F.Furet-D.Richet, La rivoluzione Francese, Laterza, Bari 1974 (ed. orig. 1965-1966), pagg. XIII-684.

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di Fabio Milazzo

La storiografia che si è occupata della Rivoluzione francese, per forza di cose, è sempre stata militante. Per le ricadute che l’avvenimento ha avuto sulla tarda modernità e sul XX secolo innanzitutto. Basti pensare  all’influenza che concetti quali quello di «Nazione»[1] e di «giacobinismo» hanno avuto per la geografia politica del Novecento per rendersi conto che ogni presa di posizione sulla madre di tutte le rivoluzioni ha un significato politico. E’ il principale motivo delle feroci polemiche che seguono ogni ermeneutica storiografica che si discosta dalla vulgata.

La tesi storiografica congelata dalla tradizione è quella di una rivoluzione della borghesia che, divenuta consapevole della discrasia tra il ruolo sociale rivestito e il riconoscimento politico crescente, lotta per guadagnare lo spazio della preminenza sociale. Questa tesi viene sostenuta da storici ormai classici quali Tocqueville, Jaurès e, più recentemente, da Soboul. Quest’ultimo però, all’interno del paradigma interpretativo classico, offre una delle letture più interessanti, riconoscendo che la Rivoluzione Francese è un fenomeno unitario di matrice borghese, posta in essere come controcondotta di classe nei confronti dei primi due ceti, storicamente privilegiati, che tentavano di arginare le derive egualitarie diffuse nella società francese subito dopo la Guerra dei Sette Anni. Soboul legge la Rivoluzione  secondo teorie economiciste marxiane che privilegiano la spinta al cambiamento della borghesia, ibrida contaminazione non più identificabile secondo i classici schemi cetuali.  Una tesi abbastanza interessante se consideriamo le note vicende legate alle procedure di falsificazione del bilancio operate da Necker in un contesto precario per lo status quo. Sintetizzando, la Rivoluzione francese rappresenterebbe lo snodo epocale del passaggio dal feudalesimo al capitalismo; in tal senso l’emergere della borghesia quale classe rivoluzionaria disconosce tutte le altre anime dell’avvenimento, fagocitate in un movimento centrifugo dalla direzione teleologica del processo tendente all’affermazione del capitalismo.

Questa ermeneutica di chiara derivazione marxiana è stata oggetto di ripensamento da parte di diversi storici che hanno attenzionato elementi non immediatamente o non esclusivamente inquadrabili nella narrazione teleologica congelata dalla vulgata. Tra di essi, un posto di rilievo lo meritano Furet e Richet, autori nel 1965 di una originale interpretazione del processo rivoluzionario francese. L’opera in questione, «La rivoluzione francese», venne pubblicata originariamente in due volumi nel 1965-1966 e da subito si affermò come tentativo di riflessione teoretica sull’evento rivoluzionario; un esercizio di pensiero con la pretesa di porre sotto la lente d’ingrandimento quegli aspetti sottaciuti e disconosciuti perché non congrui con l’ermeneutica marxiana. Anche per questa ragione la pubblicazione del volume (in due tomi), accompagnata da una certa attesa e da un discreto, silente ma efficace, battage pubblicitario,  è stata oggetto di discussioni, dibattiti, critiche e accuse che per molti versi possono essere paragonati a quelli che in Italia seguirono la pubblicazione su Mussolini di De Felice. I due storici incardinati all’interno della celebre VI sezione dell’École des Hautes Études en Sciences Sociales (EHESS), possono essere inscritti nella corrente della Annales di Febvre e Braudel, fondamentale per la ridefinizione della pratica storiografica novecentesca. La ricerca di Furet e di Richet è particolarmente interessante perché si discosta dalla reificata pratica storiografica ottocentesca che esalta il lavoro d’archivio, la scoperta di nuove fonti e l’ossequio al dato documentario troppo spesso colto nella sua immediatezza e acriticità. Il lavoro dei due storici è una re-interpretazione della Rivoluzione a partire dai dati conosciuti, potremmo parlare di «analitica interpretativa» nel senso esplicitato da Paul Rabinow in «Pensare le cose umane»[2], un’opera di «problematizzazione, […] verso l’invenzione di nuovi mezzi per osservare e analizzare come i vari logoi siano oggi assemblati in nuove forme contingenti»[3] . Un’operazione di ripensamento dell’evento fondante la nazione francese non poteva non scatenare il fiume di polemiche che ancora oggi si riattivano quando si parla del testo. In particolare, proprio Soboul e il suo circolo, si sono a più riprese scagliati contro l’operazione di Furet e Richet e contro gli stessi autori sprezzantemente definiti «pubblicisti più che storici».

Secondo Furet e Richet il primo mito da decostruire è quello relativo ad una presunta unità dell’accadimento rivoluzionario, una sorta di piano teleologico volto ad affermare le pretese di una borghesia scalpitante e decisa a veder riconosciuta la funzione sociale svolta. Non considerare come punto d’osservazione privilegiato la borghesia e il ruolo svolto significa frazionare l’unità degli avvenimenti per ricondurli alle micro-cause che li hanno determinati. Secondo i due autori non ci sarebbe stata una sola Rivoluzione ma almeno tre diversi processi tra loro non necessariamente collegati, se non per il fatto di aver condiviso una frazione temporale comune. Innanzitutto la «rivoluzione degli avvocati», quella ipostatizzata dalla vulgata, che si è concretizzata nella costituzione di un’assemblea costituente con il compito di riscrivere la Costituzione. In essa presero parola le istanze delle classi emergenti non più inquadrabili nell’ordine cetuale congelato dell’Ancien régime. Notai, avvocati, magistrati, piccola e media nobiltà civica, armatori, ufficiali dell’esercito, letterati, abati sedotti da letture illuministe, sono questi i protagonisti consapevoli della Rivoluzione propriamente detta, quella che secondo Furet e Richet è consapevole degli accadimenti in atto. C’è poi la «rivoluzione parigina», quella forse più problematica da definire perché al suo interno contempla anime molto diverse, ma accomunate dall’essere state escluse dalle rivendicazioni degli «avvocati», ugualmente frustrate e animate da risentimento per la crisi economica successiva alla «Guerra dei Sette anni» e al conseguente insopportabile inasprimento fiscale. Questo insieme indefinito diverrà celebre, dopo il 1791, attraverso le gesta e le rivendicazioni di una sua componente radicale: i «sanculotti» (dal francese sans-culottes, senza culottes). Si contraddistinguevano per il fatto di non indossare le culottes, i tipici pantaloni sotto il ginocchio usati dalla nobiltà e dall’alta borghesia, e tale elemento divenne un criterio di distinzione per quanti avanzavano richieste radicali, di tipo egualitario, in senso sociale, politico e, anche se in misura minore, economico. Sanculotti erano molti operai, lavoratori giornalieri, gazzettieri, disoccupati, vagabondi, intellettuali -più o meno- squattrinati, muratori, fabbri, fornai: insomma, la gran massa del popolo minuto, quella che, dopo la destituzione del filo-borghese Ministro delle Finanze Necker, compì la presa violenta della Bastiglia, la prigione politica identificata come simbolo del potere monarchico. La terza corrente rivoluzionaria è quella dei «contadini» che si distacca ancor più nettamente dalle prime due per il carattere paradossale delle confuse istanze avanzate inizialmente, divise tra sogni a carattere utopico di fine dell’ordine feudale  e sostegno al clero identificato come forma di potere garante di un sistema di vita, di valori e di credenze in cui questa parte della popolazione si riconosceva. I due autori nel loro provocatorio testo sostengono che soltanto la prima corrente avesse una più o meno chiara consapevolezza delle istanze avanzate, delle rivendicazioni pretese e dei riconoscimenti da strappare alla Monarchia; le altre due linee di fuga, i contadini e i sanculotti parigini, si lasciarono trasportare dagli eventi sulla base di sollecitazioni e dinamiche emotive che rispondevano più alle tensioni affettive dell’immaginario collettivo che a programmi politici definiti o, in linea di massima, stabiliti. Il concetto centrale intorno al quale Furet e Richet organizzano il loro lavoro è quello di «slittamento» (dérapage), quello che fece scivolare gli accadimenti rivoluzionari verso una piega sempre più violenta  e radicale sotto la pressione delle classi contadine e urbane, entrambe animate da reazioni di pancia che quotidianamente imponevano l’ordine del giorno.

furet1Il radicalizzarsi della rivoluzione, in particolare dopo la Costituzione censitaria del 1791, è la conseguenza dello «slittamento» verso istanza radicali da parte delle élite, sempre più preda di contingenze legate ora alla guerra incipiente contro le coalizioni, ora alla pressione radicale dei contadini e dei sanculotti. Secondo tale lettura la dittatura di Robespierre, concretizzatasi nel «Terrore», è la conseguenza necessaria di questo slittamento verso posizioni sempre più estreme e ingestibili per i liberali protagonisti nei primi due anni nelle vesti di architetti costituzionali. I giacobini e loro opera costitutiva perdono il ruolo centrale tradizionalmente attribuitogli per assumere quello di estremisti incapaci di gestire le pulsioni collettive che sfasciano l’opera riformatrice dello Stato amministrativo operato dai liberali. La Rivoluzione francese, secondo Furet (foto) e Richet, si compie nei primi due anni  come «evoluzione politica e sociale» che cancella non «l’aristocrazia, ma il privilegio aristocratico nella società», non i ceti stessi ma i caratteri distintivi dell’ordine basato sui ceti. Il punto d’osservazione privilegiato smette di essere quello economico per diventare quello «discorsivo» vertente sulle narrazioni attraverso le quali le diverse élite hanno significato, compreso e quindi gestito l’evento rivoluzionario. Il precipitare  della retorica verso semantiche sempre più angosciate, caratterizzate dall’urgenza, permettono di focalizzare proprio quello «slittamento» (dérapage) così centrale nell’interpretazione dei due storici. Il Terrore, prima di essere una fase delimitata, è innanzitutto angoscia collettiva, paura di frammentazione, allarme sociale vissuto dai francesi e interpretato dalle élites in termini di politiche radicali di chiusura, che fanno leva su misure eccezionali che si ritorcono ben presto sugli stessi principali fautori.

L’analisi della retorica rivoluzionaria permette di cogliere lo slittamento semantico che sovrappone il concetto di «nazione» su quello del «monarca», riducendo la differenza costituente del primo nei termini dell’Uno caratterizzante il secondo. L’idea di «nazione» si configura così nei termini di piega oscena del significante «monarca» che funge da punto focale ermeneutico. La «nazione» assume i tratti caratteristici della figura del re, non soltanto quelli giuridici legati al potere di legittimare le istituzioni ma anche quelli simbolici, che nel caso francese rivestono un ruolo particolare come ha chiarito Marc Bloch nel suo «Les Rois thaumaturges» (1924). La riduzione ad Uno delle istanze rivoluzionarie, compendiate nell’insieme «nazione», permette a Robespierre di auto-proclamarsi garante unico dell’ortodossia rivoluzionaria e guardiano del suo sviluppo attraverso il controllo e la produzione della narrazione discorsiva riconosciuta come legittima. La caduta di Robespierre a vantaggio del «governo del Direttorio», prima di essere l’ennesimo ribaltamento dei rapporti di forza, è la sanzione di una piega discorsiva avvenuta nell’ottica delle retoriche e delle simboliche rivoluzionarie che registrano l’esaurimento delle spinte propulsive che gli accadimenti sanguinosi avevano definitivamente logorato. Furet e Richet, con la loro opera, inaugurano nuove prospettive che pongono al centro elementi quali le narrazioni, l’universo simbolico e l’immaginario collettivo, istanze che non possono più essere disconosciute e che saranno al centro di lavori a loro volta divenuti classici come quelli di Lynn Hunt e di Joan B.Landes.

F.Furet-D.Richet, La rivoluzione Francese (1965-1966),  Laterza, Bari 1974, pagg. XIII-684.

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[1] Cfr. Eric J. Hobsbawm, Nazioni e nazionalismi. Programma, mito, realtà, trad,it. di P.Arlorio, Einaudi, Torino 2002.

[2] Cfr. P.Rabinow, Pensare cose umane, trad.it. di E. Zavarella , Meltemi, Roma 2008.

[3] Ivi, p.27.