Esercitare Žižek.

di Alessandro Siciliano

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Il filosofo più pericoloso d’Occidente – così lo definisce il New Republic – è noto al grande pubblico in primis per quello che si potrebbe definire il suo personaggio, le caratteristiche cioè che lo fanno inevitabilmente saltare all’occhio (non è cosa strana, questa, nella società dello spettacolo).Quando guardiamo la realtà, c’è un ordine, una certa compostezza delle cose per cui non abbiamo bisogno di soffermarci più di tanto e fare attenzione ai particolari che ritornano sempre nello stesso posto e allo stesso modo. Un ordine simbolico delle cose è la nostra realtà. In questo senso allora, Lacan diceva che la realtà è un sonno. La realtà così intesa – un ordine dove ogni cosa è al suo posto al punto da sembrare “naturale” – ha effetto anestetico sulla nostra percezione del mondo. Il senso di Žižek è allora schiaffeggiare l’ascoltatore proponendo e richiamando l’attenzione sui limiti della realtà, su ciò che, sempre Lacan, ha chiamato il reale.

Da cosa è caratterizzato il personaggio di Žižek? Un continuo movimento si nota tanto nei suoi scritti quanto nei comportamenti. Žižek è frenetico. Se lo leggiamo, è facile notare un flusso di associazioni veloci, una prorompente pulsionalità a pensare e a rigirare continuamente la frittata del discorso. “Il problema non è questo ma quest’altro, e viceversa” potrebbe essere una formula.

All’interno di questa instancabile metonimia, frequenti sono i riferimenti alla cultura pop e al cinema, altro elemento che giustifica la sua popolarità. La capacità di avvicinare la lente teorica ai fenomeni, agli eventi della vita quotidiana e all’immaginario collettivo, l’abilità nell’entrare e passeggiare nell’immanenza delle cose – possiamo vederlo realmente nei suoi film-documentari, in cui è solitamente ripreso nello stesso luogo di cui parla – tutto questo è evidente in Žižek.

Mi è recentemente capitato di guardare un’intervista della rivista VICE al filosofo di Lubiana. Mi piacerebbe qui tentare di fare quello che avrebbe fatto lui.

C’è un passaggio nell’intervista in cui Žižek interrompe la serie di domande e risposte per chiedere all’inviato di VICE: «passando a cose serie, posso offrirti un cazzo di succo di frutta, tè freddo o coca cola? ». Gli spiega, tirando fuori la Coca, che «qui c’è incluso anche il cancro che ti verrà, perché è Zero, quindi al posto dello zucchero ti becchi i dolcificanti». Si potrebbe pensare che sia una battuta di spirito, se non fosse che Žižek è serio, non ride. Non si preoccupa di schermare il contenuto reale di questo enunciato, di smorzarne l’impatto con il velo dell’umorismo. La verità[1] qui, nella sua forma traumatica, viene sputata fuori senza nessun artificio retorico che potrebbe attutirne l’effetto.

La psicoanalisi ci dice che è traumatico un evento che ribalta la realtà così come la credevamo fino al momento del trauma. Allora cosa fa Žižek quando, nella realtà familiare e riconoscibile di un padrone di casa che offre da bere all’ospite, introduce d’impatto, senza nessuna mediazione, un rimando al reale? La possibilità, cioè, che vivendo la mia realtà e aderendo a quello che è il gioco delle parti, godendo di questo bicchiere di Coca Cola, mi possa beccare il cancro! Quando il filosofo compie questo movimento, non sta forse di nuovo svelando il reale che la realtà consolidata annebbia?

Il rinnegamento di una realtà che smentisce e “sporca” quest’altra realtà, di cui faccio esperienza e in cui semplicemente godo dell’oggetto e delle sue buone qualità, è alla base della logica della perversione, una categoria psicoanalitica molto utilizzata da Žižek. Se è vero, come pensano in molti tra filosofi e psicanalisti, che la nostra società funziona secondo la logica della perversione – per cui tendiamo a disconoscere i limiti delle espansioni dell’Io, fino al più radicale limite rappresentato dalla morte – , il gesto di Žižek può essere letto come un atto, qualcosa che punta cioè a intaccare l’omeostasi del soggetto, nel tentativo di introdurre un elemento di disturbo in un’orbita sempre uguale e dare uno scossone all’economia dell’Io (egonomia).

Žižek non ci insegna tanto a squarciare il velo e accedere finalmente all’essenza della realtà. Piuttosto, ci ricorda che la realtà è una dimensione indispensabile alla comunità e che è bene sbatterla ogni tanto come fosse una coperta, per vedere i punti che rimangono scoperti.

Quale luogo migliore del cinema per un lavoro del genere! Il cinema punta al nostro desiderio e ci gioca, pur mantenendosi sempre ad una certa distanza. Lo schermo cinematografico è bianco, poi nero, poi guardiamo. E guardiamo cosa? Guardiamo della finzione, senza dubbio. Ma in questa finzione – se è cinema – ritroviamo noi stessi, il nostro desiderio. Storie che illustrano i limiti, le stranezze e le impasses della realtà condivisa .

L’idea qui è che l’aspetto più importante della realtà non sia tanto la dimensione in cui io sono una persona formata ad hoc dal desiderio dell’Altro, ma quella molto più scabrosa delle mie fantasie, che solo nella finzione, nella messa in scena o nel gioco possono manifestarsi. «Se volete entrare in contatto con qualcosa più reale della realtà stessa, dovete rivolgervi alla finzione cinematografica».[2]

L’esercizio che Žižek ci invita a fare consiste nel provare a guardare la realtà così com’è, per concentrarci sul suo contrario. E poi sul «contrario del contrario per ritrovare l’identità scissa e frantumata del reale».[3] Ce lo insegna anche inconsciamente, perché nel frigorifero di un filosofo anti-capitalista c’è una Coca Zero.

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[1] Non credo sia importante, qui, sapere se effettivamente l’aspartame provochi il cancro o meno (anche perché non possiamo saperlo). Quel che conta è che sull’argomento è in corso da molto tempo un dibattito scientifico che, tendenzialmente, si preferisce ignorare.

[2] Žižek S., The pervert’s guide to cinema, 2006.

[3] Caporossi S., Pierangeli A., Critica Impura, un manifesto., http://criticaimpura.wordpress.com/indice-aprile-2010/