Marco Nicastro, Trasparenze. Poesie. Oèdipus Edizioni, Salerno 2013, pp. 63.

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di Nadia Centorbi

Il segno poetico  che  si  staglia  sullo  sfondo  di  una  numinosità  baluginante,  improvvisa e persino dolorosa nel suo rapido guizzo;  l’attonito  sfolgorio  dell’io che trascende  di  scorcio  una  nebulosità  sonnambulica ,  scortato  dall’attesa  di  una nuova  epifania,  proteso  all’assoluto  eppur  radicato  nell’incanto -disincanto  di  una più  che  heideggeriana  fenomenologia:  questi  i  Leitmotive  dei  versi  raccolti  in Trasparenze,  il  volumetto  di  poesie  di  Marco  Nicastro  pubblicato  da Oèdipus nel  2013.  Versi che sembrano levigati ed essenziali come ciottoli sul letto  di un fiume,  lambiti  ma non segnati dall’imperterrito fluire.  Versi nitidi nella loro essenzialità che tende ad atomizzarsi in una  forma  che  non  rischia  l’ermetismo  per  via  di  una concentrazione  centrifuga,  sempre  protesa  all’analogia  fulminea.  Versi ‘trasparenti’, appunto, irradiati da rivelazioni rapite in attimi estatici e condensate in immagini nebulizzate:  «Trasparenza  dell’essere  /  dinnanzi  al  nudo  sentire;  / squarci improvvisi di luce / lacrimano sulla nostra pace» (Barlume).

È  a  questa  ‘trasparenza’  dell’imperscrutabile  che  si  richiamano  diversi componimenti  raccolti  nel  volume.  Una  trasparenza  che  rimanda  a  quel  mixtum compositum  tutto hölderliniano di ebbrezza panica e attonito sgomento :  «S’apre il sipario:  /  in  uno  sciroccoso  abbacinamento  /  il  sole  comprime  ogni  cosa.  /  La volontà  si  schianta  /  e  un  languido  crepitio  di  gioia  /  ascende  verso  il  cielo attonito» (Respiro).  Dopo lo ‘schianto’ i varchi dell’io si dilatano in un’ontologia che è  concentrica  ed  eccentrica  allo  stesso  tempo:  quando  la  «visione  si  dipana»,  ciò che  resta  è  la  nudità  dell’io  abbandonato  al  vuoto  peregrinare  tra  un  presagio  e

l’altro – «Ma la visione si dipana / scindendomi in ubriacature di nulla. / Il piombo del timore  intossica  l’idea  /  come  un  tunnel  intermittente  /  di  purificazione» (Oscillazione).

Nell’intermittenza tra  presagi  d’assoluto,  rivelazione  epifanica  e  vuoto  si inserisce un’affascinante fenomenologia dell’io. Si assiste così tra i versi di Nicastro ora alla reificazione dell’ente, romanticamente annunciato come atomo cosmico in sé contenente il tutto,  ora  alla  dispersione  del  frammento  scoordinato  dal  nesso arcano  presagito  –  si  veda  il  contrappunto   tra  i  versi  «così  abdichiamo  ai  nostri mendaci  olimpi,  /  perché  germogli  uno  specchio  /  nel  quale  riconoscersi»  (Il  re nudo),  che  nel  loro  richiamo  alla  malia  del  gnoti  s’autòn  adergono  l’io  a  specchio universale, e «Questo peregrinaggio muore / in te, miraggio sconnesso» (Buio), che si staglia come sua logica e disincantata antitesi.

Sugli  ossimori,  infatti,  si  abbarbicano  i  frammenti  poetici  del  volume, contraddistinti  dall’arte  del  contrappunto  non  meno  che  dalla  brevitas.  Un componimento a  questo  proposito  ci  sembra  esemplificativo   tanto  per  la  resa magistrale  nell’arte  del  contrappunto  quanto  per  la  vocazione  alla  brevità:  «Nel rumore delle strade, / afone giornate / in sonnambula compagnia»( Attonito).

Ciò che non riscontriamo nei componimenti contenuti nel volume è il virtuosismo. Il verso è limato all’essenziale, la  brevitas  è  la  musa  ispiratrice,  la  rima  è  bandita, l’assonanza  e la consonanza trascurate. Pur nella musicalità opaca, la parola brilla per  associazioni,  sinestesie,  analogie,  metafore,  personificazioni  e  per  tutto  il repertorio impiegato nell’accostamento di immagini e concetti.  «Suoni di platino»; «in ubriacature di nulla»;  «il  piombo  del  timore»;  «bui  di  nausea»  lasciano presagire  un  timbro  poetico  assai  felice,  che  raggiunge  non  di  rado  vette  di incontestabile bellezza: «Nel vento che sbadiglia / un esotico tintinnio, / plana con la notte un torpore di sensi» (La solitudine del momento).

Marco Nicastro, Trasparenze. Poesie. Oèdipus Edizioni, Salerno 2013, pp. 63.

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Nadia Centorbi, laureatasi in lettere classiche all’Università di Catania, ha successivamente conseguito il dottorato di ricerca in letteratura tedesca all’Università di Palermo. Germanista, tra le sue pubblicazioni ricordiamo, La musa estranea: Gottfried Benn (Artemide, 2009) e L’androginia nella letteratura tedesca da Winckelmann a Kleist (Artemide, 2011). Ha curato, per Del Vecchio Editore, la traduzione dell’opera poetica di Hans Sahl (in uscita).