Note di lettura a: Mario Galzigna Storia di una passione. Poesie. Il Poligrafo, Padova 2011, pp. 119.

522040_10204867343864333_3787833422734707825_ndi Marco Nicastro 

Il tema assai coinvolgente – lo sviluppo e lo spegnersi graduale di una passione amorosa – della silloge poetica di Mario Galzigna, elegantemente edita dal Poligrafo di Padova, viene efficacemente racchiuso in una forma poetica concettuale, in cui le emozioni, le fantasie, le pulsioni e le intemperanze di una relazione sono lucidamente ricondotti ad un ordine superiore (estetico, formale) che l’autore può a volte trovare nella costanza del verso (sempre endecasillabo), a volte nei riferimenti diretti ad altri autori tramite le note inserite alla fine di ogni componimento. Queste rappresentano i contributi di insostituibili illustri compagni con cui il poeta dialoga, in una sorta di coro immaginario, nei momenti di travolgente passione, di sofferenza, di solitudine e senso di vuoto che la fine di un rapporto d’amore sempre lascia dietro di sé.  Anzi, direi che proprio la presenza di questo tipo di note, assolutamente inusuali nei componimenti poetici, costituisca un elemento di originalità che certamente valorizza la raccolta e che fa parte integrante di essa, fornendo quasi le coordinate letterarie e filosofiche per orientarsi nell’esperienza vissuta dall’autore.

Il verso dicevamo, un endecasillabo libero che fluisce regolare grazie anche ad un lessico sempre misurato e ad una punteggiatura che scandisce bene il ritmo fungendo da guida per il lettore nell’articolarsi e dispiegarsi dei pensieri:

Preferisco pensare in solitudine

ritrovando la forza, l’abbandono,

i furori del sangue e della mente:

senza di te, stelo tremante, instabile,

dolce canaglia, tenera bambina.

                                               (Versi brucianti, per un ritorno impossibile)

La punteggiatura frequente è di certo un elemento che segna questa poesia, scandisce in modo serrato il susseguirsi dei pensieri, cerca di delimitarli gli uni dagli altri forse per comprenderli, per oggettivarli, per riportare alla ragione la realtà delle cose in un momento di grande trasporto e dolore in cui tutto trema:

In un lontano autunno tenebroso

 – lo ricordi? – piangevi, deliravi,

 pativi la mia resa e l’abbandono –

Ho voluto rispondere al tuo pianto:

ho scelto la rivolta ed il ritorno

Ora tu vivi altrove – scherzi e ridi

con borghesi educati, fatui e ignari –

e non sai né pensare né rivolgerti

 ai miei tremori e alla mia fermezza.

                                                                                              (Fantasma opaco della libertà)

Lo sforzo di oggettivare, di riprendere un controllo in qualche modo sulla realtà si riflette anche nell’elencazione ossessiva di certi ricordi, elementi del passato, piccoli episodi.

 

Ti chiedo solo un gesto di commiato:

regalami a dicembre, te ne prego,

quell’agenda Pineider – la ricordi? –

che mi donavi sempre a fine d’anno,

                                               (L’agenda Pineider marrone chiaro)

 

oppure

Lontano dal tuo complice sorriso

ritorno, solo, nella casa vuota

Guardo il telefono, silente e inviso,

contemplo le tue foto e le tue pose:

l’abito verde, corto e semiaperto,

le tue gambe svettanti, luminose,

le caviglie sottili, affusolate,

le calze bianche, con richiami ai bordi,

la palpebre socchiuse, trasognate.

                                               (La casa verde, senza il tuo sorriso)

La frase rimane sempre lucida, impeccabile, il lessico ricercato e preciso, con un’aggettivazione sovrabbondante sì, ma mai superflua, che sa diradarsi al momento opportuno.

Lo sforzo di una lucidità raziocinante di ritrovare un senso negli eccessi dell’animo in preda alla passione carnale e all’innamoramento, alle paure e alle dipendenze reciproche, costituisce un’altra cifra, questa volta contenutistica, dei versi di Galzigna. La passione erotica per la donna è il vincolo primordiale ed oscuro che lega gli amanti, generando una sensazione di soffocamento e voluttà, da cui l’Io del poeta tende a districarsi ma in cui spesso, fatalmente, finisce per ricadere.

Usando l’arte della seduzione

sradicavi il piacere dagli affetti.

Divenni amante e schiavo di quell’arte:

complice ludico e appassionato

che incoraggiava le tue dipendenze.

                                               (L’ombra di Dioniso)

L’erotismo come motore psichico del rapporto e come mezzo per giungere a più profonda conoscenza dell’altro traspare da molti versi. Un erotismo tuttavia che non è mai scisso ma si accompagna alla tenerezza, al sentimento profondo, alla complicità, alla gioia di condivisione con l’altro:

Solo così puoi ricordare, Giulia,

le mie carezze lente, elettrizzanti,

e i brividi che coprono la pelle:

un arabesco erotico, esclusivo,

che ricamava sempre le tue gambe.

                                               (Per te ho fotografato le mie mani)

Molto bella, a mio avviso, la resa dell’idea dell’amore che traspare da versi intensi e chiaramente vissuti come:

a un amore sincero, senza rischi

io preferisco una passione accesa:

lo spasimo dei sensi e della mente,

 l’intimità vissuta e condivisa.

(Angelo pieno di gaiezza, ascolta)

 

che testimoniano appunto dell’assoluta unità cui si può giungere in un rapporto in cui sia la mente che il corpo spasimano fino a dissolversi. L’amore completo e integro come una via di fuga, una via per obliare il mondo grigio e convenzionale – «matema scolorito e senza volto» – come dimensione privilegiata in cui ritrovare la pace, immergendosi totalmente nel presente, cancellando passato e futuro.

È un amore in cui il poeta si riscopre bambino innocente amante del gioco, in cui si perde nella degustazione dei momenti di complicità che l’incontro con l’amato concede, in assoluto contrasto con l’implosione relazionale dell’altro che inesorabilmente si compie, col tempo, dinnanzi ai suoi occhi increduli. La donna dei desideri, preda delle convenzioni sociali – «la noia e la viltà del mondo» – finisce gradualmente per allontanarsi e diventa un oggetto freddo e poco comprensibile, non più in grado, in effetti, di soddisfare la voglia di autenticità del poeta. La ragionevolezza del buon senso soffoca l’Io lirico in preda al desiderio panico di infinito, di autenticità e di immersione nel piacere dei sensi; il poeta vorrebbe invece immergersi voluttuosamente in questo piacere che, dissolvendo i vincoli logici abituali, costituisce una via privilegiata alla conoscenza dell’altro.

La paura di oltrepassare le convenzioni e di perdersi veramente nell’altro, la paura di accettare in sé tutte le componenti, anche estreme, dell’amore, conducono la donna amata, amante avaro di sé, ad un utilizzo strumentale dell’amante innamorato, che diviene inerme oggetto di una pulsione scissa – « / la sua panica e sfrenata cupidigia, / che tu hai raccolto, paga, senza amore/ [L’amico, lo specchio] – o di un narcisismo distaccato – «Ho sofferto in silenzio l’ultima sera, sul bordo della piscina, […] non te ne sei accorta. Stavi leggendo un’antologia di testi futuristi….» [Rimembranze].

Così, in una sorta di climax discendente, nella seconda parte della raccolta si nota il progressivo amaro distacco dall’amata, e l’elaborazione finale del lutto – per dirla in termini analitici – in cui l’immagine della donna, angelo di perdizione sensoriale degli esordi, angelo dell’amore spensierato, diventa reale nei suoi limiti, nelle sue mancanze e finisce per ispirare la creatività e non più solo l’amarezza dell’autore, come in: «ora sei la Musa che m’ispira, / che mi detta sarcasmi e struggimenti…».

L’Io poetico può finalmente distaccarsi, ricordare e contemplare la donna perché è riuscito forse a riattingere al nucleo profondo e benefico dell’essere, ritrovandosi e andando oltre il dolore della perdita, espresso in modo emozionante nei due versi: «Ho scoperto me stesso nel distacco. / Ho scoperto te nella mancanza.» [Secondo quartetto]. Emerge la possibilità di tollerare la solitudine, condizione necessaria per riappropriarsi di sé dopo un grande dolore, per riuscire nuovamente «a scrivere e a pensare».

Dell’esperienza vissuta, dell’armonia perduta rimarrà al poeta solo il ricordo, quella «profonda rimembranza» che radica il soggetto nella storia e gli conferisce il suo specifico peso esistenziale. Il superamento del dolore consente di ricordare liberamente il passato, non senza una vena di amarezza, assaporando i suoi aspetti buoni ma anche quelli che più hanno recato sofferenza; e consente, soprattutto, di creare e di usare l’ironia. Infatti, filtra da diversi componimenti, soprattutto nella parte finale dell’opera, una certa ironica leggerezza su quanto è stato vissuto e sulle illusioni di chi ama. In questa rivisitazione anche lieve dell’esperienza dolorosa, la cultura, la conoscenza e la creatività diventano una fonte di speranza per l’Io danneggiato dal dolore, un motivo e un motore di rinascita, di ritorno alla vita, che conclude questo viaggio umano del poeta:

ora io sono pronto a ripartire

verso lidi lontani e inesplorati[…]

insorgono le forze sconosciute

d’un opera in perpetuo movimento,

che si rinnova giorno dopo giorno;

ritrovo in lei la quiete e l’energia:

volontà, desiderio, intelligenza.

                                               (Rinascita)

Sul finire di questo viaggio, menzionerei le due brevissime prose che l’autore inserisce all’interno della raccolta. Io le immagino come sbocchi necessari per una poesia che, pur regolamentata nel suo fluire da una struttura del verso ben definita, tende naturalmente alla prosa poetica e ad essa saltuariamente s’affaccia, lasciandoci scorgere squarci di paesaggio forse ancora più intensi e delicati. In queste prose Galzigna continua a riflettere – creando sapientemente atmosfere malinconiche e rarefatte, come paesaggi di campagna primaverili sfumati nella nebbia – sulle gioie segrete ed i travagli di un legame, sull’incapacità di contatto di due amanti, su sé stesso in rapporto all’Altro. Il tema dell’Alterità come entità che arricchisce l’Io risulta sempre presente nel poema; l’altro da sé come apportatore di gioia e di dolore, di disperazione o di speranza, a patto che, come l’Io si lasci coinvolgere nella relazione fino a perdersi in essa, oltrepassando le convenzioni che si concretizzano nella scialba e ipocrita mondanità e in un Edipo fantasmatico portatore di fardelli morali e di vincoli ottusi che limitano la libertà di essere del Soggetto. Non a caso, due componimenti che si trovano rispettivamente nella parte iniziale e poi finale della silloge, individuano proprio nella configurazione inconscia dell’Edipo (dell’amata) un potenziale rischio per la libertà di amare e di darsi del Soggetto, agli altri e alla vita, se l’Io vi aderisce irriflessivamente:

l’immagine del padre ti minaccia

vorrei che la sua legge fosse cenere…

vorrei che tu non mi legassi mai

al suo sembiante e alla sua parola.

                                               (Nei luoghi di un’infanzia in cancellata)

Un unico poema mi sembrano formare tutti i versi di Galzigna, un unico componimento senza soluzione di continuità con le prose e le note dell’autore. Quest’unità risulta fondamentale per immergerci nella sua esperienza e per comprenderla a fondo, lasciandoci con la speranza vitale che ci sia sempre una possibilità di riemergere dall’abisso di un amore finito (di qualunque amore si tratti), grazie anche alla potenza catartica e rigeneratrice dell’arte. Concluderei così con le parole stesse dell’autore, molto delicate, tratte dalla prosa conclusiva della silloge Un mondo ancora possibile..; parole che direi essere un delicato inno alla poesia:

«La poesia – ridando vita e spessore alle rimembranze – può diventare una finestra perennemente dischiusa, che riconduce il nostro sguardo inquieto ai bagliori di una luce nuova, agli enigmi misteriosi di un futuro indecifrabile, ai percorsi ancora ignoti della speranza e dell’attesa.»

Marco Nicastro è psicoterapeuta ad orientamento psicoanalitico. Vive e lavora a Padova, dove si occupa di psicoterapia dell’adolescente e dell’adulto. Ha pubblicato la silloge poetica Trasparenze (Oedipus, 2013) e, in ambito clinico, Pensieri psicoanalitici (Arpanet ed., 2013).

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