Sulla poesia.

di Marco Nicastro

"Il compleanno" di Marc Chagall

“Il compleanno” di Marc Chagall

Non è questione semplice definire cosa sia o non sia poesia; in questo brevissimo contributo proverò a fornire qualche spunto assolutamente personale in merito. Nessuno degli elementi che proverò a indicare può considerarsi fondamentale per la qualificazione di un testo come poetico; di sicuro altri e altrettanto validi potrebbero essere individuati. Ciò che mi preme fin d’ora sottolineare, più che altro, è l’importanza delle combinazioni di questi elementi (più che dell’elemento singolo in sé), alla ricerca di un equilibrio che solo i poeti autentici riescono a raggiungere. Questo modo di mescolare i vari ingredienti di un testo poetico al punto giusto è secondo me qualcosa di magico, quindi di difficile a definirsi in termini logici e razionali. Spero quindi mi si possa perdonare la titubanza ad arrivare ad una definizione particolarmente incisiva dell’oggetto di questo ragionare; data la complessità del problema solo timidamente e senza assolutismi si può provare a dare qualche indicazione su cosa possa dirsi o non dirsi poesia.La poesia, nella sua storia ed evoluzione, penso possa considerarsi una sommatoria di voci, una vera polifonia in cui ci sono dei protagonisti che più di altri riescono ad imporre svolte, innovazioni o a distinguersi per la loro particolare potenza nell’alveo di una consolidata tradizione; tuttavia ogni poeta si distingue dagli altri per una sua cifra caratteristica e viene ad essere importante proprio per quella, perché grazie a quella arricchisce il quadro complessivo dell’arte nel suo complesso, lo diversifica e fertilizza, lo apre a future possibili evoluzioni.

Da ogni voce possono nascere epigoni, o altri che s’allontaneranno da un precedente modo di declinare quest’arte. Le epoche censureranno e riabiliteranno ora gli uni ora gli altri, spingendoli verso l’oblio o riconoscendoli. Tuttavia spesso non ci sarà alcun criterio chiaro per delineare la rilevanza di un poeta, se non a distanza di molto tempo e sulla base delle conseguenze dirette e indirette del suo poetare sulla contemporaneità o sui posteri.

La poesia è possibilità di espressione e comunicazione – non strettamente prosastica e sintatticamente sequenziale – dei più disparati movimenti dell’interiorità umana. Per carpire questa la poesia può avvalersi di simboli, immagini astratte, metafore e complicate allegorie, oppure del riferimento diretto ad oggetti concreti e dimessi e a situazioni prosaiche. Proprio per queste caratteristiche, ogni componimento poetico è sì comunicazione ma anche nascondimento, che, a volte, può raggiungere vette estreme (come nell’Ermetismo), in cui proprio l’oscurità del linguaggio e delle immagini diviene, nei casi più felici, via necessaria attraverso cui poter paradossalmente esprimere certi contenuti.

Una poesia che non susciti e non muova nel lettore idee, stati d’animo, fantasie, desideri consapevoli o subliminali, non è poesia. La poesia deve essere potente, tanto da risultare molto incisiva pur nel suo ridotto dispiegarsi rispetto ad un componimento in prosa. Essa deve riuscire a lasciare un sommovimento nell’animo di chi legge – perdurante dopo la lettura – in un breve lasso di tempo. Questa capacità evocativa permette al lettore di avvicinarsi al mondo interiore del poeta, ma anche al suo, facendogli intravvedere scorci inattesi e sentieri poco battuti, o generando, in alcuni casi, nuovi interrogativi.

La capacità comunicativa ed evocativa della poesia, criterio fondamentale anche se non unico, potrà attuarsi secondo stili e lessici diversi.

Il rapporto tra stile e poesia è complicato: non c’è una poesia univocamente intesa quanto a metrica, lessico, sintassi; ma queste, a mio avviso, dovranno assumere una configurazione sufficientemente originale da poter realizzare una forma di espressione riconoscibile. I componimenti poetici possono rispettare dei canoni metrici molto stretti, da tempo codificati, oppure sottrarsi a questi in modo più o meno marcato, ma sempre cercando di evitare il contatto prolungato col pensiero sequenziale della prosa, che è il modo di espressione più adeguato al pensiero razionale e logico. In tal senso, proprio per la sua struttura, la poesia si rivolgerebbe prevalentemente alla dimensione meno razionale e solitamente più nascosta dell’essere umano.

Il lessico dei componimenti può essere aulico o più basso, addirittura gergale in certi frangenti, ma mai troppo scontato, mai banale, a meno che ciò non rimandi ad un preciso e significativo intento del poeta. Il lessico deve sempre essere ponderato, frutto di una scelta consapevole dell’autore.

Altra caratteristica del testo poetico è la sonorità. Questa si esplica attraverso le rime (interne al verso o alla fine del verso), le consonanze, le assonanze, le allitterazioni; e attraverso il ritmo, determinato dalla peculiare frequenza di questi elementi e dalla struttura stessa dei versi (si pensi agli enjambements). Mentre nel testo in prosa predomina tendenzialmente il contenuto, anche quando i nessi logici e comunicativi tradizionali si allentano, in poesia la musicalità dell’espressione dovrebbe essere un requisito peculiare. Una musicalità che, nei casi più felici, arricchisce il senso del testo facendo emergere significati ulteriori non immediatamente estrapolabili da esso, rimandando ad un altrove rispetto al testo, suscitando emozioni e sensazioni diverse, marginali, più primitive, spesso non facilmente decifrabili. In certi casi la sonorità di un testo poetico compensa ciò che le parole, nel loro significato codificato, non riescono pienamente a comunicare. In questo senso, mi si conceda la similitudine, la poesia precede la prosa come il suono anticipa, seppur di poco, la parola.

La poesia è faticosa ricerca dell’espressione più adeguata e del dettaglio essenziale; è continua limatura del verso, fermentazione lunga del lessico. Ciò la sottrae definitivamente allo spontaneismo spinto che pure può caratterizzarla in una prima fase. In questo lavorio, essa può rifarsi o no ad una tradizione, come si è detto, ma non può non essere caratterizzata da una cifra riconoscibile e distintiva, pena il trasformarsi in puro esercizio di stile o in sterile imitazione.

Per essere autentica, la poesia dovrebbe essere anche inestricabilmente connessa all’animo di chi scrive; per questo essa è in continua evoluzione, si modifica nel corso della vita di un artista come cambiano i suoi connotati o la sua grafia. Essa non conosce un’assoluta fissità – anche se ci possono essere ritorni a forme o tematiche di fasi precedenti nel percorso artistico di un poeta – se non nel momento in cui trova un suo compimento. E, a proposito di conclusione, possiamo dire che rimane oscuro poter capire quando un componimento poetico risulti veramente ultimato, cioè giunto alla sua forma definitiva. Probabilmente questa decisione, che riguarda solo il poeta, è legata alla sensazione di aver raggiunto un equilibrio contenutistico-formale estremamente delicato che anche una sola parola, aggiunta o diversa, o addirittura un solo elemento della punteggiatura potrebbe irreversibilmente alterare. Il poeta al lavoro deve esigere molto da sé stesso e dal proprio linguaggio, non esse mai pago della sua capacità comunicativa, arrovellarsi sempre a trovare la forma migliore fino a quando, quasi per incanto, essa arriverà, dandogli la sensazione che il componimento non poteva che essere così, fin dall’inizio.

Per questo dico – prendendo a prestito una famosa espressione di Leonardo da Vinci sulla scultura (citato da Freud) – che la poesia è un’arte “per via di levare”, del digrossare pazientemente la materia informe dell’essere (di sé stesso, della vita) dalle incrostazioni dell’apparenza al fine di giungere al suo nucleo, alla sua identità primaria, facendola poi risorgere attraverso la parola anche solo per un attimo, rendendola finalmente visibile e condivisibile per tutti coloro che sono pronti all’ascolto.

La poesia poi potrebbe essere paragonata ad una sorta di demone umorale che s’impone coi suoi capricci alla mente del poeta nei momenti più disparati e non lo lascia in pace fin quando egli non gli dà veramente ascolto esorcizzandolo su un foglio. Forse il poeta è solo un pover’uomo costretto a prestare le proprie facoltà a questo demone di cui riesce a scorgere nettamente l’esistenza solo nei momenti di maggiore lucidità, tanto il suo essere risulta avvinghiato a quella misteriosa entità sovrannaturale nei momenti creativi. O forse, più semplicemente, il suo non è che un altro modo di stare nella realtà, l’unico che gli sia tollerabile: un andirivieni tutto umano tra inferi e salvezza alla ricerca di un dialogo e di un punto di intersezione, per quanto effimero, che arricchisca e dia respiro alla sua esperienza terrena.

Il dramma del poeta è quello di essere costretto, il più delle volte, a rimanere solo con questo demone, senza la possibilità di spartire il suo peso con altri. Pochi, pochissimi sono i lettori, e ciò non senza un motivo. Al di là delle mode, per leggere la poesia, come anche per crearla, è necessario essere capaci e avere il piacere o la necessità di creare uno spazio interiore profondamente ricettivo, uno stato mentale nel quale viene messa temporaneamente tra parentesi l’esperienza coscienziale ordinaria – in cui il pensiero e il corpo agiscono su qualcosa o reagiscono a qualcosa – per sostare in un’area di sospensione in cui la ricettività interiore è massima e non si ha nulla su cui agire; immersi in un’assoluta solitudine dinnanzi alle parole del testo e ai movimenti interiori da quelle suscitati.

In sostanza il lettore di poesia – come anche il poeta nell’atto della sua creazione – deve sospendere i propri riferimenti o le proprie urgenze cognitive abituali, creando in sé un profondo silenzio (spesso questo processo non è neanche consapevole). Solo a partire da questo silenzio si potrà ascoltare ciò che un componimento poetico ha da dire, solo nel silenzio può realizzarsi un contatto con il poeta in una sorta di processo empatico a distanza, perché è proprio da quel silenzio che il poeta è partito per comporre. L’ascolto e la creazione di una poesia richiedono la capacità di liberarsi dalle costrizioni interiori abituali per lasciare il posto a qualcosa di diverso e di nuovo ma, al contempo, di profondamente personale, intimo. Questa temporanea messa in sordina dei riferimenti cognitivi ordinari e la conseguente sospensione passiva in balia del vuoto di significati che si crea è esito difficile da raggiungere e da tollerare (soprattutto nella nostra frenetica rumorosissima società) perché spinge nella direzione di una destrutturazione dell’Io, della nostra identità abituale. Proprio in questo senso la poesia – la sua creazione e la sua ricezione per come le intendo – può secondo me avvicinare alla comprensione dell’essenza di quel processo empatico e di accoglimento dell’altro e di una dimensione nuova diversa da sé che sta alla base di certe pratiche psicoterapeutiche e di certe forme di meditazione.

Marco Nicastro (Caltagirone 1979) vive e lavora a Padova. È psicoterapeuta ad orientamento psicoanalitico. Ha pubblicato la raccolta di versi Trasparenze (Oèdipus edizioni, 2013) e, in ambito clinico, Pensieri psicoanalitici (Arpanet edizione, 2013).

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