Antonio Scurati, Il sopravvissuto, Bompiani, Milano 2005,pagg. 370.

scurati

di Emanuela Catalano

Nel bel romanzo di Scurati – di cui parleremo nelle righe che seguiranno – si districa l’aggrovigliata matassa della vicenda umana del professore Marescalchi; l’arco temporale degli avvenimenti ivi narrati si estende dai tanto temuti Esami di Stato ai primi di settembre, giorni coincidenti con la ripresa delle attività didattiche e la riapertura delle scuole. Immaginiamo il tanto noto e al contempo detestato suono della campanella. È il 18 giugno 2001, giorno in cui, come stabilito da calendario, si sarebbe svolto il primo turno di orali: quella mattina, Vitaliano Caccia si prepara a sostenere per la precisione la sua seconda prova orale. L’ennesima bocciatura è già stata concordata dai docenti, i quali gli hanno assegnato per lo scritto un punteggio irrimediabilmente basso, decretando così le sue sorti. Ma il ragazzo si presenta in ritardo; giunto al cospetto della commissione, estrae una pistola e, senza profferir parola, stermina i suoi professori uno ad uno, a bruciapelo, con un sangue freddo e una lucidità che farebbero rabbrividire chiunque, cambiando il corso di quello che sembrava il suo irreversibile destino. L’unico a essere risparmiato è Andrea Marescalchi, docente di storia e filosofia: contro di lui, Vitaliano non punterà l’arma bensì solo il dito, prima di voltar le spalle e lasciare per sempre il luogo del massacro. Colui che rimane, per l’appunto il ‘sopravvissuto’, si ritrova per così dire sospeso, inerme e impotente, consegnato agli inevitabili e inestricabili dubbi, destinato a ripercorrere i giorni e le settimane trascorse nel corso dell’ultimo anno scolastico, la gita a Parigi, le interrogazioni, le spiegazioni frontali, in cerca di una spiegazione, di una motivazione plausibile dinanzi al gesto apparentemente irrazionale e senza senso di un folle. Ma chi è veramente Vitaliano? Un ragazzo difficile, svogliato, poco propenso allo studio ma estremamente intelligente, esuberante, irruente, impulsivo, un drogato, un bullo, uno forte, uno tosto? L’esempio che tutti vorrebbero emulare, il ragazzo rispettato, odiato, desiderato? Oppure tutte queste sue connotazioni descrivono in realtà un’anima fragile, lacerata tra i primi giovanili amori, l’impellente bisogno di rivalsa degli ultimi, la sete di giustizia fai-da-te? Cosa si cela nelle sfumature dell’animo di questo ragazzo, negli anfratti del suo cuore? Sono queste le domande che si affastellano nella mente dello sventurato insegnante.Il professore Marescalchi è stato salvato dall’allievo pluriomicida, con la stessa premeditazione e precisione adoperata per sopprimere tutti gli altri sì, ma è condannato ad arrovellarsi alla ricerca di un senso da conferire agli eventi cui ha assistito e a doversi riprendere dallo choc psicologico fra l’altro subìto. Da qui si dipana la riflessione dell’insegnante, destinata a durare per i lunghi mesi di una torrida e rovente estate. Fuori, nel frattempo, la macchina mediatica si è messa in azione: i funerali, il dolore dei parenti e il cordoglio della nazione, i titoli dei giornali, le prime pagine, i talk-show televisivi che impazzano. Mentre tutti si domandano che fine abbia fatto l’omicida latitante… e le risposte continuano inesorabilmente a sfuggire, pur essendo proprio a portata di mano.

Non importa come si concluda il travaglio del Marescalchi, non diremo se egli deciderà o meno di tornare alla propria cattedra a settembre oppure se preferirà piuttosto optare per l’altra soluzione, quella di soccombere dinanzi alla tragedia che lo ha investito. Non è neppure così essenziale: ciò che davvero conta, in questa amara riflessione su ciò che la nostra società occidentale è diventata, sta nel grumo di spietata e agghiacciante indifferenza cui le ultime generazioni sono state condannate. Michele Serra ha recentemente definito i nostri adolescenti “gli sdraiati”. Nei quartieri di periferia, dove il cemento e l’abusivismo edilizio la fanno da padrone, in cui l’opulenza e l’ostentazione predominano, perduta ogni speranza, i Vitaliano Caccia vegetano, brulicano, proliferano, si moltiplicano, all’oscuro persino di se stessi, in sella alle loro moto, da soli o in gruppo. E un brutto giorno, magari, all’improvviso uccidono. Il barlume di speranza del finale ha un valore meramente consolatorio, o forse è soltanto un auspicio dell’autore: sta a noi, a ognuno di noi, impegnarsi e fare sì che si inveri, ogni giorno. Perché questi ragazzi, in realtà, sono tutti figli nostri e richiedono solo maggiore attenzione, cura, affetto e non in termini materiali ma umani, con tutte le conseguenze che simili complicanze comportano, come il mettersi in gioco, rischiando, ogni giorno di scommettere sulle nuove generazioni e porsi in ascolto dei giovani.

E allora ecco che serpeggia l’ultimo, inquietante dilemma, l’annosa questione sulla provenienza effettiva di quell’odio, di quella violenza: dove alberga veramente quel male, oggetto della tormentata riflessione estiva del professore? Tale tarlo si annida fuori o dentro di noi? E se in ognuno di noi si celasse un Vitaliano in potenza?…

Antonio Scurati, Il sopravvissuto, Bompiani, Milano 2005,pagg. 370.

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