Ariemma Tommaso, Il corpo preso con filosofia. Body building, chirurgia estetica, clonazioni, Il Prato, Padova 2013, pagg. 80

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di Paolo Capelletti

Una tendenza culturale ancora molto radicata si distingue, nell’eterno dibattito tra opere estetiche “alte” e produzioni popolari (confronto la cui natura stessa definirei prima noiosa che infondata), per lo schieramento estremista che squalifica le seconde con epiteti più o meno coloriti tra i quali figura l’accezione dispregiativa del termine pop. Questa intenzione protezionistica di certi ambienti di critica e studio è diventata una vera palestra per le nuove leve dell’élite intellettuale. Al di là della mera questione snobistica, è evidente che un metodo che assuma come ipotesi prima la capacità e poi il dovere di discernere a priori se e quando l’aulicismo di una manifestazione la renda degna di essere osservata, porterà all’intempestività delle proprie tesi e a una loro pressoché totale incapacità di reggere il confronto con ciò che stia all’esterno della stanza ove siano state generate.

La stessa riflessione sul corpo ha spesso scelto di occuparsi solo di tematiche di presunto rango filosofico, ottenendo da questa pretesa il risultato di perdere la posizione sul contemporaneo e, in definitiva, sul mondo.

Tra le pagine de Il corpo preso con filosofia di Tommaso Ariemma (Il Prato, 2013), invece, incontriamo un modo di “prenderla con filosofia” che non è affatto l’annacquato atteggiamento cui l’adagio ci ha abituato ma è, piuttosto, il prendere posizione attraverso la filosofia, il far sì che la filosofia prenda posizione, per dirla à la Didi-Huberman.[1] Quel la in prenderla significa proprio la posizione e, se si tratta di prendere con filosofia il corpo, si vuol cercare di «cogliere le risorse simboliche all’interno di quei processi che sembrano catturare il corpo o costruirlo fino allo sfinimento e che si rivelano, in realtà, abitati da paradossi e contraddizioni» (p. 18). Esempio di questi processi che assume un ruolo addirittura eminente è il body building.

La disciplina, portata alla celebrità, tra gli altri, da Arnold Schwarzenegger, è perlopiù osservata con disprezzo e sufficienza, per un’esaltazione sfrenata dell’ideale di corpo che propone, gonfio e scolpito, e per il vuoto intellettuale che sottenderebbe. Tuttavia, essa porta letteralmente sulla scena un paradosso che si rivela irrinunciabile per la filosofia da un punto di vista metodologico: «non c’è alcun superamento di limiti che non provenga da maggiori limitazioni» (p. 27). Il corpo del bodybuilder è un oggetto continuamente sottoposto al controllo dell’allenamento e dell’alimentazione ed è già sempre l’incarnazione anarchica della fuga reiterata da tali regole: le regole stesse diventano, così, incatenanti, e secondo un regime via via più restrittivo. Il culturista non cattura il corpo, piuttosto è catturato dall’ossessione di possederlo, dalla rincorsa di esso.

Vaghiamo in uno dei quartieri centrali del dominio dell’immagine: l’immagine di sé. La posa del bodybuilder esercita una duplice leva sul piano dell’auto-percezione e dell’auto-immaginazione. Da un lato, esso simbolizza il fenomeno sociale del controllo di sé tramite il controllo della propria immagine, movimento di cui Facebook è il territorio più efficace ed esplorato; dall’altro, l’eccesso cui ambisce il culturista genera la sensazione che il suo corpo sia deformato e che, perciò, esista un’immagine di corpo normale da esso distorta e, per contrasto, ricostruita.

La disposizione nei confronti del corpo, così perturbante in ogni senso, che il body building promuove e porta alla ribalta, suggerisce alla pratica filosofica di rinunciare alla propria sterile pacatezza e, invece, di prendere posizione, dal punto di vista metodologico, con decisione e senza pre-disposizioni, mettendo in discussione innanzitutto la propria ambizione di raggiungere e superare il limite, sia esso decostruttivista o meno. Un altro illusorio ma incessato tentativo di oltrepassare il limite, di nuovo, del proprio corpo, è la chirurgia estetica.

La pratica medica cui ci si interfaccia danzando sul crinale tra il desiderio e, ancora, l’immagine di sé porta inscritto nel proprio accadimento, e fin dal proprio nome, lo schermo sul quale «l’estetica si mostra oggi come la filosofia per eccellenza, quando nel prenderci cura del nostro corpo e della sua immagine ne va del nostro intero essere» (p. 45). Risulta immediatamente evidente come la chirurgia plastica disegni le proprie traiettorie in una prospettiva di impossibilità di raggiungimento dell’ideale di corpo, vale a dire: non si smette di inseguire quell’ideale che è tanto imprendibile quanto inaccettabile e che, tuttavia, innesca il desiderio nella misura in cui è un completo vuoto di esistenza. Il corpo, dunque, ci sfugge, e lo fa almeno tanto quanto ci impegniamo ossessivamente a tenerlo a distanza.

Si pensi al terrore che continua a diffondersi intorno alla tecnica della clonazione. L’originaria paura della copia che, in quanto paura, va a braccetto con la fascinazione verso l’identità,[1] si declina con un energico rifiuto pubblico ed etico verso la clonazione che, pure, conserva un’aura di inevitabilità e di ignota frontiera che vien da definire artistica (in virtù della riproducibilità quasi fotografica che tratteggia). La clonazione crea corpi, fa corpi, e la dimensione di copia che li avvolge non deve farci dimenticare che un corpo copiato è già immediatamente un corpo che si cancella, un corpo destinato alla scomparsa, un cadavere che, presto o tardi, si porterà via un resto impossibile da registrare. Fare corpo, nei molti sorprendenti modi in cui l’uomo fa corpo, è prendere corpo proprio perché la cifra del farsi è la sparizione, non esiste azione senza scelta o opera d’arte senza perdita, non c’è fare senza scarto.

In tale scarto si tratta di prendere posizione, questione che, oggi, identifica il suo terreno nel corpo, sulla sua pelle, sulla presa. Prendere posizione per prendere corpo, per farsi prendere dal corpo che scompare, «rendendoci incapaci di afferrarlo».

Ariemma Tommaso, Il corpo preso con filosofia. Body building, chirurgia estetica, clonazioni, Il Prato, Padova 2013, pagg. 80, euro 12.

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[1] Cfr. W. J. T. Mitchell, Cloning Terror, La Casa Usher, Firenze-Lucca 2012.


[1] Cfr. G. Didi-Huberman, Quand les images prennent position, Minuit, Paris 2009.

2 commenti su “Ariemma Tommaso, Il corpo preso con filosofia. Body building, chirurgia estetica, clonazioni, Il Prato, Padova 2013, pagg. 80

  1. […] A un mese dalla sua uscita, il libro ha già la sua prima e ottima recensione. Qui. […]

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