Michele Serra, Gli sdraiati, Feltrinelli, Milano 2013, pagg. 108.

serra

di Emanuela Catalano

Già Freud sosteneva quanto fosse impossibile esercitare il mestiere di genitore, il quale dal canto suo doveva essere consapevole e convincersi di questa impossibilità. Al di là delle ideologie politiche, dei moralismi o paternalismi, vorremmo leggere l’ultimo libro di Serra per quello che è: un racconto sul travagliato rapporto tra padri e figli che rimane un nerbo scoperto della nostra cultura. Che si sia di destra o di sinistra, dopo le lotte sessantottine, che ne è dell’autorità del padre, o meglio cosa resta del padre, per dirla con Recalcati? Quello che emerge dalla lettura di questo testo è un’amara e al contempo ironica riflessione sulla difficoltà dei padri a capire i propri figli, perennemente interconnessi, con l’iPad, iPhone, pc, tv, cuffie, ecc., stravaccati su un divano in posizione – come recita il titolo – sdraiata. E gli ‘eretti’ cosa fanno nel frattempo? Li guardano, li scrutano, si interrogano in silenzio sul perché di questa mancanza di dialogo, sulla non conoscenza dei propri figli che ci porta a percepirli talvolta come estranei.

Un libro che, lungi dal darci delle risposte, suscita com’è ovvio tanti interrogativi. Serra descrive il figlio, chiamandolo Tizio, in questi termini:

Sopra la pancia tenevi appoggiato il computer acceso. Con la mano destra digitavi qualcosa sullo Smartphone. La sinistra, semi-inerte, reggeva con due dita, per un lembo, un lacero testo di chimica, a evitare che sprofondasse per sempre nella tenebrosa intercapedine tra lo schienale e i cuscini, laddove una volta ritrovai anche un würstel crudo, uno dei tuoi alimenti prediletti. La televisione era accesa, a volume altissimo, su una serie americana nella quale due fratelli obesi, con un lessico rudimentale, spiegavano come si bonifica una villetta dai ratti. Alle orecchie tenevi le cuffiette, collegate all’iPod occultato in qualche anfratto: è possibile, dunque, che tu stessi anche ascoltando musica”.

Tale mutazione antropologica sarebbe frutto dell’evoluzione della specie, come commenta il figlio e Tizio rappresenta l’archetipo degli adolescenti, di tutti i giovani di oggi.

Che i giovani dormano e i vecchi lavorino, “non si era mai visto” commenta Serra a proposito della loro vendemmia del Nebbiolo; essi sembrerebbero incapaci di portare a termine qualsiasi lavoro o compito loro assegnato. Il padre osserva il figlio, vorrebbe in qualche modo essere reso partecipe della vita del figlio – magari senza farne parte pienamente, senza farsi includere nelle conversazioni e nei progetti, ma almeno farsi inquadrare come dire? nel suo spettro visivo. O attirare per un attimo la sua attenzione – e invece l’unica soluzione cui approda è sempre la stessa: zero dialettica, zero dialogo, niente di niente se non il delinearsi di uno iato, una scissione che appare sempre più incolmabile e che li fa apparire sempre più distanti in un mondo in cui sembrerebbe non esserci più spazio per l’autorità del padre. Siamo giunti al capovolgimento del rapporto tra padre e figlio, e chissà cosa ne avrebbe pensato Kafka se fosse vissuto ai giorni nostri, se avrebbe trascorso le stesse notti insonni nel tentativo doloroso di consegnarci una lunga lettera introspettiva nel quale emerge l’unico suo desiderio, quello di sentirsi finalmente accettato dal padre sviscerando il delicato e sofferto rapporto con quest’ultimo…

Tornando a Serra, segue il reiterato invito del padre al proprio figlio ad accompagnarlo in gita sui sentieri che conducono al Colle della Nasca, convinto che il figlio non ce l’avrebbe mai fatta fino in fondo, così poco avvezzo com’è alle lunghe camminate, alla scarsa inclinazione alla contemplazione e al godimento del paesaggio naturale. I giovani sanno ancora apprezzare siffatta bellezza? Ne colgono ancora il valore?

Questo padre troppo nostalgico dei vecchi tempi, che attacca il consumismo sfrenato, che critica il modo di vestirsi del figlio, le sue felpe, le sue sneakers all’ultima moda, uguali d’estate e d’inverno, i suoi cappelli da rapper, cosa rivendica in realtà? Il suo diritto a essere ascoltato, considerato, amato?

Gli sdraiati racconta uno scontro tra due generazioni, una rivolta anomala. Letto con gli occhi scevri da pregiudizi e imparziali di una trentenne che oscilla e si trova in mezzo tra questo alterco generazionale e simpatizza a tratti per lo scrittore cinquantenne, altre volte per il figlio (come il primo, amo le camminate in montagna e non ho tatuaggi; mentre come il secondo smanetto con lo smartphone, il tablet e faccio tardi la sera), senza mai approdare tuttavia a una soluzione definitiva. Un libro tenero e struggente. Da leggere.

Michele Serra, Gli sdraiati, Feltrinelli, Milano 2013, pagg. 108, euro 12.

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