I FILOSOFI, PRECURSORI DEGLI PSICOANALISTI

di Roberto Pozzetti 

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La psicoanalisi ha sempre intrattenuto un fitto dibattito con numerose opere filosofiche, situate in diversi momenti e luoghi della storia dell’elaborazione del sapere. Non a caso, Freud definiva i filosofi “nostri precursori”. Troviamo in effetti di frequente questi riferimenti nei testi del padre della psicoanalisi, uomo di modeste origini, non privo comunque di una onesta formazione intellettuale ma che non amava il fumoso addensarsi di questioni di certa filosofia tanto da definire la dialettica idealista, anche nella sua derivazione marxiana, “un sedimento di quell’oscura filosofia di Hegel”[1]. In quali ambiti Freud cita i filosofi ? Leggendo le sue Opere, nella loro evoluzione, possiamo facilmente accorgerci che tali citazioni si situano quasi sempre in riferimento ad una precisa tematica, basilare nella psicoanalisi: quella della pulsione. Nel Trieb troviamo difatti una via di volta essenziale della psicoanalisi e Lacan la includeva fra i quattro concetti fondamentali della psicoanalisi con inconscio, transfert e ripetizione.

platoLa pulsione è un crocevia teorico sempre al limite fra il somatico e lo psichico che, per questo, va differenziato dall’istinto animale. Era stato già descritto dai filosofi greci; ad esempio, nel Simposio di Platone, al quale Lacan dedicherà buona parte del Seminario sul transfert. “Il filosofo Schopenhauer aveva già sottolineato con enfasi indimenticabile l’importanza incomparabile della vita sessuale. Tuttavia ciò che la psicoanalisi chiama sessualità non coincide certo con la spinta irresistibile all’unione dei due sessi o alla produzione di piacere genitale, e assomiglia casomai molto di più all’Eros del Simposio platonico che tutto comprende in sè e tutto preserva”[2]. Nel mito dell’androgino, l’essere umano viene diviso fra la sua parte maschile e la propria parte femminile: dunque si trova spinto da questa mancanza a cercare un completamento al fine di rintracciare quanto ha perduto. Analogo è il concetto di pulsione, imperniato sul ritrovamento dell’oggetto: trovare l’oggetto libidico è sempre un tentativo di recuperare l’oggetto perduto ed agognato, ad esempio l’originario amore genitori-figli. Avere desiderio verso una donna ha la sua matrice nel recupero del legame primario con la genitrice; l’amore per un uomo trova il suo punto di scaturigine nell’amore padre-figlia, così essenziale in tanti casi clinici.

Anche Lacan, il quale dibatte costantemente con i filosofi in tutta la sua opera, in tutti i suoi Scritti ed i suoi Seminari, sottoponendo il testo freudiano ad una lettura rigorosa ed arricchita da altri contesti culturali, inizia a dialogare con l’elaborazione filosofica a partire da una componente importante della pulsione che è il desiderio. Negli anni Cinquanta il grande riferimento con il quale interloquisce sta nell’enorme opera di Hegel, filtrato da Kojève dalla cui lezione si nutrì[3], come molti intellettuali francesi, negli anni Quaranta: il desiderio è desiderio dell’Altro.

Dire che il desiderio è desiderio dell’Altro ha tre accezioni fra loro collegate. Innanzitutto, implica che il soggetto desidera l’Altro e vuole venire desiderato e riconosciuto dall’Altro, che il proprio desiderio ha come oggetto, anziché qualcosa di concreto, il fatto che il desiderio altrui sia rivolto al soggetto desideroso di un riconoscimento. In seconda battuta, implica che il desiderio viene dall’Altro in quanto è l’Altro che, desiderandomi, mi fa esistere come soggetto portatore a mia volta di un desiderio: ad esempio, nella storia di un essere umano, è il desiderio dei genitori che rende possibile al bambino avere un proprio desiderio e, più estesamente, una propria soggettività. In terza istanza, il desiderio del soggetto è il desiderio dell’Altro in quanto il soggetto tende a fare del desiderio dell’Altro il proprio stesso desiderio ed a desiderare ciò che desidera l’Altro: ad esempio, il desiderio di una ragazza sarà filtrato dal desiderio di un’altra donna tanto da volere un ragazzo perché crede che lo desideri l’altra.

Tutta quest’opera di attualizzazione nella psicoanalisi del desiderio hegeliano risulta validare il tema del desiderio da leggere come desiderio dell’Altro con una differenza, però, imprescindibile: il desiderio nella filosofia e, soprattutto, in Hegel si situa a livello della coscienza mentre, per la psicoanalisi, è a livello inconscio. Per Hegel una coscienza o, meglio, un’autocoscienza entra in una lotta di puro prestigio, dialettica, con un’altra autocoscienza; un’idea quale tesi si scontra con un’altra idea che le si oppone come antitesi per giungere alla sintesi in un rilancio di queste triadi assorbite e risolte da quel termine che pone problemi nella sua traduzione italiana che è Aufhebung in cui l’idea viene tolta ma anche conservata da quella con cui interagisce in una sorta di sollevamento. Nel campo analitico, invece, abbiamo a che fare con il desiderio inconscio e lo possiamo cogliere attraverso una serie di manifestazioni (sogni, lapsus, fantasie, dimenticanze, ecc.) dette formazioni dell’inconscio. Freud ha inventato l’analisi attraverso l’interpretazione dei sogni con una tesi molto chiara e precisa: il sogno, via regia per giungere all’inconscio, è appagamento di desiderio. Un sogno, ad esempio, trae spunto da residui della vita quotidiana per innescare una scena inerente un desiderio infantile, radicato e sedimentato nell’inconscio stesso.  “Lo psichico dei filosofi non era quello della psicoanalisi. Nella loro stragrande maggioranza i filosofi chiamano psichici soltanto i fenomeni della coscienza”[4].

La psicoanalisi non costituisce, però, un’apologia del desiderio. Vi sono almeno tre elementi che ne smentiscono la portata: la domanda, l’angoscia e l’amore. Lacan costruisce una lettura simbolica della pulsione in cui la Domanda (scritta con la D maiuscola) è quanto vi sia di più inerente la spinta pulsionale e la domanda è domanda d’amore. Ogni essere umano domanda amore, ogni domanda rinvia ad un’inconscia domanda d’amore[5]. Domandare: il soggetto non ha mai fatto che questo, non ha potuto vivere che grazie a questo, come vediamo nei bambini con le loro incessanti e sempre nuove domande imperniate sui “Perché?”. Se supponiamo l’uomo come umano, egli non potrà che porsi questi interrogativi ineludibili: “Chi sono ?”, “Cosa voglio?”, “Dove andrò dopo la morte?”, “Cosa vogliono gli altri da me?”. Tutte queste notevoli domande sono riconducibili alla domanda d’amore, trovano la loro radice inconscia nella domanda d’amore.

kierkegaard-2L’altro fattore che pone problemi al desiderio è l’angoscia. In questo, il riferimento filosofico di Lacan, nei primi anni Sessanta, è Kierkegaard il quale solleva obiezioni alla dialettica storica che riesce a conciliare il contrasto fra la tesi e l’antitesi, quali modi di porsi dell’autocoscienza, in una sintesi. L’angoscia rende forse impossibile la sintesi in quanto viene avvertita dal singolo, dinanzi alla possibilità di una scelta, e lo orienta verso un rapporto diretto con l’assoluto, con Dio, senza la mediazione dell’universale storico. Da Copenaghen, egli riscopre la dimensione della singolarità, che va ovviamente distinta dalla particolarità, e la figura del singolo come basilare per descrivere la consapevolezza dell’esistenza umana caratterizzata dalla possibilità di scegliere un rapporto diretto con Dio, non mediato dai vituperati rappresentanti storici delle categorie dello spirito e di un sapere assoluto[6]. Lacan trova proprio in questo smarrimento del riferimento alla storia ed alla struttura universale che determina il soggetto il limite e, nel contempo, l’originalità dell’ esperienza esistenzialista. “E’ da uno smarrimento, nel senso etimologico del termine, rispetto a tale riferimento che nasce e precipita la riflessione esistenzialista”[7]. La figura del singolo era rara nell’Ottocento e diviene sempre più diffusa con il propagarsi della condizione di single al punto che F. Milazzo ha definito la nostra epoca “kierkegaardiana”[8]. Oggigiorno il singolo stenta ad accettare di perdere qualcosa della sua individualità iscrivendosi in un gruppo, in un’aggregazione, in un legame sociale, in un’istituzione, in una collettività. Farne parte crea angoscia, inquietudine, repulsione. Per questo si sviluppano i legami liquidi, descritti da Z. Bauman in ormai innumerevoli testi[9]; per questo prevalgono, soprattutto fra i più giovani, le relazioni nel mondo virtuali in un certo evitamento dell’incontro fra le voci, gli sguardi ed i corpi. Essa si manifesta attraverso l’esperienza dell’angoscia che rende impossibile l’armonizzarsi dei conflitti con la sintesi dialettica. La psicoanalisi legge in Kierkegaard, nella sua reazione contro il sapere assoluto del maestro della filosofia ottocentesca Hegel, una provocazione del soggetto che si ribella contro il maestro mettendolo in scacco dicendo: “Quello che lei afferma è molto bello, molto preciso culturalmente, molto ben sistematizzato. Io, però, sono angosciato: cosa ne fa lei della mia angoscia ? Come risolve la mia angoscia ? A quale sintesi della mia angoscia riesce a giungere ?”.

Il contributo di Kierkegaard è anche prezioso a livello dell’amore. Se il desiderio ha la caratteristica metonimica di spostarsi sempre verso la novità, facendo sì che si spenga nei confronti dei legami consolidati e che si rilanci verso oggetti libidici nuovi, l’amore si posiziona in una logica di fissazione ripetitiva. L’amore felice – diceva  Kierkegaard – è l’amore come ricordo, volto alla ripresa, alla ripetizione (si trovano entrambe le traduzioni di questo termine danese) di un legame originario[10]. Quando una donna viene lasciata e poi ripresa, quando il ricominciare avviene in una coppia datata anziché nella nuova relazione oppure come single, si rintraccia qualcosa dell’amore originario. Trovare l’oggetto, per Freud, è sempre ritrovare l’oggetto libidico primario in un modo comunque insoddisfacente in quanto l’oggetto bramato ed agognato non corrisponderà mai del tutto a quello perduto: trovare una donna e farne la propria moglie, ad esempio, non sarà mai come ritrovare il legame d’amore originario per la madre. Trovare un uomo con cui instaurare una relazione affettiva non permetterà mai di rintracciare perfettamente il legame infantile con il papà protettivo. L’amore è, comunque, ripetizione che mette in scacco il desiderio.

L’interesse di Lacan per la filosofia prosegue, intorno al Sessantotto, con un riferimento frequente all’opera di Marx. Dice Lacan: “E’ da un’omologia a partire da Marx che procederò per introdurre  oggi il posto dove dobbiamo situare la funzione essenziale dell’oggetto a”[11], l’oggetto pulsionale riscritto in forma logica dallo stesso Lacan a partire dagli oggetti inerenti gli orifizi del corpo (seno, feci, sguardo, voce). Attraverso l’analogia fra l’oggetto pulsionale freudiano e il plus-valore marxiano, la quota parte del lavoro del proletario che, anziché venirgli retribuito, viene reinvestito dall’imprenditore nell’acquisto di mezzi di produzione. In modo omologo, l’oggetto pulsionale è il residuo di godimento pulsionale, il risultato della rinuncia al godimento sotto l’effetto del discorso. Un grande contributo su questo argomento giunge dal confronto con la lettura sintomale e strutturalista di Marx compiuta da Althusser. Ricordiamo che il suo giovane allievo Jacques-Alain Miller sarebbe poi divenuto l’erede testamentario delle opere di Lacan stabilendo i testi dei suoi Seminari, alcuni dei quali tuttora inediti anche in francese.

L’autore con cui si confronterà maggiormente il Lacan degli anni Settanta, quello degli ultimi tempi della sua esistenza, sarà Aristotele. Dal filosofo greco egli trae innanzitutto il concetto di ousia, sub-stantia che viene tradotto come sostanza godente. Ogni essere ha nella sostanza che lo costituisce la causa della sua necessità. Lacan accosta la sostanza godente all’oggetto pulsionale che rimane sempre lo stesso in una spinta verso il godimento che pone in scacco il desiderio in quanto desiderio dell’Altro. Nel godimento vi è qualcosa di piuttosto autistico in quanto ogni essere umano gode a suo modo, trovando l’oggetto pulsionale anziché godere del corpo del partner. Si gode dell’oggetto a. Inoltre, e soprattutto, vi è in tutto ciò qualcosa che pone una radicale obiezione all’unione fra uomo e donna: il godimento maschile è centrato sul fallo mentre quello femminile non è tutto fallico. L’uomo gode di una parte del corpo femminile. Un uomo gode più spesso dell’avere, dell’avere oggetti dal valore fallico: il denaro, il sapere, il potere e soprattutto le donne in posizione di oggetto; per questo il desiderio si situa più sul versante maschile come anelito a rintracciare una serie di oggetti sempre nuovi che potranno assicurare il soddisfacimento. L’uomo desidererà avere donne oppure oggetti inediti per recuperare così una quota parte di godimento fallico. Dal lato donna, invece, si trova soprattutto la questione d’amore: essere amata, essere desiderata, essere follemente cercata ben al di là di qualsiasi oggetto.

“Ciò che spunta sotto l’etichetta con cui lo designa Aristotele è molto precisamente quello che l’esperienza analitica ci permette di individuare, almeno da un lato dell’identificazione sessuale, dal lato maschile, come l’oggetto – quell’oggetto che si mette al posto di ciò che, dell’Altro, non può essere colto”[12]. Dunque, fra un uomo e una donna c’è un muro, c’è un ostacolo, c’è una sbarra che rende impossibile la perfetta coincidenza dei loro modi di godimento, che rende impossibile godere come un’unità.

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Roberto Pozzetti, psicoanalista a Como, Membro Scuola Lacaniana di Psicoanalisi, docente Istituto IRPA, autore di varie pubblicazioni.

 

[1] S. Freud, “Una visione del mondo” in Introduzione alla psicoanalisi, Lezione 35, Opere, Volume 11, p. 280.

[2] S. Freud, Le resistenze alla psicoanalisi, Opere, Volume 10, p. 54.

[3] Cfr. A. Kojève, La dialettica e l’idea della morte in Hegel, Einaudi, Torino, 1991.

[4] S. Freud, ibidem, p. 52.

[5] Cfr. J. Lacan, La significazione del fallo in Scritti, Volume 2, Einaudi, Torino, 1974.

[6]S. Kierkegaard, Timore e tremore, Mondadori, Milano, 2003.

[7] J. Lacan, Il Seminario. Libro X. L’angoscia, p. 10, Einaudi, Torino, 2007.

[8] F. Milazzo, Devi deciderti! Sull’obbligo della libera scelta in «Lo spirito e l’osso. Immaginario, filosofia e psicoanalisi», POL.it (Psychiatry on line Italia), 14/11/2013 (http://www.psychiatryonline.it/node/4650 )

[9] Cfr. soprattutto Z. Bauman, Amore liquido, Laterza, Bari, 2003.

[10] S. Kierkegaard, La ripresa. Tentativo di psicologia sperimentale, SE, Milano, 2013.

[11] J. Lacan, Le Séminaire. Livre XVI. D’un Autre à l’autre, Seuil, Paris, 2006, p. 16 (traduzione mia).

[12] J. Lacan, Il Seminario. Libro XX. Ancora, Einaudi, Torino, 1983 e 2011, p. 60.