Crisi di coppia ? Bisogna essere in tre per amare

di Roberto Pozzetti

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“Chiunque sia toccato da Eros,

anche se fino allora digiuno di abilità poetica,

diventa un poeta”

(Agatone, Simposio di Platone)

  1. L’ascolto delle trame d’amore

All’alba di ogni lunedì, dopo la pausa del weekend, ricominciamo con entusiasmo ad accogliere, ascoltare e sostenere degli esseri umani. A dedicare buona parte della nostra esistenza ad aiutare, in varie forme, coloro che ci pongono una domanda di disponibilità e di presenza. Nella tranquillità della stanza, in uno spazio riservato, in un tempo soggettivo di quiete pacificante riprendiamo ad impegnarci nella nostra principale passione: quella della psicoanalisi e della clinica di orientamento psicoanalitico applicata a svariate situazioni, ognuna con la sua singolarità. Fra di loro, la sofferenza dovuta all’attraversamento di una separazione conflittuale riveste un posto davvero eminente. Effettivamente spicca l’ambito delle separazioni nella nostra esperienza sia per la frequenza di tale passaggio così diffuso nella contemporaneità sia per l’intensità del dolore, arduo da lenire, in questi momenti luttuosi.Nei suddetti casi e, più ampiamente, nelle circostanze in cui delle coppie fino a quel momento consolidate e rodate entrano in crisi, l’argomento intorno al quale ruotano gli incontri diviene dunque quello dell’amore. Ecco una delle grandi questioni umane, ampiamente trattata dalla poetica in varie epoche ed in molteplici contesti storici: dal più antico testo sull’amore che è il Simposio platonico all’amor cortese, dal dolce stil novo dantesco sino alle trame dei film romantici ed alle ballate delle canzoni rock, giusto per citare qualche esempio relativo al mondo d’oggigiorno.

Questa tematica va completamente rispettata: dare modo a ciascuno di proporre l’argomento di una seduta è il metodo proposto da Freud nei suoi scritti tecnici; viene da noi assolutamente condiviso per offrire al soggetto il modo di parlare di sè, di quello che lo fa stare male, di ciò che lo fa patire oppure che semplicemente diviene motivo di porsi delle domande in un determinato periodo.
Una seduta può afferire ad una fase di un ascolto attento ai dettagli oppure avere una prospettiva maggiormente dialogica o ancora essere marcatamente volta all’interpretazione. In ogni caso l’ascolto va, secondo me, distinto dal silenzio in cui l’analista sembra assentarsi tanto da costituire una delle macchiette che più circolano sulla psicoanalisi: in esse, la pratica della psicoanalisi viene a tal punto degradata nella figura dell’analista così elegante nell’abbigliamento quanto ingrigito a livello della passione ed assopito sulla propria poltrona. In tale immagine caricaturale, l’analista sta seduto dietro il lettino sul quale l’analizzante parla con enorme pathos senza neppure accorgersi del totale disinteresse dell’analista stesso per gli argomenti intorno ai quali costruisce il suo discorso. Si tratta, ovviamente, di una raffigurazione allegorica, folkloristica, tipica del mondo cinematografico; eppure può talvolta lasciar intravedere un fatto analogo a quanto si verifica in certe pratiche dell’analisi.

Stare meramente in silenzio rischia di abbandonare a sé stesso ed al proprio destino chi subisce una separazione difficoltosa. Anni di condivisione della propria quotidianità, momenti passionali di intimità, due vite costruite insieme, uno a fianco all’altra, nell’ambito di un progetto esistenziale ad ampio respiro. Tutto questo si dissolve nel momento della separazione. Un amore svanito, un desiderio affievolito, uno slancio erotico spento, portano presto o tardi alla conclusione del rapporto di coppia. E’ proprio in quei momenti che l’analista dovrebbe manifestare la sua presenza accogliente e accesa.

Talvolta la separazione viene vissuta in maniera tutto sommato consensuale: i due  coniugi concordano sull’opportunità di dividere le loro strade, si rivolgono per esempio ad un unico avvocato al quale si affidano sul piano della gestione delle faccende più concrete e risolvono il vincolo matrimoniale senza grande sofferenza. Quando una coppia non ha figli, la decisione di giungere alla separazione può persino risultare semplice, poco dolorosa, benefica e salutare per entrambi. La chiarezza circa le proprie posizioni offre una certa serenità reciproca, del tutto preferibile rispetto al trascinamento di un legame ormai a pezzi e fonte di incomprensione e di tensioni. Si tratta, in quel caso, di organizzarsi soprattutto sul piano pratico con la divisione dei conti correnti bancari, rivolgendosi ad un’agenzia immobiliare per la vendita della casa, preparando il trasloco di tutti quegli oggetti che erano stati investiti di valore affettivo oltre che pratico.

imagesMolto più frequente è il caso in cui uno dei due membri della coppia, pur rilevando le difficoltà del connubio ed il declino del legame un tempo florido, non accetta la separazione. Spera di poter sistemare l’andamento del rapporto, di ricominciare, di dare nuova linfa all’amore. Spesso, è solo dinanzi all’atto incontrovertibile del partner il quale se ne va di casa, che si trova a rendersi conto dell’ineluttabilità del passaggio compiuto. Entra allora in una dolorosa fase di lutto, in cui sperimenta un vuoto: la propria abitazione gli sembra vacua, avverte la mancanza della persona tuttora amata, patisce per il cambiamento della quotidianità. Ogni elemento della propria esistenza diviene fonte di fantasticherie che richiamano il compagno perduto: lo spuntare ingannevole della sua sagoma nella folla oppure dietro l’angolo, lo scambiare in modo illusorio un minimo rumore percepito per una telefonata del partner, lo squillo del cellulare che determina immediatamente il batticuore nella malcelata speranza di venire ricontattati, gli oggetti della casa coniugale ai quali si associano tutta una serie di ricordi dell’esistenza in comune nell’incessante ripresentarsi di un flusso associativo di pensieri.

Vi è, poi, la penosa esperienza della solitudine, vissuta in svariati momenti della giornata: lo svegliarsi nel letto vuoto in preda all’inquietudine senza riuscire a riprendere sonno, il fare fatica ad alzarsi e ad ingranare nello svolgimento delle attività lavorative, l’inappetenza in occasione della colazione che era il tradizionale primo momento di condivisione, l’horror vacui al rientro in casa dopo una serie di impegni professionali protratti più a lungo del necessario al solo scopo di di differire il confronto con la propria esclusione, l’accendere la televisione guardandola del tutto distrattamente giusto per distogliere l’attenzione dal silenzio oppure dai sibili di fondo della propria abitazione che acuiscono l’impressione di un abbandono, il procrastinare il momento in cui ci si va a coricare per prendere sonno più facilmente evitando la percezione sgradevole del freddo in quello che era il caloroso letto coniugale.

Scatta, allora, la gelosia nei confronti del terzo incomodo, ad esempio della nuova partner del marito. Comincia tutta una sequenza di domande su che cosa lui preferisca nell’altra, su che cosa lo faccia mai desiderare nell’altra, sulle eventuali falsità da lui da tempo raccontate per nascondere una relazione già esistente. La curiosità diviene impellente desiderio di sapere, il rispetto della privacy comincia a venire violato di fronte ad un impulso incoercibile a scovare la verità, la rivalità con l’altra donna sfocia nella rabbia e nell’odio. Ecco dunque le telefonate mute, i messaggi anonimi sul cellulare, la frequentazione di contesti ove potrebbe venire incontrata la nuova amante del marito. Una donna può arrivare a guardare l’altra donna con gli occhi di un uomo, chiedendosi quale sia quel je ne sais pas quoi che lui trova affascinante o eccitante in quest’altra. Questa figura può divenire tormentosa ed ossessionante, può perseguitare una donna nell’immaginazione così come nei sogni dove la figura dell’altra diventerà fonte di interrogazione e di sofferenza.

Tutta questa vicenda viene accompagnata da quell’affetto fondamentale per l’essere umano che è l’angoscia, da crisi di pianto, da una molteplicità di disturbi situati nel corpo ma di chiara origine psicologica: lo stomaco che si chiude tanto da rifiutare il cibo, l’intestino che si infiamma, l’oppressione toracica quale segno inconfondibile dell’ansia, la spossatezza che assale la gambe tanto che muoversi, spostarsi, camminare da banali attività giornaliere divengono dei compiti difficili e gravosi. L’essere umano ha un corpo che parla, un corpo in cui il linguaggio si è iscritto. Nell’analisi si tratta, in effetti, di offrire la parola al corpo per riportarlo al linguaggio verbale in tutta la sua valenza metaforica in quanto il corpo costituisce uno dei luoghi più specifici di manifestazione dell’inconscio.

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  1. Trattamento della coppia

Ogni percorso psicoanalitico implica il parlar d’amore. Senza qualcosa nel campo dell’amore l’essere umano non può nascere come soggetto, non può crescere, non può acquisire delle sue passioni né un suo dinamismo. E’ soprattutto senza la domanda d’amore che rimane improbabile la formazione della soggettività. “Domandare: il soggetto non ha mai fatto che questo, non ha potuto vivere che grazie a questo, e noi riprendiamo da questo”[1].

La tematica dell’amore si ritroverà sempre nei trattamenti di orientamento analitico; vi è tuttavia differenza fra il parlare in seduta del legame con il partner, con i suoi momenti di gioia e di insoddisfazione, ed il trovarsi in seduta insieme, come coppia. Analogamente, non è affatto uguale il parlare della propria famiglia (del legame con la madre, degli interventi del padre, dei rapporti con i fratelli e così via ) sdraiati sul divano dell’analisi e lo svolgere una terapia familiare.

Una coppia può rivolgersi ad uno psicoanalista così come si rivolge ad un Consultorio oppure ad un mediatore familiare o ancora a una di quelle nuove figure di ascolto che è il counselor. Qual è la specificità dell’approccio psicoanalitico ad una crisi di coppia ? Nulla vieta, almeno in teoria, di svolgere, dopo qualche colloquio di coppia, due percorsi psicoanalitici individuali con entrambi i membri della coppia salvo, eventualmente, riprendere il percorso di coppia in un secondo momento. Può capitare che un membro della coppia, dopo un certo percorso analitico, consigli al partner di rivolgersi proprio a quell’analista. Si pone allora il dilemma relativo all’accoglierlo oppure indirizzarlo ad un collega. Lacan consigliò, ad esempio, ad Antonio Di Ciaccia di accogliere il compagno di una sua analizzante cilena, fuggita in Belgio a seguito del colpo di stato militare contro Salvador Allende, dopo aver ascoltato con molta attenzione i dettagli di entrambi i casi[2].

Vi sono, comunque, situazioni in cui risulta difficile se non impossibile operare una separazione dei due, sul piano clinico. Se si propongono due percorsi individuali si impone un passaggio verso l’individuazione e la separazione che, senza soggettivazione, risulta francamente prematuro. Questo può determinare la conseguenza di un unico trattamento in cui prosegue chi fra i due si dimostra più motivato ma anche, abbastanza di frequente, l’interruzione del percorso. Ci vuole tempo per compiere tale operazione di distacco e di individuazione dei propri temi cruciali.

Trovarsi in seduta come coppia offre, innanzitutto, un tempo ad entrambi per stare con sé stessi e con il partner potendo conversare e dialogare con tranquillità. I ritmi della quotidianità con impegni di lavoro o con la ricerca di un’occupazione stabile, il prendersi cura dei figli, le attività extrafamiliari oppure con le famiglie di origine riducono il tempo a disposizione per parlarsi. Pochi sono gli attimi trascorsi insieme e, a volte, questi sono volti a guardare la televisione, a leggere notizie dallo smartphone o ancora a chattare sui social network. Quanto rari appaiono oggi momenti di genuino dialogo in una coppia !

Quando la coppia scoppia vi può essere la reazione violenta. Vi sono uomini che non accettano assolutamente tale separazione, come fosse un’onta che incrina il loro narcisismo oppure poiché, nell’assenza della partner-sintomo, viene meno un punto di compensazione basilare per mantenere una relativa tranquillità soggettiva. In tali casi, un sostegno volto ad accogliere, ascoltare e superare tale fase di sofferenza, anche intensa, diviene basilare.

In effetti, almeno nella mia esperienza clinica, raramente nei trattamenti delle coppie viene portato il materiale tipico delle cure analitiche: sogni, lapsus, fantasticherie, dimenticanze e altre formazioni dell’inconscio. Le sedute restano solitamente su un piano più concreto, attuale, sull’hic et nunc[3].

I trattamenti di orientamento analitico delle coppie sono sovente volti a mitigare ed eventualmente superare queste fasi di criticità estrema senza escludere la possibilità che diventino dei preliminari ad un’analisi, per chi desideri saperne di più sul proprio inconscio.

  1. L’insegnamento del Simposio

downloadNel primo istante di ogni relazione, l’aspetto visivo sembra preponderante. L’amore sorge anzitutto a partire dall’attrazione fisica, dalla bellezza, da un’immagine ideale nella quale ci si rispecchia narcisisticamente sin dal primo impatto. L’amato viene agognato perché si vede in lui oppure in lei “quello che si vorrebbe essere” come spiega ampiamente Freud a proposito dell’amore narcisistico che egli contrappone a quello di stampo anaclitico, basato sulla ricerca di un appoggio[4].

Oltre a questa forma dell’amore, da sempre altamente diffusa, vi è anche un legame fondamentale fra l’amore ed il sapere. Questo risulta radicato nella storia della cultura occidentale tanto che il già citato Simposio di Platone pone al centro la questione del sapere di Socrate. In quest’opera si tiene un dibattito sull’amore nell’ambito di un banchetto allietato da del buon vino. Ognuno degli invitati, a partire da Fedro, il quale ha la paternità dell’argomento, elogia Eros, il dio dell’amore. Ciascuno tesse le lodi di questa grande divinità a proprio modo, con stili diversi ed a partire da svariate proposizioni. L’argomento concerne questo: a cosa serve essere sapienti in amore ? E’ noto, infatti, quanto Socrate si presenti con il suo scio me nihil scire, asserendo di non sapere niente; tuttavia, egli sa qualcosa, sa quanto concerne il tema dell’amore. Questo filosofo pretende di non saper alcunché all’infuori di quanto si cala nel campo amoroso. Dunque l’amore si lega per struttura al sapere ed il sapere costituisce una delle condizioni essenziali dell’innamoramento in una logica più simbolica. L’esempio che traiamo dal celebre testo platonico è quello dell’amore di Alcibiade per Socrate, l’uomo più sapiente. Quando Alcibiade ascolta Socrate, il cuore gli batte forte; ne subisce il fascino, l’attrazione. In termini psicoanalitici, Alcibiade vive un legame di transfert nei confronti del maestro Socrate.

Quello che la psicoanalisi apporta alla dialettica d’amore congiunta con il sapere di matrice filosofica è, però, anzitutto la verità di una praxis imperniata sull’ascolto della parola del soggetto analizzante. Per questo Freud ha saputo cogliere la dimensione lasciata fra le righe nel testo platonico: la mancanza con il suo ruolo decisivo nella formulazione del desiderio e dell’amore[5]. “La castrazione è la molla del tutto nuova introdotta da Freud nel desiderio, dando alla mancanza del desiderio il senso rimasto enigmatico nella dialettica di Socrate, benchè conservato nella relazione del Convito (altra traduzione di Simposio)”. Ogni essere umano è mancante, incompleto; Lacan descrive infatti il soggetto come una mancanza-a-essere. L’ormai celebre formula lacaniana circa l’amore come “dare ciò che non si ha” trova una descrizione sublime nel discorso della sacerdotessa Diotima, esposto nelle pagine finali del testo, quando precisa come Eros sia nato da Poros e Penia connotata nel testo come colei che è senza risorse, come Aporia. “E’ chiaro che si tratta proprio di questo, poiché la povera Aporia, per definizione e per struttura, non ha niente da dare se non la sua mancanza, la sua aporia costitutiva. L’espressione dare ciò che non si ha sta scritta a chiare lettere, nel passo 202a del Simposio, a proposito del discorso. Si tratta qui di dare un discorso, ovvero una spiegazione valida senza averla”[6].

Di cosa manca colui che ama ? La mancanza di cose belle e buone fa desiderare ciò di cui si è sprovvisti rendendo amabile colui che le possiede. In effetti, però, tale mancanza implica qualcosa che oltrepassa il piano dei beni concreti e che Freud ha denominato, appunto, castrazione. Mentre il padre della psicoanalisi situava tale mancanza ad un livello principalmente anatomico, Lacan ne fa una dimensione strutturale riordinandola logicamente. La soggettività si forma come invenzione unica, irripetibile, sulla base di una sorta di vuoto fondamentale scavato nell’individuo dal fatto stesso che il campo del significante e del linguaggio precede la nascita del soggetto. La mancanza è dovuta alla perdita insormontabile di un godimento primario dovuta all’azione del linguaggio che ci fa smarrire per sempre il soddisfacimento pieno, assoluto e mai veramente ottenuto né ottenibile. Questo concetto viene qui presentato con il mito dell’androgino tagliato in due da Zeus, fra parte maschile e parte femminile, descritto da Aristofane. Questo taglio, che ci rimanda giustappunto alla castrazione, porta ciascuno a ricercare la propria parte complementare.

Tuttavia al cuore dell’amore per il sapere vi è l’agalma, l’oggetto prezioso, brillante. Il sapere costituisce l’involucro di Socrate, come un contenitore, una scatola rustica; al cuore del sapere vi è l’oggetto causa del desiderio, amato da Alcibiade in modo suggestivo. L’amore ha questa caratteristica: “Ti amo, ma inspiegabilmente, amo in te qualcosa più di te, l’oggetto causa del desiderio”[7]. La logica della pulsione dimostra tutto questo molto bene: qualcosa eccede rispetto all’amore, qualcosa viene cercato al di là della persona amata. Questo qualcosa è l’oggetto, l’oggetto pulsionale, ad esempio lo sguardo dell’Altro che causa il desiderio del soggetto.

Lo scenario del testo platonico si sviluppa in un contesto come quello della Grecia classica in cui l’amore omosessuale era posto in auge come forma princeps del legame ma tale opera rimane del tutto attuale, per tutte le versioni dell’affettività, non soltanto nell’amore gay. La tesi cruciale di quest’opera classica è, dunque, che al centro della dinamica amorosa vi sia la mancanza. E’ questo il grande insegnamento del Simposio: il ruolo capitale della mancanza nelle vicissitudini amorose.

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  1. La funzione del terzo in amore

E’ ormai famosa la celebre formula di Lacan, tratta dai Seminari di Kojève su Hegel degli anni Quaranta intorno al desiderio come desiderio di riconoscimento; essa è la seguente: “il desiderio è desiderio dell’Altro”.

Dire che il desiderio è desiderio dell’Altro ha tre accezioni fra loro collegate. Innanzitutto, implica che il soggetto desidera l’Altro e vuole venire desiderato e riconosciuto dall’Altro, che il proprio desiderio ha come oggetto, anziché qualcosa di concreto, il fatto che il desiderio altrui sia rivolto al soggetto desideroso di un riconoscimento. In seconda battuta, implica che il desiderio viene dall’Altro in quanto è l’Altro che, desiderandomi, mi fa esistere come soggetto portatore a mia volta di un desiderio: ad esempio, nella storia di un essere umano, è il desiderio dei genitori (ad esempio il loro desiderio inconscio) che rende possibile al bambino avere un proprio desiderio e, più estesamente, una propria soggettività. Essere desiderato dall’Altro è ciò che fa desiderare il soggetto; così una donna, ad esempio, potrà desiderare un uomo purché questi la faccia sentire unica, bella e desiderata.

Vi è, però, una terza modalità di leggere questa frase di Lacan; il desiderio del soggetto è il desiderio dell’Altro in quanto il soggetto tende a fare dell’oggetto del desiderio dell’Altro il proprio stesso desiderio ed a desiderare ciò che desidera l’Altro. Desiderare, in quanto soggetto, esattamente quello che desidera l’Altro: ad esempio, il desiderio di una ragazza sarà filtrato dal desiderio di un’altra donna tanto da volere un ragazzo perché interessa ad un’altra donna oppure dato che crede l’altra fanciulla lo desideri.

L’amore e il desiderio non si sovrappongono mai totalmente. Già lo stesso Freud aveva dedicato alcune pagine lucide e significative al tema della psicologia della vita amorosa ed alle differenze fra uomini e donne nell’amore. Il panorama generale della questione si riferisce alla distinzione fra amore e desiderio sessuale, fra tenerezza e sensualità. L’uomo si trova ad amare una donna sullo stampo materno, che richiama la madre e con la quale la sessualità rimane inibita poiché su questa compagna si abbatte l’interdizione paterna, la riedizione del tabù dell’incesto che proibisce l’intimità con la propria genitrice. L’uomo desidera un altro tipo di donna, dai costumi morali degradati; proprio con questa raggiunge tutta la sua potenza sessuale ed è libero di sprigionare la sua sensualità in quanto l’amante non rimane legata all’interdetto paterno[8].

Le donne tendono, invece, con maggior facilità a rivolgere amore e desiderio allo stesso uomo, sostituto del padre. Uniscono più spesso tenerezza e sensualità.

A questo livello si tratta di amore per appoggio, appoggio cercato in un sostituto dei genitori. Entra in gioco un’operazione di sostituzione per cui nel posto del padre subentra un uomo che, a partire da alcuni tratti, può ricordare in qualche modo il genitore amato ed idealizzato nel corso dell’infanzia. L’uomo protettivo rappresenta per la ragazza un appoggio analogo a quello avuto da bambina da parte del padre, spesso in grado di tranquillizzarla e di rassicurarla.

D’altro canto la traccia della madre nutrice si ritrova sotto le specie della moglie quale fondamentale punto di appoggio, di riferimento per molti uomini i quali tendono a ricreare con la moglie le dinamiche del rapporto con la genitrice.

Questo procrastinare l’atto matrimoniale tende ad incrementare le esperienze affettive pre-matrimoniali. E spesso si verifica una dinamica per cui, quando si è meno ingaggiati nella relazione amorosa, la sessualità funziona meglio. Problemi davvero molto diffusi come impotenza nella pentrazione ed eiaculazione precoce, per gli uomini, ed anorgasmia vaginale nelle donne si accentuano quando si ama e si riducono quando c’è solo attrazione fisica. Questa divisione fra amore e desiderio può portare a domandare un’analisi.

Ormai anche le donne dividono amore e desiderio; a volte perché si identificano inconsciamente in modo virile (con il padre o con il fratello) e amano come un uomo.

Abbiamo accennato all’agalma che sta al centro della dinamica erotica. L’agalma del testo di Platone viene tradotta da Lacan nelle specie dell’oggetto pulsionale, dell’oggetto causa del desiderio. Lacan coglie nell’oggetto (a) l’elemento adatto a “rappresentare l’inadeguatezza del rapporto dell’Uno con l’Altro”. L’oggetto (a) costituisce l’oggetto pulsionale tratto dall’oggetto perduto e mai ritrovato di Freud così come dall’oggetto parziale di Melanie Klein e dall’oggetto transizionale di Winnicott. L’oggetto causa del desiderio e, nel contempo, causa di godimento si pone come ostacolo nella coppia, in qualunque coppia. “Tra due quali che siano, ci sono sempre l’Uno e l’Altro, l’Uno e la a minuscola, e l’Altro non potrebbe in nessun caso essere preso per un Uno”[9]. Per un uomo, l’Altro sesso è quello femminile; questo va da sé. Tuttavia, secondo Lacan, anche per una donna l’Altro sesso è quello femminile. Rispetto al godimento maschile, fallico, vi è un Altro soddisfacimento. Mentre il godimento fallico è localizzato nell’organo sessuale e nel godimento della parola e dell’avere, l’Altra soddisfazione risulta diffusa nel corpo. Una donna si interroga sul godimento dell’Altra donna spesso molto più di quanto si ponga domande su quello maschile.

Una  coppia non potrà mai fare Uno, nonostante tutti i tentativi di unirsi, di abbracciarsi, di arrivare a godere insieme. Lacan fa l’esempio della frase di rito: “Siamo una cosa sola” che si dicono talora certune coppie. “Siamo una cosa sola. E’ veramente il modo più rozzo di dare al rapporto sessuale, a questo termine che evidentemente sfugge, il suo significato”[10]. Non si diviene mai una cosa sola. E’ questo che già aveva colto Platone, facendolo dire ad Aristofane nel brano sopra spiegato:  è impossibile, da due, diventare uno.

“Bisogna essere in tre per amare e non in due soltanto”[11]. La struttura a tre viene chiarita da Lacan proprio con il riferimento a quest’opera quando vi coglie l’arrivo, verso la conclusione del testo, di Alcibiade. Egli si va a coricare, supportato da un’ebbrezza strumentale, fra Socrate ed Agatone. Inizia allora una sviolinata nei confronti dell’amato Socrate il quale coglie che “si è sempre come minimo in tre” sottolineando “la triplicità che si presta a svelarci ciò che reputo l’essenziale della scoperta analitica, ossia quella topologia da cui risulta la relazione basilare del soggetto con il simbolico, in quanto essenzialmente distinto dall’immaginario e dalla sua cattura”. L’amore di Alcibiade per Socrate è stato provocato dall’agalma in lui. Con il nuovo venuto, vi è uno spostamento del punto su cui è focalizzato il dibattito: dall’elogio di Eros si passa all’elogio di un uomo ben preciso. Alcibiade declama l’amore che prova per il maestro, rivolgendosi in realtà ad Agatone che è notoriamente stato il grande amore di Socrate. Per questo egli reagisce dicendogli: “Non hai parlato per me – ma per Agatone”[12].  Se Socrate si schernisce è, in fondo, perché egli non ama e, sopratutto, sostiene che, “in lui, non c’è nulla di amabile. La sua essenza è quel vuoto, quell’incavo e, per usare un termine successivamente utilizzato nella meditazione neoplatonica e agostiniana, quella che rappresenta la posizione centrale di Socrate”[13]. Socrate interpreta il discorso da alticcio di Alcibiade come un voler essere amato da lui ed un voler che Agatone si lasci amare da lui. Tuttavia quello che Alcibiade desidera è l’agalma, “quell’oggetto unico, quel qualcosa che ha visto in Socrate e da cui Socrate lo svia, perchè sa di non averlo”[14].

La pulsione si impernia infatti intorno al vuoto. Possiamo renderci conto che ”il suo colore sessuale, mantenuto in modo così formale da Freud come iscritto nel più intimo della sua natura, è color-di-vuoto: sospeso nella luce di una beanza”[15] in quanto incavo effetto dell’azione mortifera del significante e del linguaggio. L’oggetto pulsionale è da sempre perduto e mai potrà venire rintracciato; per fare un esempio piuttosto mitico, nessuna donna potrà mai riportare il godimento primario relativo all’unione iniziale con il corpo della madre. Non vi è nessun oggetto in grado di colmare la mancanza intorno alla quale si organizza la pulsione e tutti i vari oggetti intorno ai quali essa fa il giro (ad esempio oggetto orale, anale, sguardo, voce, eccetera) si rivelano escusivamente delle parvenze dell’oggetto pulsionale in quanto mancanza che causa il desiderio.

L’oggetto pulsionale viene accostato da Lacan al numero aureo (noto anche come rapporto aureo o sezione aurea) che venne scoperto dal matematico pisano  Leonardo Fibonacci e che è stato reso celebre dal libro “The Da Vinci code”[16] e dal cult-movie che ne è stato tratto alcuni anni or sono. Sommando due numeri successivi e dividendoli per il secondo fra i due, si ottiene un numero via via sempre più vicino a 1,61803. Tale costanza numerica viene accostata da Lacan al principio di costanza, di regolarità della pulsione freudiana che ne costituisce uno dei dati basilari secondo tutti gli autori indipendentemente dalle aree culturali e dagli orizzonti epistemologici di riferimento; basti citare, fra essi, il contributo dell’eminente analista statunitense Morris Eagle che pone la teoria delle pulsioni come imperniata su una serie di “ipotesi di base, assimilabili nel principio di costanza” tanto da enunciarla come la prima delle idee di fondamentale importanza nell’opera di Freud[17].

L’elemento terzo che fa ostacolo all’unione della coppia e che ne costituisce anche la causa del desideri si presenta in almeno quattro forme: Dio, l’altra donna, il corpo ed il fallo.

Per quanto concerne Dio, “perchè mai i cosiddetti materialisti dovrebbero indignarsi se metto Dio – e perché no? – come terzo nella faccenda dell’amore umano? Capiterà anche ai materialisti di saperne qualcosina sul menage a tre, o sbaglio?[18]”. Una donna può tradire il suo uomo nella fantasia. Lo può fare con un’altra donna oppure con altri uomini ma anche con Dio, indirizzandosi ad un piano trascendente che prescinde dalla contingenza reale dell’amplesso.

L’altra donna implica il mistero della femminilità ed è attraverso l’altra donna che una donna può assumere il proprio essere sessuato. Si interroga su come gode l’Altra donna, si pone domande circa l’enigma della femminilità che risulta attinente ad un campo misterioso che la incuriosisce. L’eteros femminile è tale anche per le donne in quanto – come detto – l’Altro sesso è sempre quello femminile. Per questo Lacan poteva considerare eterosessuale chiunque ami le donne, indipendentemente dal proprio sesso. Una donna che ama altre donne è eterosessuale. D’altro canto, per l’uomo, l’altra donna è causa del desiderio sia verso altre e nuove donne sia con la possibilità di trovare nella propria partner varie sfaccettature della femminilità: lo sguardo della madre, la procreazione con la madre dei propri figli, lo slancio erotico con una donna di facili costumi, ecc.

L’essere umano ha un corpo e non coincide mai con il suo corpo. Certamente prevale l’avere un corpo rispetto all’essere un corpo. Questo corpo, inteso come Altro da sé, costituisce il luogo in cui, anzitutto fra le donne, si manifestano l’affettività, l’emotività, l’angoscia e la pulsione erotica. Si tratta di considerare il corpo come luogo dell’inconscio in cui si manifesta l’oggetto pulsionale. Si gode nel corpo ed il godimento femminile, a differenza di quello fallico, localizzato nell’organo, nel sapere, nel potere e nella parola, si presenta come esteso e diffuso nel corpo. Tra un uomo e una donna, oppure tra due donne, sarà impossibile fare Uno in quanto il corpo fa da terzo. Vediamo nell’esperienza analitica come il corpo ponga un limite all’unione, ammalandosi salvo poi improvvisamente guarire, soffrendo per poi divenire luogo di piacere. L’estraneità del corpo costituisce uno degli emblemi dell’alterità, anzitutto di quella femminile.

Un’ulteriore prospettiva concerne il fallo. L’incontro dell’uomo con una donna risulta sempre mancato in quanto il godimento maschile, fallico ed imperniato su dei tratti perversi, si distingue nettamente da quello femminile. “Contrariamente a quanto afferma Freud, è l’uomo ad abbordare la donna, a poter credere di abbordarla. […] Solo che ciò che egli abborda è la causa del suo desiderio, quella che ho designato come oggetto a. E’ questo l’atto d’amore. Come indica l’espressione, fare l’amore è poesia. Ma tra la poesia e l’atto c’è un mondo. L’atto d’amore è la perversione polimorfa del maschio”[19]. Lacan porta un esempio, uno dei pochissimi della sua pratica come analista, relativo “alla fine dell’analisi di un ossessivo”. Egli si ingaggia in una relazione extraconiugale in cui dovrebbe rilanciare un desiderio in fase calante e, uomo maturo, si trova ad essere “impotente con l’amante, e pensando di usare una delle sue trovate sulla funzione del terzo in potenza nella coppia, le propone di andare a letto con un altro uomo, tanto per vedere”. Questa donna si accorda con i desideri dell’analizzante. “Così non si rimane stupiti che, senza por tempo in mezzo, cioè la stessa notte, ella faccia questo sogno che riferisce fresco fresco al nostro tipo avvilito. Ella ha un fallo, ne sente la forma sotto il vestito, il che non le impedisce di desiderare che questo fallo vi entri. Sentendo ciò il nostro paziente ritrova immediatamente i propri mezzi e lo mostra brillantemente alla comare”. L’interpretazione, oltre alla sollecitazione relativa alla componente libidica attinente all’omosessualità rimossa e al fatto che si colga la struttura del “desiderio inconscio che è il desiderio dell’Altro – perché il sogno è fatto per soddisfare il desiderio del paziente al di là della sua domanda”, punta al fallo come terzo fra i due membri della coppia. Ecco, appunto, una splendida “occasione per far cogliere al paziente la funzione di significante che il fallo ha nel suo desiderio”[20]. Molti uomini puntano a scoprire il fallo nella partner come modo per recuperare il simbolo del desiderio: fra un uomo e una donna, c’è il simbolo fallico.

Se il soddisfacimento maschile non coincide affatto con quello femminile, la questione fallica si pone anche a partire dal lato delle donne. Ci sono donne falliche, radicalmente identificate in modo virile, desiderose di castrare l’uomo, di penetrarlo, di riaffermare la propria padronanza nella coppia. Ve ne sono di invidiose, sempre tese a volere ciò che l’uomo ha e a loro manca. A questo livello, la via proposta da Freud rimane valida: avere il fallo da un uomo sotto forma del bambino, sostituto simbolico di ciò che le manca e fattore basilare di completamento della propria femminilità. Vi sono coppie che si amano a condizione che vi sia un figlio: il legame fra un uomo e una donna emerge come un collante indissolubile non appena si dichiara l’intenzione della generazione e, ancor più, quando la coppia diviene basata sul legame parentale.

Spesso queste forme della femminilità convivono e coesistono nella stessa donna, in una sorta di divisione soggettiva fra molteplici sfaccettature. Una  donna potrà, ad esempio, desiderare il fallo da un uomo attraverso la maternità ma, nello stesso tempo, manifestare la propria soggettività attraverso il corpo come luogo del proprio inconscio e interrogarsi sulla propria femminilità mediante il permanere dell’attrazione e dei legami intimi con altre donne sul versante dell’amore saffico.

Ecco il campo della femminilità in cui l’analista incontra e si prende cura di numerose donne. La parola della psicoanalisi tende ad assolvere una funzione decisamente pregnante per molte donne, comunque sensibili alla dimensione del terzo.  Donne che soffrono, donne che rifiutano il cibo, donne che si nutrono troppo, donne che si deprimono, donne che impazziscono, donne folli non del tutto, donne che vogliono essere amate alla follia, donne che amano, donne che amano il padre, donne che amano i figli, donne che amano il marito, donne che detestano gli uomini, donne che non sopportano il potere, donne che inventano, donne che creano. Donne che vanno accolte una per una dal momento che non esiste La donna. Donne qui descritte, una per una. Donne alle quali parlare, una per una. Donne da ascoltare una per una, come avviene in una cura psicoanalitica.

[1]             J. Lacan, La direzione della cura e i principi del suo potere in Scritti, Volume 2, Einaudi, Torino, 1974, p. 613.

[2]             A. Di Ciaccia – D. Fasoli, Io, laVerità, parlo, Alpes, Roma, 2013, p. 8

[3]             Per un inquadramento del tema delle terapie di coppia di impostazione psicoanalitica, si legga il testo di F. Monguzzi, La coppia come paziente, Franco Angeli, Milano, 2007.

[4]             S. Freud, Introduzione al narcisismo, Opere, Volume 7, Bollati Boringhieri, Torino, 1989, p.

[5]             J. Lacan, Del Trieb di Freud e del desiderio dello psicoanalista in Scritti, Volume 2, Einaudi, Torino, 1974, p. 857.

[6]              Lacan, Il Seminario. Libro VIII. Il transfert, Einaudi, Torino, 2008, p. 135.

[7]             J. Lacan, Il seminario. Libro XI. I quattro concetti fondamentali della psicoanalisi, Einaudi, Torino, 2003, p. 259.

[8]             S. Freud, Contributi alla psicologia della vita amorosa, Opere, Volume 6, cit., pp. 421-432.

[9]             J. Lacan, Il Seminario. Libro XX. Ancora, Einaudi, Torino, 1983 e 2011, p. 47.

[10]           J. Lacan, Ibidem, p. 45.

[11]           J. Lacan, Il Seminario. Libro VIII, Il transfert, cit., p. 147.

[12]           Ibidem, p. 151.

[13]            Ibidem, p. 171.

[14]           Ibidem, p. 175.

[15]           J. Lacan, Del Trieb di Freud, cit., p. 855.

[16]           D. Brown, Il Codice da Vinci, Mondadori, Milano, 2004.

[17]           Eagle, Da Freud alla psicoanalisi contemporanea, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2012, p. 3.

[18]           J. Lacan, ibidem, p. 66.

[19]           J. Lacan, Ibidem, p. 68.

[20]            Lacan, La direzione della cura e i principi del suo potere in Scritti, Volume 2, cit., pp. 626-628.