Il corpo del linguaggio.

di Alessandro Siciliano

dalì

Idilio atomico e uranico melanconico, 1945 Olio su tela Salvador Dalí

Non c’è psicoterapia che non si articoli nella parola. La parola è il dispositivo fondamentale di qualsiasi cura “psi”. Seguendo la preziosa indicazione di Mario Galzigna, di un’epistemologia della connessione nel campo “psi”,[1] credo che sia possibile rilevare il terreno comune a tutte le pratiche psicoterapeutiche – e forse anche a tutte le pratiche terapeutiche –  nella parola.[2]

Ma non solo. La parola non è evidentemente solo ciò che guarisce, il mezzo per lenire un male esistenziale. La parola è anche ciò di cui ci ammaliamo, come ha ampiamente dimostrato Freud. Medicina e veleno dunque. In greco c’è un termine preciso che dice di questa ambivalenza: phàrmakon. Possiamo dire che la parola è un farmaco? Allora cosa differenzia, nella funzione, l’oggetto farmaco dalla parola?

Sappiamo che il farmaco agisce sul corpo, sul reale del corpo, sulla chimica, mentre la parola agisce sulla psiche, sul mentale. Ma sappiamo anche – benché forse non ci sia ancora piena consapevolezza e accordo nel mondo psi – che le parole si incarnano, hanno degli effetti molto concreti sul corpo. Le parole hanno avuto il potere di ingravidare le isteriche così come oggi hanno il potere – deficitario e infiacchito rispetto al passato – di costringere il soggetto al digiuno. Una parola può penetrare profondamente nel soggetto, può incistarsi e organizzare tutta una vita, con degli effetti molto concreti sul corpo. Di più, una parola può produrre un soggetto! Così l’antica dicotomia mente-corpo risulta qui inaffidabile, i confini si fanno sfumati.

Negli anni ’50, Jacques Lacan (foto) ha lavorato prevalentemente sulla dimensione del Simbolico, sulla dimensione, cioè, della vita umana messa in ordine dal significante, dal linguaggio. Dal momento in cui c’è il linguaggio, la “nuda vita” – la vita non governata da nessuna legge se non dalla ripetizione dei ritmi biologici – è trasferita sul piano di un ordine significante e comunicabile. Accedere al linguaggio significa vivere nella scena degli uomini, nel legame sociale, dove il singolo articola il proprio desiderio in una parola che si rivolge all’Altro e che dall’Altro si aspetta una risposta, «anche se non incontra che il silenzio, purché essa abbia un uditore»[3]. L’essere umano deve sacrificare una parte del proprio godimento e sublimarla, spostarla fuori da sé  per erotizzare le dimensioni della progettualità, del legame con l’Altro e per poter godere della creazione di un’opera in dialettica con l’Altro. Il linguaggio, in sintesi, si pone come ordine significante del mondo. E’ questa la tesi principale dello strutturalismo, da De Saussure a Lévi-Strauss. Il linguaggio fa l’uomo, nel senso che ogni bambino è soggetto, per usare una bella metafora di Louis Althusser, alla «lunga marcia forzata che trasforma delle larve di mammiferi in bambini umani, in soggetti».[4]

lacanPiù avanti, sempre nello scritto Funzione e campo, troviamo: «La parola [parole] è un dono del linguaggio, e il linguaggio non è immateriale. E’ corpo sottile, ma è corpo».[5] Perché possiamo pensare al linguaggio come a un corpo? Cosa differenzia il corpo del linguaggio dal corpo “in carne ed ossa”?

Secondo questa prospettiva, il linguaggio è come un vestito sull’organismo biologico. Lacan fa questa importante distinzione:[6] l’organismo non coincide con il corpo. Il corpo, corpo umano, è l’organismo vestito dai significanti che l’Altro riserva al soggetto. Il modo in cui io mi vedo rimanda a come sono stato visto, che cosa si è detto di me.[7] L’organismo, di per se ingovernabile, si trova inoltre fin da subito nel campo del linguaggio, campo dell’Altro che agirà simbolicamente sul corpo neonato per mezzo di un discorso. Nel primo tempo della vita, sarà l’Altro a mettere la parola sul corpo del soggetto, rendendolo così un corpo umano, cioè un corpo segnato, regolato da una cultura, che ad esempio impone che la soddisfazione dei bisogni dell’organismo debba seguire determinati percorsi e tempi, sottostare a determinate formalità. L’essere umano è lontano dagli istinti, lontano da una guida biologica innata che permetta l’adattamento alla natura. Il suo corpo biologico è snaturato, ed è questa la logica delle pulsioni freudiane.

Il corpo biologico è da sempre preso nel linguaggio e umanizzato. Dal momento in cui l’Altro del linguaggio interviene, con l’educazione e la cultura, sul corpo del neonato, dal momento in cui il significante si incarna, – in primis nelle pratiche di regolazione delle zone erogene, svezzamento, educazione sfinterica, cioè nei luoghi dove l’Altro dice “Basta!”, mettendo una regola, dell’ordine della cultura umana, nel luogo del godimento pulsionale – da questo momento il corpo è assoggettato alle leggi del linguaggio. Un corpo inscritto nell’ordine simbolico, un corpo perforato dal linguaggio, toccato, manipolato dall’Altro che, da una parte mette un limite, uccide la cosa, svuota il corpo dal godimento pieno e totale, dall’altra solleva, traspone la vita nella dimensione simbolica, nella dimensione del significante dove le cose si danno come rappresentazioni, cioè presenze nell’assenza, in un ordine simbolico.

Una conseguenza di ciò è che il desiderio, che già per Freud origina dall’infantile, si perde nelle pieghe del senso, si nasconde e balza di significante in significante. «Gli enigmi che il desiderio propone […] non riguardano altro sregolamento dell’istinto che il suo essere preso nelle rotaie – eternamente protese verso il desiderio d’altro – della metonimia».[8] La metonimia è uno dei due principi, assieme alla metafora, che regolano il discorso umano; la figura retorica in presenza della quale sappiamo solo che il senso è più in là nel discorso, che vorremmo sapere qualcosa in più.

In ogni caso, qualunque decisione il soggetto potrà assumere durante il corso della sua esistenza, egli nasce dunque alienato in un discorso che è fuori di lui, che è Altro da sé, e questo discorso si incarna, diventa corpo sottile, corpo significante.

C’è di più: «il problema che si pone per il soggetto è quello del passaggio da una situazione di immersione in un campo che lo eccede ad un rapporto di mediazione, che gli permetta di poter simbolizzare e non solo di ricevere una serie di attribuzioni simboliche da parte degli altri.»[9] Il secondo tempo di questo movimento è il tempo della parola. Già nel titolo Funzione e campo della parola e del linguaggio, Lacan – riprendendo De Saussure –  sottolinea come il linguaggio costituisca un campo, un universale all’interno del quale tutti siamo, mentre la parola è una funzione, un’attività singolare, una costituente, la possibilità che il soggetto ha di mettere le mani nel sacco del linguaggio e “dire la sua”.

Non possiamo pensare, dunque, il corpo umano separato dal campo del linguaggio, giacché esso è preso nel linguaggio fin dalla nascita biologica, e il soggetto lo è ancora prima, nel discorso dell’Altro familiare e sociale.[10]

Non risulta allora fuorviante stabilire una bipartizione forte, per cui alla farmacologia corrisponderebbe, sic et simpliciter, il corpo,  e alla parola – che in questa accezione ingenua diventa “quattro chiacchiere” – il versante psichico dell’umano?

Contro ogni tentativo di disumanizzare la cura, occorre riportare in primo piano il ruolo della parola nella vita umana. La psicoterapia protocollare, la manualizzazione della cura, la standardizzazione del soggetto (tanto del terapeuta, quanto di chi domanda aiuto), così come la deriva bio-medica, sono tutti fenomeni che ci informano del discredito sulla tecnica della parola. O meglio, del progetto ossessivo di pietrificare la talking cure, di portare il rigore delle scienze esatte nel luogo più inesatto che la scienza conosca, il luogo dell’inconscio e delle sue manifestazioni, che si fa beffa dell’integrità dell’enunciato pe(n)sato per premiare, invece, la parola come luogo dell’ingovernabilità del desiderio, del movimento metonimico del desiderio. «Tutte le immagini portano scritto “più in là”.»[11]

*Nota al testo: La stesura di questo breve scritto è frutto di una riflessione su alcune suggestioni del prof. Federico Leoni, durante una lezione dal titolo “La parola e la tecnica”, Dipartimento Clinico “La tecnica della psicoanalisi”, Grottammare, 20 aprile 2013.


[1] Galzigna M., Il mondo nella mente. Per un’epistemologia della cura, Marsilio, Venezia 2006.

[2] Non è scontato ricordarlo e rimarcarlo, dal momento che vale ancora oggi ciò che Jacques Lacan notava nel ’53: “Tra noi è caduto il discredito sulla tecnica della parola”. Lacan J., Funzione e campo della parola e del linguaggio in psicoanalisi (1953),  in Scritti, a cura di Contri G. B., Einaudi, Torino 2002, vol. 1, p. 290.

[3] Ivi, p. 241.

[4] Althusser L., Sulla psicoanalisi: Freud e Lacan (1977), Raffaello Cortina, Milano 1994,  p. 19.

[5] Lacan J., Funzione e campo della parola e del linguaggio in psicoanalisi, cit., p. 294.

[6] Lacan J., Radiofonia. Televisione, a cura di Contri G. B., Einaudi, Torino 1982.

[7] Oltre che, sicuramente, a cosa ho fatto di questo discorso, alle mie soggettivazioni.

[8]   Lacan J., L’istanza della lettera dell’inconscio o la ragione dopo Freud (1957), in Scritti, cit., vol. 1, p. 513.

[9] Bonifati L. S., La psicosi in Jacques Lacan. Da Aimée a Joyce, Franco Angeli, Milano 2000, p. 96.

[10] Qui si apre un’altra interessante questione. Nell’idea di un ordine comune a tutti gli uomini, di una griglia unica condivisa tramite cui si legge il mondo, si percepisce qualcosa di asfissiante. Se la realtà è una e tutti dobbiamo condividerla, siamo nell’ordine della serialità, della omogeneizzazione e della clonazione, come nelle migliori distopie raccontate dai grandi narratori del Novecento (nonché vissute realmente). Siamo nel campo del totalitarismo, dove la differenza è inconcepibile. Ecco allora che da quell’ordine significante a fatica conquistato, si fa sentire la nostalgia della vita. “Bisogna spezzare il linguaggio, per toccare la vita”, ha scritto Antonin Artaud nella prefazione a “Il teatro e il suo doppio”.

[11] Montale E., Maestrale, in Ossi di seppia, 1925.

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