Maddalena Rostagno, Andrea Gentile, Il suono di una sola mano. Storia di mio padre Mauro Rostagno, Il Saggiatore, Milano 2011.

Rostagnodi Emanuela Catalano

Venticinque anni fa, il 26 settembre 1988, il giornalista Mauro Rostagno veniva assassinato a Trapani, in Sicilia, in un agguato di stampo mafioso. Aveva 46 anni. Il processo contro i suoi presunti assassini inizia nell’aula bunker del tribunale di Trapani ventitré anni dopo. I tempi della giustizia, si sa, sono lenti.

È un ritratto bellissimo e struggente, quello che emerge dal libro di Maddalena Rostagno; non deve essere stato facile per lei, a distanza di anni dall’omicidio di Mauro, rovistare tra i ricordi, alla ricerca di quella verità per troppo tempo disattesa ed elusa e della sete di giustizia in quelle carte giudiziarie, dominando la sua rabbia e facendo fronte a quel dolore ancora troppo forte per la prematura e ingiusta perdita del padre. Ma lei ce l’ha fatta e ci restituisce un ritratto tenero, commovente e lucidissimo del padre, delle sue mille vite e dell’amore che nutrì nei suoi confronti. Ha scritto di lui Adriano Sofri: “Di tutti quelli che ho conosciuto, era il più pronto a prendersele tutte le vite che abbiamo in offerta”. È la storia di uno dei leader di Lotta Continua, fondatore di Macondo, il cui nome riporta con la mente ai Cent’anni di solitudine di G.G.Marquez, della comunità di recupero per tossicodipendenti di Saman, seguace di Osho, docente di sociologia e coraggioso giornalista. Un libro documento che si legge tutto d’un fiato e che non è mai pedante come potrebbero esserlo certe biografie. Mauro fu un sostenitore delle lotte non violente, sebbene amico di Renato Curcio, ebbe in comune con l’amico Peppino Impastato la sete di libertà e l’uso delle parole per denunciare i brogli di quel sistema che Peppino definiva dalla sua emittente radiofonica RadioAut in maniera irriverente “mafiopoli”. Michele Serra, nella sua bella prefazione, definisce Rostagno un uomo “allegro” alludendo al significato etimologico di tale termine, alacer, ‘colui che è ben disposto a fare’ e Maddalena ricorda di quando il padre le insegnò a piangere senza mai vergognarsi delle proprie emozioni perché in fondo il pianto non è altro che “riso sottosopra”. Viene qui ricostruita la loro personalissima storia, “noi tre” dirà sovente riferendosi alla sua famiglia, fatta di dolore e tenerezza, ma anche la storia di un’epoca, gli anni Settanta e una storia drammatica nella quale si intrecciano volti, dolore, amore, mani, sguardi, parole.

Lui che si sentiva siciliano, pur essendo nato a Torino, vissuto a Trento, a Milano, in Germania, in India, perché la Sicilia e Trapani le aveva scelte, a differenza di molti altri. E via con le inchieste sulla monnezza, sugli appalti pubblici, su certe gare truccate, la malasanità. Spiegava ai telespettatori che era inutile fare “i siciliani piagnoni che parlano male della Sicilia. Il modo per essere dignitosamente siciliani, oggi, è alzare bene la testa: dire, di fronte a questa sottocultura, l’unica cultura che vale la pena di opporre, quella della giustizia”. Perché all’assunto di Tancredi che, al Principe di Salina, diceva “bisogna che tutto cambi, perché tutto rimanga com’è”, lui non ci credeva. Le cose potevano e dovevano cambiare.

E a Claudio Fava che gli chiedeva cosa c’entrasse la lotta alla mafia con le sue lotte sessantottine, con le sue scritte “l’immaginazione al potere” sui muri di Trento, rispondeva:

“Sono la stessa cosa. Ed esprimono l’identica esigenza: la gioia di vivere. Vedi, agli uomini capita di mettere radici, e poi il tronco, i rami, le foglie… quando tira vento, i rami si possono spaccare, le foglie vengono strappate via: allora decidi di non rischiare, di non sfidare il vento. Ti poti, diventi un alberello tranquillo, pochi rami, poche foglie, appena l’indispensabile… la mafia ti umilia: calati junco che passa la piena, dicono da queste parti. Ecco, la mafia è negazione d’una parola un po’ borghese: la dignità dell’uomo. […] La mafia è sopravvivere, l’antimafia è vivere…” (pp. 161-161).

Maddalena riesce a mettere insieme tutti i pezzi della loro storia, dopo aver deciso di superare il muro del silenzio all’interno del quale si era asserragliata in seguito all’arresto di Chicca Roveri nel 2006, la madre di Maddalena e compagna di Mauro (in Sicilia, è d’uopo far passare i delitti di mafia per delitti a sfondo passionale). Di fronte al silenzio assordante di certa stampa, questo libro esce proprio con l’intento di tornare a parlarne, per colmare quei vuoti e quelle lacune di cui la nostra storia recente purtroppo è piena. Una vicenda complessa. Un libro sorprendente per tutto ciò che riesce a comunicare in termini di passione, di trasporto emotivo e sensibilità. Una lettura consigliata a tutti in attesa della verità sull’assassinio di un uomo forse definito ‘scomodo’ da molti, una camurria, baluardo di giustizia e foriero di idee per altri. Un omaggio a un grande uomo, un grazie a Maddalena che riesce a rendere commovente un racconto anche quando parla di freddi atti giudiziari, di omissioni, inesattezze, un grazie a chi come lei non deve mollare ma trovare il coraggio e la forza di andare avanti, nonostante tutto perché il vuoto per la perdita di un padre per quanto incolmabile e inesprimibile tuttavia funge al contempo da pungolo per andare avanti e trovare altri sensi all’esistente…

Maddalena Rostagno, Andrea Gentile, Il suono di una sola mano. Storia di mio padre Mauro Rostagno, Il Saggiatore, Milano 2011, euro 15.

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