo se e quando mettiamo in crisi la credenza di avere garantita soddisfazione dei nostri desideri s-terminati[9] e ne riproponiamo invece la tensione tra il sempre troppo distante (stelle) e l’ancora troppo ravvicinato (mappa), che se non si danno l’uno senza l’altro, altrettanto mai sono definitivamente corrispondenti

Lo possiamo se immaginiamo e sperimentiamo quella tensione che non può non dolere, ma di un dolore felice, perché in quanto inabile ad appropriarsi dell’indefinito, dalla sua inafferrabilità ha motivo di risvegliarsi alle contraddizioni del reale bruscamente sì, ma con qualche piacere, ponendo un’ipotesi est-etica che valga anche nella più severa alienazione che condanna il desiderio a manifestarsi unicamente per insaziabile appropriazione e smisurato controllo

Se e quando osiamo sabotare i dispositivi di cattura e separazione che ci sequestrano e ci convochiamo ad agire in maniera ‘originale’ perché impegnata a contrastare l’abbandono corrente e corrivo all’esistente, evochiamo altresì situazioni ‘originarie’, ospiti (ospitanti e ospitati) di quelle molteplici e differenti possibilità che come inducevano a qualche turbamento l’occhiuta[10] strategia di recensione del Palomar di Calvino, ancora potrebbero inaugurare orizzonti  plurali, instabili  e contraddittori certo, come ‘instabile e contradditorio’.. il sapere trasmesso  da quell’ osservazione delle stelle …. tutto il contrario di quello che sapevano trarne gli antichi’, e proprio per questo ulteriori ad ogni evidenza presunta, ad ogni consuetudine pragmatica o convinzione teorica

Inappagati finalmente, a partire  dalla rinnovata inafferrabilità definitiva e totale del senso, possiamo porre un’ipotesi di mancanza de-siderante che, nel momento in cui distoglie lo sguardo incantato dalle stelle e con le stelle comunque ha a che fare, si apre, anzi ‘ci’ apre come ferita[11] che s-chiude l’aderenza assoluta dell’autosufficienza ed esige ‘cura’ che non sia però fornitura di soddisfazione immediata né miraggio d’immunità[12] abbandonica, entrambe ipotesi di ricomposizione illusoria, perfino ingannevole di assolutezza e autoreferenzialità[13]

La condizione di soggetto ‘non immune’ anzi ‘contaminato’ (Pulcini) è infatti quella di chi ha nell’Altro la sua occasione di ex-sistere[14] e con-sistere (fino alla consapevolezza della propria intima e molteplice Alterità)[15] e nella cura dell’Altro (non oblativa) e nell’attraversamento dell’Altro (non utilitaristica) la condizione della propria singolarità, ancorché vulnerabile in quanto interdipendente, e della propria attiv’azione, come potenza di agire[16]

Un’alter’azione dell’Altro che se è “desiderio dell’alterità” (Remotti) come processo conoscitivo che non assimila l’Altro al Noi, ma che attraverso l’Altro modifica il Noi, al fondo, fuor di qualsivoglia utilità e opportunità, inventa l’incontro e annuncia la comunità

Il potere come possibilità di con-passione[17] (passione ragionevole e ragione appassionata in con-versazione ) e piacere di con-possibilità ( possibilità di qualcosa a farsi insieme ad altra cosa nelle condizioni di ex-sistenza e convivenza), agiscono con effetto  di reciprocità[18] (che ci consente di governare il conflitto tra assimilazione violente e alienazione mimetica) e di temporaneità (che ci evita il destino della cronicità e l’evitamento della crisi), caratteri propri dell’ospitalità

Potere e piacere di ospitalità si propongono da subito in una dimensione co-munitaria[19], capace quindi di valenza pubblica e politica ma con attitudine alla con-vivenza sempre conflittuale dei quotidiani sensibili e degli immaginali progettanti, di cui essere responsabili fino al sovvertimento delle forme di sociazione conformata (anche quelle dell’anticonformismo di maniera) e all’auto-sovversione delle proprie confortevoli certezze

C’è nei fatti uno s-fondo sa­cri­fi­ca­le in questo come in ogni tentativo di mantenere o recuperare le­game so­cia­le, che implica  una perdita di godimento immediato e la rottura di ogni fissità imperturbata e imperturbabile, mantenendoci in un processo di attiv’azione di presenza e relazione con i contesti

Quando le liturgie secondo la quale si officiano i riti ispirati ai nuovi miti d’identificazione (si pensi solo all’ingiunzione  d’essere imprenditivi di sé stessi con l’obbligo allo stesso tempo e modo della sudditanza al pensiero unico)[20], vengono  sottoposte a eccedenze in-pertinenti e  dis-attaccamenti tra(n)s-versi, allora contesti di consapevolezza, di storicità e di socialità inediti possono affiorare ri-specchiando co-stellazioni immaginali[21], e nella latenza tra gli uni e le altre può ri-echeggiare un “discorso della speranza”[22] (Cozzi e Nigris) che all’immanenza della scelta non  sottragga  il tratto eretico della trascendenza

Prima però, e piuttosto che, lo spazio concreto delle scelte  torni a ri-chiudersi in spazio ideologico (l’immaginario come ideologia di ricambio dell’ordine sociale (social fantasy)) che finge di lasciare spazio all’esperienza[23] fra l’angustia afflittiva di ἀνάγκη e la vastità caotica di τύχη, ma che di fatto la  impedisce ogni volta con l’alibi della contingenza sfavorevole e della promessa indulgente ), è possibile magari osare un’ eterologia, che a partire da essotopie resistenti contrappunti il pratico inerte di eventi trascendenti (in non ancora visto..udito..detto..pensato..fatto..)[24]

Questa eterologia[25] non occorre disponga  di una tecnologia, con procedure, e protocolli annessi, che prefiguri una tecnocrazia  e suggerisca un ortodossia e un ortopedia come proiezioni autosufficienti e omologanti della pretesa di estraneità al conflitto del singolo fino al suo isolamento in una comunità impossibile che sia proiezione di quel presunto, presuntuoso e pretestuoso ‘fare a meno’ del conflitto

Piuttosto si giova di un avvicinamento del pensiero all’azione e ancor più del pathos al pensiero in un movimento di sovversione che sia prima di tutto auto-sovversivo del proprio hortus conclusus

E’ ‘le saut déraisonnable’ che rompendo il patto consociativo dell’armistizio e della pacificazione, apre, attraverso l’ est-etica contaminata dalla “negatività”[26] ad un legame sociale che faccia a meno dell’ossessione securitaria e dell’ideologia identitaria e si esponga al rischio di ‘utopie’ e ‘ucronie’

Il problema più attuale non è l’indebolimento del legame sociale, bensì la sua impraticabilità per effetto della rimozione del conflitto

Il richiamo mantrico al ‘fare’ che traduce l’affanno con(pro)sumeristico a sospendere il logos ed evitare il pathos,  non può più eludere la necessità di una distinzione  tra l’angustia adempitiva del fare-operare, tutta interna ai vincoli di una prospettiva omologata all’ accumulazione  di  feticci, che reificano il desiderio, e l’apertura innovativa del  fare-agire, che ha a che fare con il potenziale creativo  dell’esperienza, anzi dell’ex- per- ire [27]

Il fare-agire come pratica pensante che interviene sul ‘pratico inerte’, vischioso per accumulo di risposte orfane di domanda, per esubero di soluzioni in cerca di problemi, per fagocitazione magmatica della differenza nella totalità,[28] induce una revisione del rapporto conoscenza-azione secondo un’accezione creativa di entrambe, per cui la conoscenza non si limita a confermare il vedere teoretico e a corrispondervi, ma s’annuncia come co-naissance del praticamente vero che contempla  l’esperienza del desiderio, ma non quello metafisico (Girard) al tempo stesso cosificato e senza riferimento all’oggetto concreto, mantenuto in vita dall’ identificazione illusoria e mimetica di chi se ne satura, ma quello microfisico, interstiziale e connettivante, enzimatico e generativo che rifonda quella mancanza come antidoto alla saturazione[29]

Si tratta di recuperare un lavoro artigianale di tessitura secondo nodi, fili (e beanze però)[30] del rapporto tra τέχνη e ποίησις caro ad Heidegger (“la téchne appartiene alla produzione, alla poeiesis; è qualcosa di poetico (Poietisches))”[31] e che Bataille enfatizza: “poesia può essere considerato come sinonimo di dépense: esso significa, infatti, nel modo più preciso, creazione per mezzo della perdita”

τέχνη e ποίησις sono due modi del ri-velamento artigianale che sa rendere manifesto ciò che si nasconde e che nasconde ancora, in questa danza desiderante tra assenza e ricerca, tra presenza e fuga, tra riconoscimento e meraviglia, che per essere anche solo intravista presuppone esercizi fenomenologici di Erfahrung[32], Wanderung[33] Begehren[34]

Non si tratta di ridurre la quantità di desideri, magari fino all’inclusività famelica del desiderio unico o al desiderio totipotente di pensiero unico, ma di inventare invece modi innovativi[35] di desiderare che a partire da una fenomenologia dell’assenza,  nello scarto tra la loro curvatura deficitaria (mancanza d’essere)[36] e la loro piega euristica (mancanza ad essere)[37], ancor prima e perfino dopo che siano sottoposte al presidio ortesico della congruità e della compatibilità, intercettino, generino o promuovano desideri[38] temporanei e locali, parziali e nomadi che in assenza appunto del soddisfacimento immediato che satura ogni mancanza e/o della perdita dell’Altro, educhino al  piacere del desiderio’[39],, “ nella paziente modestia di considerare ogni risultato come facente parte di una serie forse infinita di approssimazioni”[40]

Approssimazioni che non originano da sciatteria, più probabile nella routine, ma da un avvicinamento curioso che non si rassegna ad essere surrogato dalla proliferazione di risposte preconfezionate e assemblate in immaginari[41] globalizzati ‘pret a porter’ ‘to take away’, ed accentua piuttosto la visionarietà del desiderio, sottraendolo alla tentazione dell’appagamento predatorio e sfidandolo alla frequentazione del possibile impossibile, secondo una vera e propria drammaturgia ancorché delicata e vulnerabile perché soggetta “all’appello inatteso dell’altro” (Levinas), al suo riconoscimento e al suo misconoscimento

Cominciare ad immaginare ciò che si desidera perché ne siano poste le condizioni e le situazioni[42] lo contemplino, attraverso una “finzione” che sia nuova creazione di ciò non è stato costruito né mai vissuto e proprio come assente rende ragione della nostra presenza[43], introduce l’opportunità di  un ‘come se’ creativo come “costruzione di oggetti possibili” (Borutti)[44], organizzatori di senso che riguardino “ambienti interi (…) introducendovi tagli, catture, desiderio sempre nomade” (Deleuze, Guattari) e resistenti a definitive procedure di controllo e di identificazione (Butler)

La soglia, tra questi organizzatori di senso,  è cronotopo che meglio di altri suggerisce la ‘salienza’ pregnante (Thom) che si leva dalla piattezza a significare e richiamare, come dall’assenza poeticamente  si annuncia la finzione, non come opposto alla realtà ma sua vivibilità (Platone ),

La soglia è laddove e allorquando ricominciare non è destino tragico da subire o evitare, ma nuova partenza da cui procedere sì che il genius locis sia più che di locus amenus , di locus mobilis,[45]che osa la trans-gressione dei legami creati nel posto di appartenenza e dalla posizione di provenienza

La soglia, artefatto in-assenza che si candida a cronotopo  della cura (di sé e dell’altro)[46], dove non c’è, va sollevata, perché ci si possa inciampare se serve, e distinguere così magari traumaticamente tra realtà e Reale[47]

Sollevare la soglia anche dove non c’è, è azione di discontinuità radicale e di esposizione della singolarità, quasi-anomalia perturbante ‘pre-individuale’ (Simondon), resistente alla deriva dell’individualismo e  agli effetti  del potere per i quali oscilla, eccedente sempre il potere che subisce  ed eccedente anche il potere che agisce mentre lo subisce, ma istituente a partire proprio dalla limitazione[48] dell’istituito, precondizione infine essa stessa perché torni ricorsivamente a manifestarsi l’emergenza dell’innovazione

Sollevare la soglia è anche pratica esigente che educa al conflitto e prevede si sia educati al conflitto[49], mentre scopriamo ogni giorno, e ogni giorno sempre più smarriti, che non solo non siamo più liberi come avevamo anche lottato (o anche solo avevamo creduto di lottare) per essere ma che il ‘noi’ in nome del quale lottavamo, mai stato universale e semmai oggi globalizzato, rivela un profilo sofferto di bisogni inevasi, di diritti violati, di desideri negati, di libertà vigilata

Libertà da e/o libertà di definitiva per nessuno, per chiunque invece  rende drammatica evidenza dell’inappagabilità del proprio  progetto ‘erotico’(Bataille)[50] e per tutti della inevasa liberazione  dell’eros

La stanchezza profonda che ne deriva  può esitare in apatia estrema e anedonia stremata, che comunque comporta un certo apprendimento (l’imparare a essere morto’ di Palomar) o suscitare al contrario una peculiare pazienza attraverso la quale poter re-imparare a guardare il mondo parziali e temporanee La noia

Una paziente (pazza? appassionata?) attenzione soprattutto ai contesti (non cornici!) e agli interstizi (non terminazioni!) che non sa che farsene dell’ipervigilanza concitata e si rivela incline piuttosto a indugiare nell’artigianale bricolage delle ‘immagini in assenza’, senza avere ancora nomi per dirle né tecniche per realizzarle e tanto meno riprodurle [51]

Una capacità negativa[52] di ospitare la domanda del desiderio, anche quella del ‘desiderio dell’Altro, vvero sua e di lui, senza propensione per la fusione indistinta[53] e senza  cedimento all’antagonismo ostruzionista, in grado invece di dischiudere un trans’, attraverso e oltre, una soglia anche in forma di ferita se necessario, fino ad ‘essere’ quella ferita insanabile i cui lembi sono bordi della soglia sulla quale sporge il desiderio che nella lacerazione tra aspirazione d’ordine e coscienza del dis-ordine  dilata l’esperienza e diventa condizione di cura[54], fino ad ‘esser-ci’ con l’Altro, lembi ognuno della ferita stessae della stessa ferita

Una sorta di  progetto  neg-entropico[55] la cui realizzazione che resta immaginale[56] intanto però  genera la crisi[57]

Solo un’intima confidenza col paradigma della ‘crisi’ e della crisi della ‘crisi’ come paradigma,  permette al pensiero in azione e all’azione riflessiva di esporsi alla scabrosità di una qualche ambiziosa artigianalità con il solo mestiere che proviene dal muoversi sul crinale di ciò che nel communis fa ancora differenza e nelle differenze fa dono e vincolo, e in questo cammino che s’innova ad ogni curva per orientarsi non ha che l’attitudine al meticciamento e il destino della serendipità

Laddove logica omeostatica e pratiche omologate, per  ordine reso necessità, d’autorità espungono contraddizione e fondano evidenza, sottraendo cittadinanza a chi abita l’orlo del caos come pluriverso possibile della sua dissidenza, l’immaginazione… può diventare manifestazione ossimorica del desiderio stesso, della visibilità della sua non visibilità per risalire all’oriente del visibile stesso e suscitare l’’irruzione del nuovo non- ancora visibile.

Un simile progetto è oggi mortificato nella sua pensabilità e fattibilità, allorchè l’impossibilità possibile  dell’intenzione desiderante, s’inceppa, intollerante al fallimento del soddisfacimento immediato, inabile al piacere  di una parzialità e una temporaneità in cui esser-ci però fino in fondo

Quando al bisogno del riconoscimento non corrisponde offerta, o questa si rivela oblativa o quello insaziabile, ognuno, irrelato in posizione e ruolo, adeso ad una mera funzione fatica che non lo mette grado di riconoscere alcun fuori di sé, resta ostaggio di uno schermo unidirezionale piatto e levigato[58] che trasmette all’infinito la stessa immagine, confortevole per godimento istantaneo e orfana di alternative suggestive, ottenuta disincarnando l’Altro reciproco, ed propone compulsivamente la serialità coatta dell’incontro mancato, eccitando il desiderio di esserci ma solo come “ lotta concorrenziale generale per la presenza mediatica: lotta per essere percepiti”, (Türcke)

Uno scenario che diventa ancora più preoccupante quando coinvolge proprio quei Servizi dove il narcisimo prestazionale a cui si condannai la dimensione esistensiva di chi vi opera e la dissoluzione prassista che distorce la dimensione cooperativa della comunità alla quale sono rivolti, fanno si che l’Altro non lo si possa incontrare se non addomesticandolo ad un sistema di retoriche dell’inclusività assimilatrice e dell’esaustività categorizzante e quindi rendendolo irreperibile nella sua alterità allo sguardo trapassante di chi ne allucina esistenza e relazioni secondo luminescenza di pixel e contabilità da banco dei pegni, cognitivamente, emotivamente, eticamente indifferente  ai fatti che si conosce, ai sentimenti che quei fatti suscitano, alla responsabilità che comportano

Nello scenario attuale di quei Servizi, l’invalidazione persistente, anzi immanente, dell’effetto euristico e del potenziale trans-formativo delle pratiche storiche e attuali (residuali e/o emulative) di de-istituzionalizzazione, si consuma  nel miraggio della semplificazione  concettuale, nel vantaggio della gergalità lessicale, nel conforto della solubilità istantanea, che esercitano un forte potere attrattivo nei confronti delle nuove generazioni di operatori

Le culture operative e operazionali che hanno responsabilità dell’utopia concreta che animò e potrebbe ancora animare, non sembrano poter o saper offrire alternative credibili o sostenibili in grado di contrastare la deriva dei saperi e delle pratiche ,che desertifica la memoria storica, s-radica il presente dalle sue responsabilità, disciplina il futuro nei circuiti del controllo diffuso,nel conforto del vantaggio utilitaristico nell’enfasi dell’ideologia scientista e dell’ideologia manageriale e deborda strumentalmente dall’ambito epistemologico a quello etico, inducendo una curvatura antropologica che ha oggi l’aspetto di una vera e propria mutazione

Criptati  in pseudo-specialismi picometrici che somigliano più a marcatori di prestigio che a organizzatori di senso, masterizzati nella serialità di concorrenze ignoranti che preludono all’incapacità di aver autentica cura di sé, cooptati a dirigere risorse e  decisioni in un recinto scambiato per la realtà, con bussola smagnetizzate e con mappe obsolete  nuove legioni di portatori d’opera già popolano i Servizi addestrati ad un unico programma di s-radicamento dei mondi individuali dai mondi della vita con radicalismo di modi e di toni  che stordisce le intelligenze che annichilisce le sensibilità

L’Altro, e l’Altro dell’Altro, e l’Altro che ognuno è, sono sacrificati all’interno di sistemi formativi, organizzativi, operativi, ad eccesso forzato di positività utilitaristica e vantaggio opportunistico, che solo un pensiero scandaloso, capace di contenere il suo contrario, e una parola scandalosa, capace di esprimere i contrari, conduce libertà, ma interstiziale e connessionale

La figurabilità (imageability) stessa della ‘soglia’, contingente e fragile manufatto-in assenza che traspare in filigrana tra dati-presi con presunzione di neutralità e arroganza di verità, è permanentemente esposta a distruzione, irriducibile al predicibile che elude l’inatteso e al misurabile che sottrae meraviglia, perché risveglia pericolosamente l’origine della nostra provenienza iniziale (Heidegger)

Il desiderio, che non si preoccupa della presa e diserta i cataloghi assumendo su di sé il rischio e la soddisfazione del proprio atto creativo, è ciò che deve tornare ad essere coltivato con acribia contadina in quei Servizi perché si scongiuri se ancora si può quell’evenienza e si acceda all’incontro nell’estranea familiarità di affinità e differenze[59]

Giorgio-de-Chirico-Il-grande-metafisico-1971-olio-su-tela-80-x-60-cm

Giorgio-de-Chirico-Il-grande-metafisico-1971-olio-su-tela-80-x-60-cm

Era di giorno, quando ieri o forse domani, attraversando il parco lussureggiante dell’ex OP di Ersilia ho intravisto chi somigliava a Palomar, o forse era proprio lui, seduto sullo scalino della camera mortuaria ormai abbandonata

Scrutava un cielo diurno senza stelle, ma non era un telescopio e nemmeno un cannocchiale quello che rigirava tra le mani ora puntandolo in alto ora volgendolo al suolo

Ho fatto per avvicinarmi ma quando l’avevo quasi raggiunto s’era già allontanato

Sulla soglia aveva però lasciato quell’aggeggio sconosciuto, o forse dimenticato

C’ho guardato dentro ed è allora che ho visto frammenti di stelle cadute[60] e danzanti[61] in figurazioni inconcluse di transiti erranti e di scoperte eccentriche

Ho avvvertito allora, come quando entrai per la prima volta  che quella sensazione intensa di dis-orientamento nell’uso di quel caleidoscopio di labirintici rizomi., non era perdita di sicurezza geografica e protezione geometrica ma salutare di-locazione e promettente s-fida che

a metà della strada – tra due distanze/quando memoria e previsione hanno taciuto/tra la fine del fiume e il principio del mare/tra due orizzonti eguali ed assoluti….[62]

poteva ancora generava eretiche esperienze di nuovi oriente all’origine della visione, a quella fase precedente la forma, lungo  un cammino che non prevede stazioni nè mete, hospitali o campane nella nebbia, ma esige coscienza diastematica e conoscenza intervallare

“nulla sarebbe ciò che è, perché tutto sarebbe ciò che non è ed anche il contrario – ciò che è, non sarebbe e ciò che non sarebbe, lo sarebbe. Vedi?”[63]

C’era scritto così su un foglietto lasciato accanto a quell’aggeggio; presi l’uno e l’altro con me, come li avessi avuti miei da sempre

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Giancarlo Pera – nota bio-bibliografica

Da manicomio a manicomio attraverso e oltre la manicomialità: dal 1974 al S. Maria della Pietà di Roma come studente interno all’(ex?)OP di Pergine Valsugana nel 2013 come Referente per la promozione della salute mentale nei Servizi e nelle comunità.

Quaranta e più anni attraverso eterotopie, distopie e atopie del pensiero e della pratica psichiatrica nei Servizi pubblici, ostinato istigatore d’alternative nonostante il suo essere psichiatra. Nato a Firenze nel 1953 ha lavorato nel Lazio, in Friuli, in Toscana e da tredici anni in Trentino, prima nel cuore del divertimentificio dolomitico, ora nella “città dei matti”. Responsabile di Centri di salute mentale è stato, inoltre, ideatore e Presidente di “E le alternative” associazione di promozione sociale.

Di sensibilità umanistica, di orientamento fenomenologico esistenziale, di natura “cane sciolto”, non separa mai la responsabilità professionale e organizzativa dalla militanza civile e politica (da sempre in Psichiatria Democratica liberamente partecipe, è nel suo Direttivo nazionale).

Autore di diversi contributi:

G.Pera e aa –  Cronicità e potere nelle strutture intermedie – Rivista sperimentale di freniatria – 1985 – Vol. CIX – fasc V –p.1018-1024

G.Pera – La competenza eretica in : Centottanta a cura di Emilio Lupo, Salvatore di Fede, Ed.Psichiatria Democratica, Marano di Napoli (NA); 2008 p.171-176

G.Pera – Il tappeto e la casamatta:abitare la soglia perché la crisi accada in: Paolo Tranchina, Maria Pia Teodori – Storie di vita storie di follia- Ed.DBA Associazione,                Firenze; 2009 p.283-285

G.Pera – Indifferenza globalizzata e comune differenza: per lo sguardo della parola  all’intercampo della cura Kasparhauser Rivista di cultura filosofica ISSN 2282-                   1031 _ Luglio / Settembre 2013 – n.5 ‘Rahamim.Lingua, terra, misericordia’

G.Pera – Vissi postuma, risorgo morente Kasparhauser Rivista di cultura filosofica ISSN 2282-1031_ Aprile / Giugno 2014 – n.8 ‘Corpo e spazio. A partire da                Francesca Woodman’

G.Pera – Immaginarsi altrimenti in salute mentale: tra le macerie, esercizi d’inciampo per  non giacere in : Mythanalyses postmodernes de la santé mentale / Mitanalisi postmoderne della salute mentale a cura di Orazio Maria Valastro Aracne Editrice, Roma; 2014

-numerosi articoli su stampa locale nei differenti luoghi di attività lavorativa

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[1] parafrasando Goethe( ‘un’occhiata ai libri, due alla vita’), verrebbe da dire  “un’occhiata allo schermo, due alla vita”

[2] dato che il signor Palomar è miope deve continuamente togliersi gli occhiali per aggiustare il cristallino e adattarlo alla visione notturna in modo da poter spostare gli occhi dalla mappa al cielo e viceversa.

[3] potere costitutivo dell’ambiguità nell’individuazione e nell’esperienza umana; per Luigi Pagliarani in Violenza e bellezza, nel valore della differenza tra ambivalenza e ambiguità e nella capacità negativa di contenere ed elaborare quest’ultima, sta uno dei tratti distintivi della progettualità soggettiva

[4]. i nuovi ambienti mediali sembrano creare una nuova forma di veglia cosciente che assomiglia a stati soggettivi indeboliti – un misto di sogno, demenza, intossicazione e infantilizzazione” (T. Metzinger)

[5] “Conosciamo dunque la profondità, non come oggetto della vista, persé et assolutamente, ma per accidente rispetto al chiaro et allo scuro”. 26 giugno 1612 Galileo a Cigoli

[6]“soltanto l’essere umano di fronte alla natura possiede la capacità di unire e di dividere” (G. Simmel )

[7] alla volontà di verità dell’ordine del discorso come procedura di esclusione  non si può sfuggire se non spostandosi, con un gesto di decentramento del discorso stesso, che presuppone in sé la consapevolezza del suo potere ordinatore, e così lo neutralizza.

[8] in questi saperi “giace la memoria degli scontri che fino ad allora era stata tenuta al margine”.

[9] vedi Martha Nussbaum

[10] “non appena pone il punto, lo spirito è un occhio (lo diventa nell’esperienza come lo era diventato nell’azione)” (G.Bataille)

[11] la’ferita costitutiva.’di  R Esposito, “Sono aperto, breccia spalancata, all’inintelligibile cielo e tutto in me precipita, si accorda in un disaccordo ultimo, rottura di ogni possibile, bacio violento, ratto perdita nella completa assenza del possibile, nella notte opaca e morta, eppure luce non meno inconoscibile, accecante nel profondo del cuore” (G.Bataille)

[12] “È come se, anziché adeguare il livello della protezione alla effettiva entità del rischio, si adeguasse la percezione del rischio alla crescente esigenza di protezione, vale a dire si creasse artificialmente il rischio per poterlo controllare”. La conseguenza non è soltanto la perdita di contatto con la realtà, ma la comparsa di malattie autoimmuni, nelle quali per meglio difendersi l’organismo distrugge, insieme al nemico, sé stesso.

[13] “per scoprirsi soggetto occorre rischiare di essere la parte colonizzata dall’Altro. Questo è vicino alla condizione della cura”(N. Terminio)

[14] “coinvolgimento ex-statico con l’altro”  (J.Butler)

[15] “la conoscenza non è in nulla distinta da me: io la sono, è l’esistenza che io sono. Ma l’esistenza non le è riducibile: tale riduzione richiederebbe che il noto fosse la fine dell’esistenza e non l’esistenza la fine del noto» (G.Bataille)

[16] in Spinoza il potere come ‘potenza’, vis existendi, che trova origine e alimento nel desiderio, in quanto ‘essenza stessa dell’uomo’, ma che allo stesso tempo, di quello ha anche la capacità di riconoscere l’opacità

[17] passione, pazzia, pazienza

[18] affermano e insieme negano il riconoscimento che re­­­­ciprocamente esigono l’uno dall’altro.

[19] communio (munus: dono e vincolo)

[20] nella società dominata dal desiderio frenetico di  performattare e massimizzare la propria prestazione si costruisce una libertà costrittiva,

depauperata di spazi intermedi, di intervalli.(Byung-Chul Han)

[21] “quei pensatori in cui tutte le stelle si muovono in orbite cicliche non sono i più profondi; chi scruta entro se stesso come in un immenso spazio cosmico e porta in sé vie lattee sa anche come siano irregolari tutte le vie lattee: esse conducono dentro al caos e al labirinto dell’esistenza” (F Nietzsche).

[22] prevedere e prevenire, fino a predire sembrano essere gli unici modi in cui la società tecnologica, si permette di sperare., ma nella persistente dualità Caos/Cosmo che riflette un approccio di tipo lineare ed  aspira ad un totale controllo della realtà.

[23] il verbo latino experiri è composto dalla preposizione ex e dalla radice indoeuropea ‘per’, che indica concetti quali “rischio” e “prova”, è la stessa che compare in termini come “pericolo” o “pirata”

[24] “i nomi delle stelle sono belli:/Sirio, Andromeda, l’Orsa, i due Gemelli./Chi mai potrebbe dirli tutti in fila?/Son più di cento volte centomila./E in fondo al cielo, non so dove e come,/c’è un milione di stelle senza nome:/stelle comuni, nessuno le cura,/ma per loro la notte è meno scura”
(G. Rodari)

[25] “l’eterologia è la scienza dell’eterogeneo, cioè la scienza della parte esclusa (o almeno del modo d’esclusione che crea questa parte)”(G.Bataille)

[26] per Bataille, Hegel ha posto il negativo ma per subordinarlo in seguito alla assolutezza del sapere che si libera del negativo stesso

[27] altro dall’ “empiria”, distinta da e priva di potere epistemico,

[28] “se tutti gli enigmi sono risolti, le stelle si spengono” (J. Baudrillard)

[29] “la nascita della coscienza, che è conscienza,che è dibattersi tra l’uno e l’altro…Come espressione della divaricazione, la coscienza è sempre coscienza lacerata “( U.Galimberti )

[30] nella metafora della rete… “un punto di lasco, una maglia slabbrata che ridava fiato al caos, ovvero alla libera evoluzione e disponibilità dei possibili» (P. Antonello,).

[31] M. Heidegger, La questione della tecnica, in Saggi e discorsi, Mursia, Firenze, 1991.

[32] Esperienza: la particella ‘er’ esprime –generalizzando- il compimento positivo di un processo; ‘fahren’ significa andare, viaggiare:’erfharen’ è l’esperienza concretalegata a tutte le faccende che abbiamo attraversato e gestito.

Erlebnis viene da erleben, cioè er+leben. Leben significa semplicemente vivere. Erlebnis è l’esperienza prevalentemente interiore. Interiore e compiuta, consapevole. Incontrare la persona che amo, maturare una consapevolezza, cambiare idea è Erlebnis.

[33] . “dalla crisi della struttura del ritorno […] nasce la Wanderung” come rottura della struttura triadica del viaggio settecentesco formata da partenza/transito/arrivo-ritorno (P.Collini)

[34] in Hegel il significato del termine begierde assuma un carattere “ambiguo” per un verso vincolato alla necessità naturale e per un altro al desiderio di riconoscimento

[35] il cambiamento avviene comunque, l’innovazione comportala volontà di produrla

[36] “il desiderio è mancanza d’essere, è sollecitato nel suo più intimo essere dall’essere di cui è desiderio. Così testimonia l’esistenza di una mancanza nell’essere della realtà umana” (J P Sartre 1943,)

[37] “il desiderio si produce nell’aldilà della domanda perché, articolando la vita del soggetto alle sue condizioni, essa ne sfronda il bisogno; ma esso si scava anche nel suo aldiqua perché, domanda incondizionata della presenza e dell’assenza, essa evoca la mancanza ad essere…In questa aporia incarnata… il desiderio si afferma come condizione assoluta” (J Lacan 1974,)

[38] ‘i’ desideri, come ‘gli’ uomini: “Non l’Uomo ma gli uomini abitano questo pianeta. La pluralità è la legge della terra” (H Arendt

[39] A.Casoni 

[40] I.Calvino “due interviste su scienza e letteratura”, in Una pietra sopra

[41] piuttosto che immaginario, “immaginale”, riferendosi a quel “tesoro nascosto al quale l’umanità ha perennemente

attinto”, costituito da “immagini”, miti, e in effetti “simboli” da Hillman in poi

[42]  fare non inteso necessariamente conil realizzare quanto con il far si che si realizzi.

[43] “il nulla immaginario che, può produrre effetti reali”(J.P.Sartre),  come pure “il nulla del reale, pur restando nulla, può produrre effetti immaginari”  (S. Žižek)

[44] “l’esperienza non si oggettiva nella forma ripetibile (reversibile) dell’esperimento, ma nella forma eventuale,relazionale e processuale della marcia di avvicinamento all’altro; o, più propriamente, di avvicinamento a séa ttraverso l’altro”.

[45] “la soglia” “è il confine visto nella prospettiva dinamica del suo superamento, è il luogo della creatività”( J. Drumbl); Eros figlio di Poros, il passaggio e Penia, la mancanza , “.. povero sempre, .. tutt’altro che bello e delicato, come ritengono i più. Invece, ..duro e ispido,scalzo e senza casa, si sdraia sempre per terra e senza coperte, e dorme all’aperto davanti alle porte o in mezzo alla strada”( Socrate nel Simposio)

[46] ‘quella soglia dove riconosciamo noi stessi mentre ci incontriamo con il mondo e gli altri e con loro dialoghiamo; mentre tendiamo a quello che ancora non c’è,sull’orlo del possibile. La soglia ha questo di peculiare, che è contingente: è caratterizzatadalla particolare bellezza della contingenza.’ (U.Morelli)

[47] Immaginare e prefigurare alternative – per sé e per gli altri – significa credere che ci sia una realtà migliore alla quale si può aspirare. La fiducia in questa possibilità è l’alimento di quella tensione che non sfocia in vaghi e irrealizzabili sogni ma in seri viaggi verso le nostre “stelle”.

(A. Antonietti)

[48]  “le norme operano come fenomeni psichici limitando e contemporaneamente producendo desiderio”  e, “circoscrivono il dominio di una socialità vivibile”. Judith Butler

[49] “le persone partoriscono nuove idee quando litigano e non sono d’accordo,quando sono in conflitto, confuse e alla ricerca di un nuovo significato” (R.Stacey) “bisogna confrontarsi con i conflitti, devono essere fatti emergere piuttosto che soppressi attraverso l’imposizione di una parte sola o evitati con il tacito consenso di tutti” (P.Lawrence,J.Lorsch); “ quando si elimina il conflitto si elimina la parte debole del conflitto”( F.Ongaro Basaglia)

[50] Eros figlio di Poros, il passaggio e Penia, la mancanza , “…. povero sempre, .. tutt’altro che bello e delicato, come ritengono i più. Invece, ..duro e ispido,scalzo e senza casa, si sdraia sempre per terra e senza coperte, e dorme all’aperto davanti alle porte o in mezzo alla strada”( Socrate nel Simposio)

[51] W. Benjamin:è solo l’uccello incantato che può covare l’uovo dell’esperienza.: P. Klee, “L’arte non riproduce il visibile, ma rende visibile“,

[52] “quella capacità che un uomo possiede se sa preservarsi nelle incertezze, attraverso i misteri e i dubbi, senza lasciarsi andare ad un’agitata ricerca di fatti e ragioni” (J.Keats)

[53] evitare un eccesso di olismo, per cui uniti in sistema questo impone dei vincoli che implicano restrizioni, servitù, inibizioni.

[54] chirone,il centauro che insegnò l’arte di guarire ad esculapioera ferito in maniera insanabile

da una freccia intinta nel veleno dell’idranon poteva né guarire né morire

[55] Hegelianamente, la neghentropia viene ad essere una negazione di una negazione, che porta ad una positività

[56] Sono tornato lì /where I had never been.dove non ero mai stato /Nothing, from how it was not, has changed.Nulla, da come non fu, è cambiato caproni

[57] evento processuale

[58] “qui sta la nostra unica architettura d’oggi: grandi ‘schermi’ su cui si riflettono gli atomi, le particelle, le molecole in movimento. Non una scena pubblica, uno spazio pubblico, ma dei giganteschi spazi di circolazione, di ventilazione, di effimero inserimento”.(J. Baudrillard)

[59] “per esserci bisogna inventarsi” (A.G.Gargani)

[60] “tutte le costellazioni crolleranno a una a una con estrema eleganza. D’allora in poi le stelle dimoreranno nella nostra anima, e forse torneranno ancora quei giorni in cui gli uomini erano dolci e meraviglioso come gli Dei” (Y. Mishima)

[61] “Man muss noch Chaos in sich haben, um einen tanzenden Stern gebären zu können:Bisogna avere ancora un caos dentro di sé per partorire una stella danzante (F.Nietzsche)

[62] F. Fortini

[63]Lewis Carroll