RIATTIVAZIONE DEI LEGAMI D’AMICIZIA.

di Davide Russo

Infatti essa – l’Amicizia – concentra, combina e contiene collegando con le relazioni e cordialità reciproche

Empedocle, I presocratici

L’amicizia pervade il mondo e stimola al risveglio dicendo: datevi gioia l’un l’altro.

                     Epicuro, Elogio del buon vivere

La vita è un’infinita correlatività di coscienze.

Carlo Michelstaedter, La persuasione e la rettorica

Socrate in cerca di Alcibiade, J.L. Gérôme (1861)

Socrate in cerca di Alcibiade, J.L. Gérôme (1861)
  1. Cosa sono le amicizie se non legami affettivi che uniscono in maniera più o meno forte degli esseri viventi? La formazione di legami affettivi non è solo una prerogativa degli esseri umani, ma è estendibile anche agli animali: difatti, non sempre serve la parola; basta uno sguardo, un movimento del corpo, una carezza … 
  1. Cosa condividono “gli amici”? C’è fra loro un sentimento di reciprocità, un affidarsi l’uno all’altro che non ha bisogno di essere ricordato attraverso il linguaggio. È un atto di fiducia, di “fede”, che viene dal cuore, passando per la sottile porta delle emozioni. Si percepisce, ma è difficile descriverlo. 
  1. Si vuole delineare essenzialmente una teoria dell’amicizia in quanto legame affettivo, inscrivendola in una più generale teoria dei legami affettivi, che ne mostri l’interdipendenza di sviluppo. Non si pretende una fondazione strettamente intellettuale di questo comportamento o tutt’al più dell’etica tout court. Ben sapendo che ogni sicura argomentazione intellettuale riguardante la sfera dei valori scalfisce solo ciò che in loro è meno legato alla componente umana e alla sua aleatorietà, si propone qui ma solo un’incerta meditazione concettuale, un’interrogazione consapevole della propria inevitabile approssimazione, che però cercherà comunque di mantenersi sistematica e razionalmente fondata, almeno a livello procedurale. Discorsi di questo tipo conducono ad esiti paradossali, in cui risiede però un certo fascino e una certa morbosa attrattiva, visto che è insita nell’essere umano l’urgenza di porsi queste domande e di elaborare risposte soddisfacenti, dotate di una loro organica coerenza. Si può imparare molto anche dai vicoli ciechi e dagli errori. Pedagogia della contraddizione, ma anche del ritornare più volte su certi temi fondamentali, ripercorrendo consapevolmente una strada di cui si è appresa la fallibilità di alcune possibili alternative o ipotesi conseguenti. 
  1. Il concetto di “amicizia” incrocia tutta una costellazione di concetti fondamentali della filosofia morale, su cui non ci si può non soffermare. Sensibilità e virtù in primis sono strettamente legati all’amicizia. Ma come non toccare anche i temi della felicità e della vanità, della saggezza, del dono e del riso? E come non riferirsi infine anche ad una prospettiva sociale, quindi rivolgersi alla comunità e alla società in cui siamo inseriti e di cui facciamo parte? 
  1. Certo, rarissima è la fortuna di un tale rapporto! Il più delle volte quel legame non ha nulla di ideale o sentimentale, ma affonda le sue radici in un qualche interesse pratico. Si deve superare la sterile opposizione fra altruismo ed egoismo. 
  1. “Reciprocità” vuol dire anche completarsi, sopperire alle nostre mancanze individuali per cooperare al meglio al miglioramento delle nostre esistenze, garantendoci una migliore possibilità di sopravvivenza. Qui nasce, germe e assieme inarrivabile utopia, la comunità come insieme sociale. 
  1. Più l’amicizia diventa ideale, più quei ricercatori del buono e del vero si distaccano dalla comunità, anelando a più pure “forme di vita”, simili ai loro sogni e ai loro desideri. Si insinua nella maggioranza della comunità – o in un suo sottoinsieme: il gruppo di appartenenza in cui si è inseriti – il sospetto, che ha come conseguenza l’esclusione/identificazione della dissomiglianza (“il diverso”) o la sua omologazione (leggesi “eliminazione”) attraverso meccanismi di controllo e livellamento dei rapporti sociali. D’altro canto, chi desidera un’amicizia disinteressata e sincera disprezza gli individui con cui non ha un’affinità nel modo di sentire o di pensare, nel gusto e nelle capacità mentali. Questo lo porta a selezionare attentamente le sue conoscenze e le sue frequentazioni, oltre ad aspirare ad un livello di elevazione tale da possedere tutto in sé. La vera “amicizia filosofica” basta a se stessa e non ammette “soggetti”. 
  1. Le amicizie si compongono di determinate esperienze comuni, determinati ricordi e determinate speranze. Tuttavia l’intensità qualitativa di quel legame – la forza di quelle esperienze, di quelle speranze e di quei ricordi – è limitata: ciò dipende dal carattere effimero e transitorio delle amicizie che, si sa, generalmente non durano per sempre. Nascono e muoiono come tutti i legami viventi. Se non curate, si deteriorano le relazioni interne che formavano il sentimento di reciprocità. Quell’intensità deve essere continuamente riconfermata: nelle amicizie, come negli amori, vi è bisogno di continue riconferme di senso. Un reciproco “prendersi cura” del legame. Può avvenire a distanza di anni come può non avvenire mai. Vi è sempre incombente questa possibilità del congedo, dell’oblio, dell’indifferenza, dell’esclusione. [Purtroppo spesso non decidiamo nemmeno noi le cause esteriori (materiali) dell’allontanamento, che semplicemente “accade”.] 
  1. Molti volti conosciuti cambiano – la loro immagine ideale si deturpa – diventando stranieri ed estranei. Si riconsiderano molte cose del passato, ripercorrendo quel contesto comune che ora, già modificato nelle sue ramificazioni, sembra differente: un inquietante sconosciuto. 
  1. L’incontro o la sparizione di una persona è già la creazione o la disgregazione di un senso, l’arricchimento o l’impoverimento delle relazioni interne di quell’amicizia. 
  1. Il senso si può “riattivare” nel dialogo fraterno, nel piacere che suscita il calore di un abbraccio (simbolo universale) o la rievocazione di quei momenti passati assieme, ma anche dei progetti condivisi. Si creano così nuove connessioni, che si ripercuotono a loro volta sulla totalità del legame: diffondendosi, lo riprogrammano, lo riconfigurano, sviluppando nuovi instabili equilibri dinamici. 
  1. Ma c’è un modo più “anarchico” di riattivazione del legame, una scarica elettrica che penetra direttamente all’interno del sistema, perché arriva dal cuore, da quel seme di follia celata in ognuno di noi e ha il sapore esplosivo del presente. Gli amici ridono assieme. Non tutte le risate sono uguali. Il riso corre sempre il rischio di sconfinare nella trivialità e negli atteggiamenti gregari degli idioti. Però, quando è sincero, quando è folle e ribelle felicità, ecco la gioia sgorgare estaticamente fuori di noi: sentiamo riattivarsi fortissimo e vibrante, quel sentimento di reciproca fratellanza! Speriamo che gli amici ridano anche dei nostri deliri … 
  1.  Voltaire definisce l’amicizia come “un contratto tacito fra due persone sensibili e virtuose”[1]. Come contrario dell’uomo sensibile egli porta come esempio il monaco e il solitario. Che sono persone che non stanno in mezzo agli altri, si escludono dalla comunità. Se non si intende la sensibilità in questa accezione sociale e relazionale, allora come può Voltaire dire che il monaco e il solitario non sono sensibili? Se invece che quella sensibilità “esteriore” – perché diretta verso i rapporti sociali, le relazioni umane, quindi verso gli altri, verso l’esterno – si intendesse una sensibilità “interiore” – cioè che assorbe in se stessa tutti gli stimoli e le impressioni dell’ambiente esterno – allora il monaco o il solitario sarebbero all’opposto esseri umani dotati della più grande sensibilità, perché si sono isolati per far si che la loro percezione sottile, questo loro mondo personale e interiore, intessuto dei loro sentimenti, non venisse sporcato dai rozzi comportamenti degli uomini. Quindi per Voltaire la sensibilità sarebbe l’instaurare relazioni con gli altri esseri umani. Tuttavia si tratta di relazioni di un certo tipo e di una certa qualità. Ce lo definisce l’altro termine: “virtuosi”. Si tratta di amicizie virtuose, fra persone che perseguono la saggezza e la vita buona, dotate dei più alti valori morali e spirituali. Se i malvagi non hanno amici, ma solo complici, allora sono i giusti e i buoni che hanno amici. Infine Voltaire sviluppa un aspetto molto importante. Non si illude ingenuamente di impostare una sola tipologia di amicizia, ideale e platonica, come il riferimento successivo all’amicizia lascerebbe intendere. Lo fa delineando le condizioni di questo contratto: “Che cosa comporta questo contratto fra due anime tenere e oneste? Gli obblighi sono più saldi o più deboli, secondo il loro grado di sensibilità e il loro grado di sensibilità e il numero di servizi resi, ecc.”. Vi sono differenti gradazioni di amicizia, corrispondenti ai differenti gradi di sensibilità. Le categorie di “amicizia” e di “sensibilità” sembrano essere più strettamente collegate fra di loro rispetto al legame tra “amicizia” e “virtù”. Scoprono che il rapporto enunciato dalla definizione non è paritario. Vi è una delle due caratteristiche più d’importanti dell’altra. È vero, questa può essere solo una bieca supposizione. Tuttavia non si spiegherebbe altrimenti il riferimento immediatamente successivo ai “servizi resi”. La parola servizio appare piuttosto vicina ad interesse. Ma come, l’amicizia virtuosa non ha fra le sue principali caratteristiche quella di essere disinteressata? Non sembra che Voltaire si soffermi su ciò. Esistendo molteplici gradazioni di amicizia, se al livello più alto essa è un qualcosa di ideale, divino e irraggiungibile per gli uomini, ai livelli più bassi, diventa difficile distinguere tra l’amico e il complice o il socio. Ecco una concezione non solo relazionale ma anche pluralistica dell’amicizia. Anche se non coincidono pienamente, questi due aspetti sembrano essere in ogni caso collegati. La tipologia di amicizia dipende dal tipo di relazioni che si instaura, il che è determinato a sua volta dal grado di sensibilità vigente, che varia a seconda degli individui in questione. Resta ancora da indagare cosa implica la sua natura di “contratto”. 
  1. Un valore è un qualcosa che si fa comune senza dividersi mentre invece una cosa si fa comune soltanto dividendosi in parti. Dobbiamo allora classificare l’amicizia come un valore o come una cosa? Per l’amicizia ideale, quella che propriamente possiamo chiamare tale, potremmo rispondere affermativamente, con una certa sicurezza, che si tratta di una valore; tuttavia, man mano che si scende nei gradini inferiori di questo rapporto, dove sempre più forte diventa la mescolanza con l’interesse (a tal punto che ci si può chiedere se quello che noi chiamiamo amicizia non sia interesse camuffato), si ha sempre più la sensazione di avere a che fare con una cosa. È lì che subentra l’invidia, il possesso, la gelosia … Quando da bambini si domanda all’altro: “ma tu sei più amico suo o mio?” oppure gli si chiede quali sono i suoi “migliori” amici, si intende proprio questa svalutazione, che si può riassumere nella formula: “x è più o meno amico di y”. Mi chiedo se la vera amicizia non sia in fondo più una questione da adulti, sensibili e virtuosi (come Voltaire lascerebbe intendere) che da bambini. Questa considerazione va contro l’immagine di questo legame propria del senso comune. E’ chiaro che poi bisogna valutare caso per caso e, quando sono in gioco le emozioni e i sentimenti, valgono poco le regole generali e imposte dall’alto. Però chiediamoci quante “false amicizie” abbiamo incontrato per la nostra strada, quante amicizie che si sono rivelate poi meri interessi? Quante persone che si credevano amici leali e fidati si sono dopo realmente mostrati come spinti dai più biechi e subdoli interessi utilitaristici, a livelli addirittura definibili con i termini “sfruttamento”, “opportunismo” e “inganno”? 
  1. Il dono è l’insieme dei singoli legami che si espandono a raggiera da un unico punto, il “punctus humanus”. Il dono si differenzia dall’amicizia solo per la maggiore intensità e quantità dei legami di senso. La sua è una vocazione collettiva più che individuale. Aumentano esponenzialmente anche la fatica e l’impegno richiesti al “punctus humanus”. Il dono lo collega ad altri suoi simili, costruendo una rete architettonica portatrice di senso. Questioni sollevate:   a) il parlare per comodità d’immagine di “punctus humanus” non potrebbe farci cadere in un futile soggettivismo o umanesimo? Togliendolo, non si avrebbe lo stesso una definizione valida anche se de-antropologizzata? b) Si potrebbe provare a tradurre anche gli altri concetti della filosofia morale in termini di “legami”? Il “legame” deve diventare il collante che tiene unita l’intera struttura organizzativa degli affetti. È possibile questa traduzione unitaria entro una comune tipologia di linguaggio relazionale? 
  1. Tramutare l’amicizia o l’amore nel dono di sé significa vedere nel proprio amico fraterno o nel proprio amante riflessa l’intera umanità. Egli è un ponte tra il donatore e questa totalità di sofferenza da riscattare. Il donarsi al singolo rappresenta già un faticoso passo intermedio per nulla facile. Ed essenzialmente aumenta all’infinito la difficoltà se noi ci doniamo all’intera umanità. Che peso abnorme! Quanta infinita sofferenza vi è da riscattare! 
  1. Il donarsi a qualcuno implica sempre un farsi carico di tutta la sua sofferenza. Questo “farsi carico” si chiama sensibilità. Anche nel germe di questo donarsi, che è racchiuso nel sentimento di amicizia, in quel “prendersi cura del legame”, vi è la condivisione di un poco della sofferenza altrui. In questa solidarietà della condivisione, in questa sensibile disponibilità a sorreggere assieme il peso dell’esistenza e del dolore ad essa intrinsecamente connesso, vi è l’autentico discrimine tra la vera amicizia e la semplice conoscenza. Anche per la sensibilità si procede per gradi. 
  1. Non c’è dono che non coincida con un’autopunizione, per quanto proporzionata all’entità del “farsi carico”. Donare qualcosa significa toglierlo a noi stessi o alle nostre proprietà, che altro non sono che estensioni della nostra individualità. Il dono di sé significa privarsi di una parte di se stessi. Esso coincide con quell’annullamento dell’Io, con quello svuotamento della propria Volontà dall’interno, di cui parlano i mistici e che rappresenta in realtà, spogliato della sua espressione metaforica e religiosa, l’essenza della virtù. L’uomo virtuoso è colui che si sottopone ogni giorno a questa ascetica purificazione, laicamente intesa come costante esame morale delle proprie azioni e delle proprie scelte. 
  1. Come può questo rigoroso svuotamento dalle proprie imperfezioni, questa virtuosa ricerca del distacco da se stessi attraverso l’autocontrollo, essere precondizione necessaria per la solidarietà, la compassione, la giustizia e la comunicazione reciproca? Purificarsi, cioè ripulire i bassifondi della propria coscienza, per poi condividere. Detto questo, però non ci si distacca apparentemente da tutte quelle teorie, che chiameremmo “totalitariste”, che vedono l’individuo come un ostacolo per la comunità. Questo equivarrebbe a privarlo dei suoi diritti individuali fondamentali, ad espropriarlo dalla sua libertà di singolo, della sua unicità, dalla responsabilità di poter condurre la propria esistenza. Non vogliamo questo totale distacco dell’individualità, perché responsabilità ed unicità rappresentano le due caratteristiche fondamentali dell’individualità, che non va del tutto perduta, ma si arricchisce nella purificazione, raffinandosi. L’individuo deve essere riconosciuto invece come un passaggio fondamentale e insostituibile di questo processo. Questa sua duplice importanza è stata univocamente difesa sia dalle teorie liberali, che ne hanno sottolineato l’unicità (diritti), sia dalle teorie comunitariste, che ne hanno sottolineato viceversa la responsabilità (doveri). E qui entra in gioco l’amicizia, come collegamento tra queste due facce di una medesima medaglia, che è ancora un rapporto tra individui, seppur contenga il germe del loro superamento nel dono. Ma sono sempre gli individui, nella loro “responsabile unicità” di singoli, a decidere di instaurare questo tacito contratto, a fissare il punto di partenza, che poi varierà a seconda delle diverse condizioni economiche, sociali, culturali ecc. 
  1. Tuttavia come si può attribuire una caratteristica degli uomini virtuosi e sensibili come quella del dono alla comunità di tutti gli uomini, se intesa in maniera reale e non ideale? Non è esso un evento del tutto singolare o almeno ascrivibile al singolo? Quanto appartiene alla sfera del privato e quanto invece a quella del pubblico? Ancora una volta la frontiera tra queste due sfere vacilla e si crea tra  di esse una sorta di tensione insopprimibile, che le designa ad ogni modo come complementari. Se si pensa questi due momenti come co-originari e correlati, non si rischia di privare l’individuo della sua unicità ed irripetibilità? Non è forse appartenente all’intenzione del privato dallo spirito elevato, dall’elevata sensibilità, il gesto estremo di donarsi agli altri? Il limite esistente tra dono e solidarietà è un qualcosa che, al di là delle troppo facili semplificazioni, sfugge irrimediabilmente ad ogni tentativo di definizione: non è facile dire dove finisca uno e dove inizia l’altra. Far entrare in gioco la categoria dell’Amore come insieme omnicomprensivo in cui includere sia il dono che la solidarietà, quindi superare dialetticamente entrambi, rischia di far precipitare nel baratro dell’indeterminatezza in cui, se ci può cadere un mistico o un poeta, non ci può cadere un filosofo. Parlare dei rapporti e delle delimitazioni tra sfera pubblica e sfera privata introduce il politico ben prima della solidarietà e quindi della giustizia, visto che qui si parla dell’individuo nella sua “responsabile unicità”, che però non è ancora necessariamente responsabilità verso gli altri, intesi come insieme sociale di riferimento. Ma il medium del diritto, peculiare della giustizia, non interviene solamente quando non bastano più i rapporti privati e individuali come quello dell’amicizia? Detto altrimenti, non si ha più a che fare con individui affini, con cui si condividono esperienze, ma con estranei, a noi sconosciuti in quanto a storia di vita, con cui però si vuole comunicare da un piano di eguaglianza e parità, sulla falsariga di quello dell’amicizia, reciprocamente garantite in questo caso dall’intera comunità in maniera oggettiva attraverso le leggi. Anche questo campo deve essere il terreno di una minuziosa indagine da parte del filosofo politico, che deve sondarne ogni punto e ogni intersezione. Tuttavia questo compito si situa decisamente al di là dei confini del presente lavoro.

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Bibliografia: 

Empedocle, I presocratici. Testimonianze e frammenti da Talete a Empedocle, a cura di Alessandro Lami, Milano 2008.

Epicuro, Elogio del buon vivere, a cura di Antonio Castronuovo, ed. Stampa Alternativa, Viterbo 1999, p. 14.

Carlo Michelstaedter, La persuasione e la rettorica, a cura di Sergio Campailla, ed. Adelphi, Milano 2005, p. 45.

Voltaire, Dizionario filosofico, a cura di Angelo G. Sabatini, Newton Compton Editori, Roma 2008


[1] Voltaire, Dizionario filosofico, a cura di Angelo G. Sabatini, Newton Compton Editori, Roma 2008, p. 9.