Sergio Benvenuto, Antonio Lucci, Lacan, oggi. Sette conversazioni per capire Lacan, Mimesis, Milano 2014, pagg. 220.

di Fabio Milazzo

[Questa recensione è stata originariamente pubblicata su  Psychiatry On Line Italia – ISSN 1591-0598]

«Lacan, prese le mosse, nel suo “ritorno a Freud”, dalla lettura linguistica dell’intero edificio psicoanalitico,  riassunta da quella che, forse, è la sua formula più nota:

“L’inconscio è strutturato come un linguaggio”. […]

L’inconscio freudiano, infatti, fu motivo di scandalo non tanto per via dell’affermazione secondo cui il Sé razionale è subordinato al ben più vasto dominio dei ciechi istinti irrazionali,

quanto perché esso dimostrò come l’inconscio stesso obbedisca a una grammatica e a una logica sue proprie:

l’inconscio parla e pensa»

Žižek, Leggere Lacan. Guida perversa al vivere contemporaneo, P.25

LucciUna rapida indagine su un qualunque motore di ricerca di una libreria online mostra che nel solo 2013 sono stati pubblicati in Italia una decina di libri -al netto dei contributi in rivista o dei numeri monografici- che nel titolo fanno riferimento a Jacques Lacan, lo psicoanalista più citato e frequentato dagli studenti delle attuali facoltà di filosofia italiane, tanto che Rocco Ronchi può lapidariamente affermare: «Non è arbitrario iscrivere Lacan tra i filosofi. Con buone ragioni si parla infatti, da tempo, di una filosofia lacaniana»[1]. L’iniziale iscrizione all’interno della galassia strutturalista, facilitata da slogan quali «l’inconscio è strutturato come un linguaggio»[2], ha indirizzato l’attenzione di tutte quelle figure variamente interessate a rompere con la tradizione metafisica che faceva della scissione soggetto/oggetto e del primato del Logos la chiave di volta dell’epistème, la sola forma di conoscenza in grado di stabilire con certezza e chiarezza la «verità». Il Lacan più celebre anche in Italia, quello degli  «Écrits» pubblicati «nel 1966, quando […] aveva già 65 anni» (p. 13), celebra la priorità dell’Altro nella determinazione dell’Uno, e ciò lo ha avvicinato a quella galassia di pensatori contraddistinti dal rimodulare in diverse declinazioni il trascendentale, perlopiù in chiave linguistica. L’individuo auto-referenziale celebrato per secoli da tanta filosofia viene messo in soffitta, in favore di una soggettività molto più problematica, determinata dalle condizioni e dalle combinatorie a-priori del Simbolico: Il soggetto nasce in un «brodo di linguaggio» che ne costituisce l’Umwelt, la «nicchia antropologica» entro la quale farà esperienza della realtà. Ma cosa resta di questo Lacan oggi? Poco o molto che sia, certamente questa fase contraddistinta dal primato dell’Altro, dalla vicinanza con la «linguistica», dalla ripresa degli studi di De Saussurre e dal ruolo del «significante», ha segnato la successiva ricezione del pensiero di Lacan. Questo Lacan, che a 65 anni diventa una star in grado di riempire la «pur vasta sala della facoltà di Diritto al Pantheon» (p.14) dove tiene i suoi seminari del mercoledì, è una figura che colpisce l’immaginario per la postura da dandy, con il sigaro ritorto in bocca, il papillon e lo stile discorsivo ermetico: un Heidegger della psicoanalisi che affascina le folle solo in virtù del personaggio evocativo e dello stile incomprensibile in un’epoca in cui si celebra la disseminazione del significante? Da questo interrogativo prende il via la chiacchierata a due voci tra Sergio Benvenuto -psicoanalista e ricercatore presso l’Istituto di scienze Cognitive del CNR- e Antonio Lucci, giovane e brillante filosofo, autore, tra l’altro, di due monografie su  Peter Sloterdijk. I due co-autori, in sette conversazioni che sembrano evocare il clima di una stimolante talking cure in cui, però, manca l’analizzante, provano a evocare questo Altro assente che, al pari dell’objet petit a, sfugge sempre. E ci riescono percorrendo la strada meno semplice, quella di una conversazione in sette momenti su Lacan, sulla sua grammatica, affrontata con toni pacati, misurati, che fendono con chiarezza la nebbia ermetica che a prima vista circonda la produzione teorica dello psicoanalista in papillon. Concetti come «Reale», «oggetto a», «nodo borromeo» vengono passati in rassegna e illustrati all’interno di uno scambio di tipo colloquiale che ben si inquadra nel genere evocato dal titolo: una chiacchierata. Il merito del volume è quello di riuscire nel difficile compito di introdurre la produzione teorica di Lacan (quella degli «Scritti», ma anche quella degli «Altri Scritti» e dei «Seminari») senza lasciarsi andare ad inutili posture mimetiche che provano a rievocare lo stile di Lacan. Con lucidità e chiarezza, senza per questo venir meno alle esigenze di completezza concettuale, i due co-autori offrono una panoramica esaustiva della multiforme esperienza clinica e di pensiero del dandy della psicoanalisi. L’operazione risulta essere particolarmente riuscita perché non evita le secche problematiche costituite dalla riflessione del Lacan maturo, quello meno conosciuto in particolar modo in Italia, perché difficilmente inscrivibile nelle logore categorie della filosofia-dozzinale: per intenderci tutta la produzione tardo-novecentesca continentale categorizzabile come «post-strutturalismo». Se l’inconscio organizzato discorsivamente è un patrimonio metabolizzato anche dai non-addetti ai lavori, da quanti sono digiuni di psicoanalisi, basta citare concetti come «estimità», «cross-cap», «toro», «nodo borromeo», «sinthome», per leggere negli sguardi degli stessi non-addetti ai lavori disposti a credere all’inconscio-linguaggio tutto il turbamento e la diffidenza per quelle che appaiono come vane elucubrazioni ermetiche. Eppure, la tarda riflessione lacaniana, dietro mathemi e formule, non fa che radicalizzare un assunto che è un patrimonio della cultura tardo novecentesca, cioè che «non tutto nella vita è adattivo» (p. 190).

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Tra i temi che vengono affrontati  nella chiacchierata a due voci, il primo svolge un ruolo introduttivo e serve ad immettere i lettori nella grammatica e nella produzione teorica e clinica di Lacan: l’inconscio è organizzato discorsivamente, «è una condizione trascendentale – nel senso kantiano- della soggettività umana. […] non è possibile mettersi fuori dal linguaggio e osservarlo e descriverlo obiettivamente dall’esterno, per la semplice ragione che ogni osservazione o descrizione del linguaggio verrà fatta sempre linguisticamente» (p. 140). Ciò indica che per il soggetto c’è sempre senso, «plus-senso» (p.18) diremmo, visto che qualunque esperienza della realtà è ciò che resta di un rinvio del significante, anche se estraneo al senso comune, a quello condiviso. Con le parole di Benvenuto: «Il primato di “linguaggio” illustra quel che Lacan intende per significante, ovvero qualcosa di letterale non definito nel suo senso, dato che ogni significante può avere “effetti di senso” del tutto diversi. […] un significante è definito da ciò da cui si distingue, è una differenza rispetto ad altri significanti» (pp.65-66). Il significante è tale perché può essere contato in quanto unità, ma ciò non significa che deve necessariamente coincidere con l’entità minima del discorso. Anche un’immagine è un significante che vale per la sua differenza dall’Altro da sé, da ciò che non coincide con se stessa. Secondo la concettualizzazione lacaniana di catena la batteria significante è costituita da differenze, da elementi minimi che valgono in quanto uno. Da qui ne consegue che la struttura minima di significanti è quella formata da due elementi, due unità che si differenziano solo perché Uno non è l’Altro. Il rinvio significante è la logica necessaria della catena, quindi c’è sempre senso, direzione, linea di fuga. Cosa orienta la direzione del rimando? E’ «l’oggetto che causa il desiderio, oggetto fuori della trama del linguaggio e del senso […] la pulsione ha una causa esterna a essa, l’oggetto a» (p.140). In tutto questo cosa resta del soggetto? Niente, o per meglio dire uno scarto, quello compreso tra due significanti tesi nel rilancio, nel rinvio metonimico lungo la catena. Il soggetto si configura come un effetto della circolazione del significante lungo la struttura, un prodotto dei solchi impressi sul «corpo parlante. [Lacan] mostra che nei sintomi isterici, come nei sogni, funzionano le due figure retoriche fondamentali che, secondo la linguistica post-saussuriana, corrispondono ai due assi fondamentali del linguaggio: la metafora e la metonimia» (p. 160). Benvenuto, molto chiaramente, sancisce che «per Lacan il linguaggio è una condizione trascendentale» (p.140), cioè una condizione di possibilità, un a-priori che delimita e rende possibile l’esperienza del soggetto nella realtà. L’intuizione lacaniana è quella di aver impresso a questa posizione (che, tutto sommato, non è una grande novità dopo la svolta linguistica della filosofia primo-novecentesca), una declinazione psicoanalitica ponendola in relazione con l’inconscio. E’ l’inconscio ad essere regolato attraverso le leggi del linguaggio, in particolare la metafora e la metonimia. Quest’ultima, che è la parte per il tutto, «corrisponde all’asse detto sintagmatico del linguaggio: la combinazione lineare di parole nel tempo. La metafora invece corrisponde all’asse detto paradigmatico del linguaggio». (p.160). Il sintomo, allora, non è altro che un conflitto tra significanti che non riescono a mettersi d’accordo prendendo direzioni diverse sul corpo del soggetto. Un conflitto di direzioni che è uno scontro di micro-desideri le cui traiettorie si incidono sul corpo sintomatico del soggetto che, a tutti gli effetti, risulta essere un ammalato di linguaggio.

Questa intuizione segna profondamente la fase cosiddetta «strutturalista» di Lacan, quella che lo ha reso celebre anche in Italia rendendolo una star contraddistinta da tic, posture e stravaganze. Su di esse si concentra la prima delle chiacchierate tra Lucci e Benvenuto, che ha invece il merito di chiarire il valore etico di questi atteggiamenti, perlopiù ritenuti manie e stranezze facenti parte del personaggio. Viene, infatti, sottolineata la grande messa in scena della parola viva di Lacan, il «ritmo del suo parlare, i cambi di tono e di timbro della voce, le pause, i falsetti» (p. 14), tutte caratteristiche di un pensiero vivo, posturale, che Lacan mostrava nel suo nascere, nel suo attorcigliarsi, nelle sue contraddizioni. «Lui diceva che nei seminari parlava non da analista ma da analizzante, insomma da paziente, e il pubblico era il suo Altro. La sua era una sorta di auto-analisi che bisognava, più che capire, interpretare» (p. 15). La seduzione sollecitata dai suoi discorsi era un dimostrazione in atto di godimento della parola, di legame tra senso e hybris, teso a dimostrare il nesso inscindibile tra il linguaggio e jouissance. Lo stile, allora, più che una mascherata è un evento del «godi-senso», un’allusione a quel «resto incomprensibile che tracima sempre in quel che [si] dice» (p.15).  Dallo  scambio tra i due co-autori viene fuori la portata etica di un atteggiamento che vuol far «toccare con mano la “poieticità”, produttività, dell’inconscio» (p.16): «intento di Lacan è farci arrestare quando lo leggiamo o lo ascoltiamo, perché l’enunciato cessi di essere trasparente» (p.16). Il personaggio Lacan è quindi una costruzione a fini clinici non dissimile da quell’«io» (moi) tanto celebrato dalla riflessione filosofica che nasce da un’illusione allo specchio, da una proiezione immaginaria necessaria per superare le angosce del «corps morcelé».

Altro tema molto attuale è quello della scientificità della psicoanalisi, che i due co-autori affrontano nella seconda conversazione ricordando che «Lacan era d’accordo con Popper: la psicoanalisi non è una scienza. Ma per lui essere scienza non era la sola validità possibile per una teoria o una pratica. Lacan diceva che, pur non essendo la psicoanalisi una scienza, la scienza le fornisce il materiale- non segue il metodo scientifico, ma assimila certi contenuti della scienza» (p.41). Le affermazioni sono assolutamente consequenziali al discorso appena fatto sul nesso tra la parola  e il godimento: quale epistème è mai possibile per un nodo che è assolutamente contingente e irriducibile a qualunque necessità? Dalla chiacchierata viene rimarcato il dato paradossale secondo cui «la psicoanalisi è una non-scienza prodotta dal soggetto scientifico; non è pensabile senza la scienza, pur non essendo essa stessa scienza» (p.41).  Il discorso viene sviluppato nella terza conversazione dove si evidenzia il lascito e l’eredità di Lacan, da misurarsi anche nella distanza con il paradigma cognitivista secondo cui «il mentale viene nel fondo identificato alla funzione conoscitiva» (p.67), in nome di una sovrapposizione tra «linguaggio» e «cognizione» su cui Lacan non sarebbe stato pienamente d’accordo.

Benvenuto e Lucci, nella quarta conversazione entrano in uno degli ambiti centrali della riflessione clinico-teorica di Lacan, quello dei tre registri, ricordando che «Registro è il libro dove sono scritti gli atti pubblici, e viene dal latino regesta, atti trascritti, ripetizione di gesta, di atti”. Il riferimento alla trascrizione dà quindi a tutti e tre i registri lacaniani una stoffa simbolica» (p.99) Eppure il riferimento è meno scontato di quello che potrebbe sembrare e lo si può dedurre dal titolo dato alla conversazione che non fa riferimento al Simbolico, il registro che più lega Lacan allo strutturalismo, ma al Reale, dimensione atopica che sempre più spazio avrà nella riflessione lacaniana fino agli esiti quasi autistici della topologia dei nodi borromei. Un Lacan ostico, quest’ultimo, evocativo, quasi mistico, che sempre meno riscontro ebbe nell’ambiente anche tra quanti gli erano stati vicini. Disseminazione teorica o sviluppo coerente alla luce della riflessione sui tre registri che «a un esame attento […] si mostrano ben diversi da quel che normalmente gli analisti qualificano di simbolico, immaginario e reale»? (p.99) Affrontando il testo di Lucci e Benvenuto il dubbio -legittimo- emerge, ed è un merito che smarca il volume dall’ingolfato insieme  delle numerose pubblicazioni che si limitano a ripetere stancamente la vulgata, perlopiù fissatasi negli anni sessanta e settanta quando i seminari fondamentali, come «Ancora», erano sconosciuti.

In definitiva un’operazione intelligente quella dei due co-autori, che riescono a rivolgersi a diversi tipi di lettori, riuscendo a parlare ad ognuno di essi. Con le parole della premessa riconosciamo che «un libro veramente riuscito è uno scritto per iniziati, ma in modo tale che anche chi non è iniziato leggendolo non si renda conto di non esserlo» (p.10). In tal senso questo è sicuramente un libro veramente riuscito.

[1] Cfr. R.Ronchi, Lacan e i filosofi in M.Pesare (a cura di), Comunicare lacan.Attualità del pensiero lacaniano per le scienze sociali, Mimesis, Milano 2012, p.43.

[2] Cfr. J.Lacan, Il Seminario, Libro XI, I quattro concetti fondamentali della psicoanalisi (1964), trad.it. a cura di A.Di Ciaccia, Einaudi, Torino 2003, p.199.