(a cura di) Alex Pagliardini e Rocco Ronchi, Attualità di Lacan, edizioni Textus, L’Aquila 2013.

1959601_816549515037728_1003422180_n

di Alessandro Siciliano

Lacan non è un autore semplice. La sua opera è ostile alla lettura e alla comprensione. Lo si sente dire spesso e questo libro ci aiuta a capire perché. C’è infatti qualcosa di specifico, in Lacan, ad essere inafferrabile dalla comprensione.

Attualità di Lacan è un libro fatto di contributi filosofici e psicoanalitici. Sappiamo come le due scienze si compenetrino, si informino a vicenda nel suo pensiero. Qual è oggi lo stato dell’arte della filosofia e della psicoanalisi contemporanee? La figura del filosofo e quella dello psicoanalista si trovano oggi a ricevere una domanda comune: la produzione di senso. Interroghiamo lo psicoanalista perché manchiamo di senso, perché il sintomo appare come evento di non-senso. Partecipiamo ai festival di filosofia per costruire grandi narrazioni sui grandi temi dell’esistenza. In particolare, il mainstream psicoanalitico sembrerebbe oggi indirizzato a rendere il soggetto consapevole dell’inconscio, ad istruire l’individuo sul proprio inconscio, il che, come dice bene Alex Pagliardini, equivale ad annullare e bonificare questo calderone di cose scomode e fastidiose. «L’attualità speculativa di Lacan è così la sua inattualità rispetto all’epoca in cui ha vissuto  e si è formato» (Pagliardini, Ronchi, p. 12). Lacan rappresenta un punto di rottura all’interno dell’andazzo psicoanalitico del dopo Freud, quella psicoanalisi ferocemente criticata da Deleuze e Guattari ne L’Anti Edipo. Una psicoanalisi orientata a produrre individui integri e integrati alla società e al principio di realtà da questa dettato.

Questo libro ci mette a confronto non più con il Lacan teorico del primato del significante e del simbolico come brodo primordiale dell’umano, ma con il Lacan che indaga e punta all’al di là del simbolico. Il campo del linguaggio non copre tutto l’umano. L’essere umano fa esperienza di ciò che, nei limiti del linguaggio, è ben definibile come umano, ma al di là di questi limiti esiste il campo del non-dicibile, dell’inenarrabile. Si impone dunque la necessità, per lo psicanalista parigino, di inventare: il registro del Reale.

Non si tratta, lo sappiamo bene, della realtà. Nella psicoanalisi lacaniana i termini Reale e Realtà hanno anzi significati opposti. La realtà «è un sonno», ciò che è culturalmente consolidato, che torna sempre allo stesso posto. Tutto quadra nella realtà, la rete simbolico-immaginaria che l’essere umano preleva dall’Altro. Quella famosa realtà con cui, secondo il discorso psichiatrico, il soggetto psicotico perderebbe il contatto. Ma lungi dal costituire un deficit, all’occhio dello psicoanalista quella del soggetto psicotico è una lezione preziosa su ciò che chiamiamo realtà. La realtà è una convenzione sociale, è arbitraria direbbe De Saussure. Maggiore è l’accordo su cos’è realtà, maggiore sarà l’ordine costituito di una società. In questo senso, il soggetto psicotico mina strutturalmente l’ordine sociale, con le sue produzioni di sensi altri, che non si amalgamano con l’Altro culturale. Di nuovo, dunque, «si può dire che la profonda inattualità del suo gesto è stata avvertita nel suo tempo soprattutto da Deleuze e Guattari, per i quali è la psicosi e non la nevrosi ad assicurare la chiave d’accesso al reale dell’inconscio» (Pagliardini, Ronchi, p. 15).

Che cos’è dunque il reale? «Il reale è ciò che non risponde alla domanda che cos’è?», dice Rocco Ronchi. Tutto ciò che accade al vivente può essere guardato, secondo il filosofo, focalizzandosi su due diversi momenti: il che cosa accade e l’accadere di ciò che accade. Dal momento in cui dico che cosa accade, lì è già in atto la narrazione, il tentativo del simbolico, del linguaggio, di inglobare e spiegare l’evento. C’è un prima rispetto a tutto questo, cioè l’accadere di ciò che accade. La casualità, l’accidente per cui quel qualcosa è semplicemente accaduto. L’immediatezza di ciò che accade. Rispetto al momento in cui dico che cos’è, c’è un prima dato dal fatto che ciò che mi accade semplicemente accade. Non che cos’è, ma piuttosto dovremmo dire che è, a rimarcare un’impossibilità strutturale del linguaggio di raggiungere ciò che Lacan ha definito il reale. La domanda che cos’è, in cui all’oggetto indagato viene data una prima scansione in quanto cosa, non può esserci d’aiuto per inquadrare quella parte dell’esperienza umana che ha generalmente a che fare col corpo e con la morte, «col lato scandaloso della vita» come dice Sergio Benvenuto nel suo saggio.

Il termine accadere qui non è stato scelto a caso, perché contiene in sé cadere. Il reale è proprio dell’ordine di ciò che ci cade addosso, ci accade prima della e a prescindere dalla sovrastruttura umana. Qualcosa che «ci prende da dietro e ci trasporta». L’ingovernabilità della vita, ciò che né il linguaggio né qualunque altro dispositivo umano riescono a educare. «La pulsione se ne frega di tutto, anche dell’amore». C’è qualcosa della vita che non entra in dialettica con l’Altro. Qui il termine vita ci torna utile, intesa però come ordine pulsionale, la vita del corpo che non tiene conto del matrimonio, del partner, della Legge o di qualunque altro limite umano. «C’è dell’Uno», insisterà Lacan. C’è dell’Uno che non entra nel legame con l’Altro, che non si lascia toccare dall’Altro.

Contro tutto ciò, il nevrotico si dimena e mette in atto complesse e raffinate strategie per «scongiurare l’immediato», per non incontrare il godimento che è. La nevrosi, in questa lettura, è il costante tentativo di arginare la pulsione e di controllare la dimensione immediata e imprevedibile della vita, di cui il godimento del corpo fa parte.

Imprevedibilità, impossibilità. E’ dell’inconscio la produzione di un linguaggio cifrato, di un significante che rinvia ad un altro e così via. Ma l’inconscio è sempre il discorso dell’Altro, è l’Altro che è in noi. Anche qui siamo alienati e fabbricati dall’Altro. Per fortuna e purtroppo, c’è dell’altro. C’è un al di là dell’inconscio, che Lacan ha l’indubbio merito di aver indicato, dove si  produce del reale che non rimanda a nulla, che è muto e non significa nulla. Una zona desertica dove il senso e l’uomo non sono di casa.

«Vivere è fare qualcosa di bello per l’altro. E’ un regalo», dice la zia al piccolo protagonista di Non avrai altro Dio al di fuori di me, di Krzysztof Kieślowski. Per Lacan invece esistono due versioni della vita. Una orientata dalla regola “il desiderio dell’uomo è il desiderio dell’Altro”, dove il senso di una vita sta sempre nell’Altro, nel suo desiderio di me e per me e nella mia risposta a questo. L’altra versione è invece la vita pura, nuda direbbe Agamben, volontà di vivere, godimento senza Altro. L’ordine pulsionale che non tiene conto delle regole dell’Altro.

Come adeguare la pratica clinica e l’etica psicoanalitica a tutto ciò? Direzionare una cura verso il punto di reale, verso il trauma primordiale del soggetto, significa interrogare la singolarità più estrema, «il lembo» del soggetto. Incontrare il godimento e saperci fare. Ma con questo termine, non intendiamo più il godimento governato e ancora una volta incanalato in dispositivi culturali -dell’Altro – utili come insegne narcisistiche in cui fissarsi. Non si tratta di un godimento che si costituisce in relazione alla legge, che dunque si dà come eccezione alla legge. «Il godimento che ti prende da dietro» è il godimento che può fare breccia, piccole crepe, nella vita umana e che non può essere né governato né inteso e contabilizzato sotto il registro del fallo. In ciò consiste l’eccedenza di Lacan.

(a cura di) Alex Pagliardini e Rocco Ronchi, Attualità di Lacan, , edizioni Textus, L’Aquila 2013.

icona-download-pdf_thumb