Massimo Recalcati, L’ora di lezione. Per un’erotica dell’insegnamento, Einaudi, Torino 2014, pp. 160.

di Emanuela Catalano 

Perché ci si droga? Non lo capisco, ma in qualche modo lo spiego. Ci si droga per mancanza di cultura.
Parlo, s’intende, della grande maggioranza o della media dei drogati. È chiaro che chi si droga lo fa per riempire un vuoto, un’assenza di qualcosa, che dà smarrimento e angoscia. È un sostituto della magia. Ernesto De Martino lo chiama “paura della perdita della propria presenza”; e i primitivi, appunto, riempiono questo vuoto ricorrendo alla magia, che lo spiega e lo riempie.
Nel mondo moderno, l’alienazione dovuta al condizionamento della natura è sostituita dall’alienazione dovuta al condizionamento della società: passato il primo momento di euforia (illuminismo, scienza, scienza applicata, comodità, benessere, produzione e consumo), ecco che l’alienato comincia a trovarsi solo con se stesso: egli, quindi, come il primitivo, è terrorizzato dall’idea della perdita della propria presenza.
In realtà, tutti ci droghiamo. Io (che sappia) facendo cinema, altri stordendosi in qualche altra attività. L’azione ha sempre una funzione di droga. “Che” Guevara si drogava attraverso l’azione rivoluzionaria […]; anche il lavoro che serve a “produrre” è una specie di droga. Ciò che salva dalla droga vera e propria (cioè dal suicidio) è sempre una forma di sicurezza culturale. Tutti coloro che si drogano sono culturalmente insicuri. Il passaggio da una cultura umanistica a una cultura tecnica pone in crisi la nozione stessa di cultura. Vittime di questa crisi sono soprattutto i giovani. Ecco perché ci sono tanti giovani che si drogano. Mancare di certezze culturali, e quindi della possibilità di riempire il proprio vuoto di alienati, se non altro per mezzo dell’autoanalisi e della coscienza (individuale e di classe), vuol dire, in termini banali, anche essere ignoranti. La crisi della cultura fa sì, infatti, che molti giovani siano letteralmente ignoranti. Insomma, che non leggano più, o che non leggano con amore”.

Pier Paolo Pasolini
da “Il Tempo”, 28 dicembre 1968

ora-di-lezioneVoglio prendere spunto da questa citazione di Pasolini per parlare dell’ultimo libro di Recalcati, il quale, in una disamina molto dettagliata e convincente, dipana una questione delicata e di grande attualità che, come tale, ci riguarda tutti: mi riferisco ancora una volta alla scuola, non perché ci lavori e su di esso verta tutta la mia attenzione o perché assorba tutte le mie energie ‘mentali’ ma perché non è possibile prescindere o eludere la questione dell’educazione e istruzione delle nuove generazioni tout court.

L’autore indugia sul significato – o meglio, sul senso – che essere insegnanti può comportare oggi, ammesso che un senso ce l’abbia ancora, in una società alla costante ricerca, anzi nell’attesa spasmodica, del Padre per riprendere un tema prediletto e caro all’autore stesso, affrontato esaurientemente in altra sede. In assenza di maestri, si riflette sul passaggio dalla scuola ‘edipica’, la scuola gerarchizzata, autoritaria e paternalistica, spazzata via dai venti di rivolta del ’68 e del ’77, dove la stretta alleanza tra gli insegnanti e i genitori si configurava come il baluardo dell’azione pedagogico-educativa, passando attraverso una scuola-Narciso, fino ad approdare alla scuola di oggi, una scuola orfana che, come Telemaco, si pone in costante attesa del ritorno del Padre. Ma proprio come Telemaco, i giovani di oggi non si devono limitare ad attendere passivamente che qualcosa, o qualcuno, ritorni ma è necessario volgere lo sguardo verso il mare, salpare, affrontare le nuove sfide che la scuola come istituzione al collasso ci pone davanti oggi. Ed è in questa ottica che l’autore ci fa dono di un segreto, svelandoci come un bravo insegnante sia colui che sa fare esistere nuovi mondi, che sa fare del sapere un oggetto del desiderio in grado di mettere in moto la vita e di ampliarne l’orizzonte. Ecco il piccolo miracolo che può avvenire nell’ora di lezione: l’oggetto del sapere si trasforma in un vero e proprio oggetto erotico e il libro stesso, l’oggetto viatico del sapere, viene considerato alla stregua un corpo.

Nella lettura del testo, è il maestro di Recalcati, Lacan, a venirci in aiuto, attraverso il quale possiamo comprendere come il gesto di Socrate narrato nel libro racchiuda in realtà l’essenza dell’insegnamento: il sapere del maestro non è mai ciò che colma la mancanza, quanto ciò che la preserva, ovvero la capacità di suscitare sempre l’interesse dell’allievo, il vivo, ardente, desiderio di sapere. Senza ricerca non ci può essere conoscenza e il sapere si alimenta di vuoti, non di pieni. Un tempo Ulisse fu tacciato di hybris, di tracotanza e Dante lo collocò nel suo Inferno per aver voluto oltrepassare i limiti dell’umana conoscenza. Per aver voluto conoscere il bene e il male, per parafrasare Nietzsche. Oggigiorno si rischia la deriva opposta; perciò è necessario un elogio della pratica dell’insegnamento che non può accontentarsi di essere ridotto a trasmettere mere informazioni sterili, un affastellarsi di nozioni e competenze. Un encomio della ‘stortura della vite’, che non deve essere raddrizzata a qualunque costo ma che va coltivata con cura e riconquistata nella sua singolare bellezza. Un bravo insegnante non può accontentarsi di trasmettere un sapere acritico tout simplement ma deve generare passione, deve smuovere le corde interiori, come dire, far vibrare gli animi, suscitare la curiositas, ridare spazio a quella sete di conoscenza cui accennavo prima, che sembrerebbe perduta, far spaziare le menti e far sorgere sempre nuovi interrogativi, promuovendo la singolarità dell’allievo e non la sua omologazione a una non ben definita normalità. Deve insegnare ad amare il testo e a prenderlo come un corpo erotico, come un oggetto di piacere. Ed ecco che spunta la parola “erotismo”: «Non esiste insegnamento senza amore. Ogni maestro che sia degno di questo nome sa muovere l’amore, è profondamente erotico, è in grado di generare quel trasporto che in psicoanalisi chiamiamo transfert». La scuola come “sentinella dell’erotismo del sapere”, della possibilità del risveglio, questa è una definizione che mi piace molto. Il luogo che ti conduce altrove, «di fronte al nuovo, all’inaudito, all’imprevisto». L’urto che ti costringe a pensare, a meditare, a riflettere. Un elogio anche della lentezza che il processo di assimilazione piena e di apprendimento richiede a parer mio, di contro alle folli velocità in cui siamo catapultati, alle molteplici vite parallele che viviamo da quando i social networks si sono impossessati delle nostre vite. Solo a partire da qui, dalla rivalutazione dell’importanza di un’ora di lezione, è possibile ripensare la scuola e intraprendere nuove ricerche che siano in grado di spalancarci nuovi mondi e di farci scrutare nuovi orizzonti. L’autore non ignora il carico di paradossi che pendono sull’insegnante, la solitudine cui è abbandonato, le responsabilità di supplire al ruolo dei genitori spesso assenti o la cui presenza è solo aleatori. È questa la solitudine dell’insegnante, «costretto a supplire a famiglie inesistenti o angosciate». E soltanto l’incontro misterioso tra allievi e maestri potrà salvare un’istituzione che rischia letteralmente il naufragio.

Il libro si conclude con una postilla autobiografica. Recalcati ammette di essere stato lui stesso una ‘vite storta’: «Ero stato un bambino considerato idiota». – scrive – «Fui bocciato in seconda elementare perché giudicato incapace di apprendere. Quando cerco di insegnare qualcosa, è a lui che mi rivolgo». Il racconto prosegue sino ad arrivare nella periferia di Milano, negli anni Settanta. Sono gli anni del terrorismo e della droga, dei sogni sull’Oriente e della liberazione. Lo scardinamento della routine inizia con l’apparizione in classe di Giulia – è l’evento che irrompe nella vita dell’autore e lo ridesta dal suo torpore letargico – una mattina, mentre frequentava svogliatamente un Istituto Agrario di periferia; Giulia era una giovane professoressa di lettere che parlava di letteratura e di poesia con una passione totalmente sconosciuta e mai sentita prima di allora. È dunque quell’incontro improvviso e imprevisto a «salvare» Massimo Recalcati. La salvezza, ci spiega, avviene grazie ad insegnanti che non vengono dimenticati, ma che al contrario ”abitano” dopo tanti anni nella mente di chi dalle loro parole ha appreso non solo nozioni ma a rigenerare il sapere, tale è l’incontro più bello, quello in cui ‘ne va della propria esistenza’, secondo le parole di Recalcati. Anche se dimentichiamo i volti, la voce no, quella rimane. Una voce che ci portiamo dentro anche inconsapevolmente, una presenza che continua a vivere dentro di noi, a discapito degli anni che passano e della morte. Il filo comune, il desiderio di insegnare, continua a legare e ad accomunare gli insegnanti nei nostri ricordi. Il bravo maestro è pertanto colui che dovrebbe “aprire vuoti nelle teste, aprire varchi nei discorsi già costituiti, fare spazio, aprire mondi e aperture mai pensate prima”, facendo capire all’allievo la possibilità di contemplare anche la propria imperfezione, di accettare di essere contingente, di mantenersi in una condizione di apertura possibile all’inciampo, all’errore; è l’incontro con l’ostacolo, infatti, che sia l’insegnante e sia l’allievo, e dunque ogni essere umano, è portato a riconoscere, a superarlo e a considerarlo fondamentale per crescere, altrimenti risulterebbe un’esistenza arida, asettica e vuota. Ogni lettore a questo punto penserà ai suoi di maestri, a quelli che hanno acceso in loro le cosiddette ‘stelle filanti del desiderio’. Ne ricorderemo la voce, quel particolare timbro, le inflessioni, le particolarità. Perché è vero quel che scrive Recalcati, dei professori si può dimenticare la faccia o il nome ma non la voce. La voce che è corpo, «espressione materiale e spirituale del desiderio di insegnare».

Il desiderio di insegnare, ecco il filo comune, come dicevo. I maestri sono per sempre, in ciò che sei diventato, in quello che leggi e impari ogni giorno. «Sei una presenza che insiste a vivere in me», scrive Recalcati in una lettera d’amore alla sua professoressa.  «Impossibile continuare senza di te, ma impossibile non continuare senza di te». Parole di Beckett che resistono. È questa “l’erotica dell’insegnamento” che ritroviamo nel titolo e che ci fa comprendere la necessità ineludibile di trasformare la scuola in un luogo di crescita e non di erudizione passiva e pedante, né – peggio ancora – un luogo di perdizione, proprio perché un’ora di lezione, alle volte, può davvero cambiare la vita.

Massimo Recalcati, L’ora di lezione. Per un’erotica dell’insegnamento, Einaudi, Torino 2014, pp. 160.

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