ETICA O VERITÀ?

di Michele Di Bartolo

giustizia

 

Quando Maurizio Ferraris fa appello alla verità come garanzia contro la prevaricazione e l’ingiustizia[1] si fa portavoce di un’istanza fortemente avvertita non solo dagli intellettuali, ma da tutta la società e, segnatamente, da quella italiana degli ultimi anni. L’esperienza quotidiana della sofisticazione della realtà operata dai media o dalla politica – solo per fare degli esempi – induce, infatti, a rivalutare la funzione della verità non solo e non tanto in sede teoretica, ma soprattutto in sede pratica. Un salutare ritorno al realismo sembra l’unica tutela contro l’arbitrio della retorica e lo strapotere del linguaggio e della comunicazione. Nessuna giustizia, dunque, senza verità.

Ferraris si appella nientemeno che al maestro della decostruzione per sostenere la propria tesi. Derrida , osserva, «ha ripetuto più volte una cosa importantissima, ossia che la giustizia è l’indecostruibile».[2] E ciò significa: in primo luogo che la decostruzione è animata da un’istanza etica; in secondo luogo che «tutta l’attività di smontaggio non poteva spingersi sino al toccare la giustizia».[3] Ma Derrida sarebbe stato d’accordo con Ferraris nel concludere che ciò che rende giusto qualcosa è la verità? Nel sostenere, cioè, che l’ontologia fonda la verità e che la verità fonda l’etica?[4]

Ci si dimentica, in questo modo, che proprio un’istanza etica simile a quella che anima oggi questo ritorno al realismo aveva messo in sospetto la verità; e si finisce col confondere etica e diritto. Iniziamo da quest’ultimo punto. Che un giudice faccia ricorso ai fatti, e dunque in un certo qual modo alla verità, per pronunciare una sentenza, è fin troppo chiaro. La giustizia, intesa in senso giuridico, deve fare riferimento ai fatti. Che sia accertabile che qualcuno abbia o meno avuto rapporti sessuali a pagamento con una minorenne è piuttosto ovvio. Nonostante tutto, un accertamento come questo è possibile solo all’interno di un contesto, di un sistema di convenzioni linguistiche e non solo. Credo che Ferraris sarebbe d’accordo con me nell’affermare che l’essere o meno minorenni è un fatto sociale e come tale è reso possibile da un sistema di tracce scritte e di documenti (la legge del paese, i registri anagrafici, il calendario). Dato questo sistema di testi, e indicate le coordinate di riferimento rispetto alle quali si voglia giudicare se qualcuno sia stato o meno a letto con una minorenne, e che l’abbia pagata per questo, sarà facile verificare il “fatto”. Per farlo, tuttavia, bisognerà ricorrere a deposizioni di testimoni, intercettazioni e tabulati telefonici, indagini bancarie ecc… Insomma ad un sistema di tracce. Sarà altrettanto facile stabilire se il fatto costituisca o meno un reato: basterà, ancora una volta, far riferimento al sistema dei testi. La giustizia, intesa in senso giuridico, ha bisogno senza dubbio di riferirsi ai fatti, ma ciò che la rende possibile sono delle convenzioni: che si sia maggiorenni a 18 anziché a 21 anni, che la prostituzione sia o meno consentita dalla legge ecc…

La questione, se portata sul piano etico, diventa enormemente complessa. L’attività di un giudice si svolge, per lo più, dopo i fatti e si misura, con tutte le restrizioni che abbiamo visto, con essi. Si può dire lo stesso dell’etica? Il momento etico non è forse anteriore ai fatti? Quando Ferraris rivendica l’uso della verità in campo etico vuole dire che sarebbe possibile stabilire una volta per tutte cosa sia bene e cosa sia male? E che ciò sia possibile sempre e in ogni caso, indipendentemente da ogni sistema di riferimento storico-culturale? Ma si può dire che l’etica finisca là dove finisce la conoscenza? O piuttosto è proprio lì che comincia?

derridaJ. Derrida (foto) riteneva che per ripensare l’etica e, in una certa misura e con tutte le cautele che egli avrebbe avuto verso una simile espressione, per rifondare un’etica, si dovessero proprio mettere in discussione le nozioni tradizionali di verità, realtà ecc… Quando Ferraris corregge la celebre affermazione della Grammatologia secondo la quale nulla esiste fuori dal testo[5] con la specificazione «nulla di sociale esiste fuori dal testo»,[6] sembra non tenere in considerazione il fatto che Derrida, con la parola testo, non intendesse riferirsi semplicemente a ciò che è scritto sulla pagina, o sullo schermo del computer, ma alla realtà tutta, che egli non considerava come un insieme di fatti e di cose semplicemente presenti, ma come un sistema di differenze, come un tessuto, come un testo appunto.[7] Che non ci sia fuori testo significa esattamente che non c’è nessun riferimento extratestuale che consenta di verificare il testo stesso. Il che non significa affermare che esista il nulla o che nulla esista. E non si tratta neanche di ridurre il mondo al soggetto, perché il soggetto stesso ricade in quel sistema di differenze che è il testo generale. In questo testo senza origine, senza autore,[8] senza destinatario, senza referente esterno non si dà nessun senso rinvenibile una volta per tutte. Non si dà verità, ma solo effetti di verità, non si dà senso, ma solo effetti di senso.[9]

Il discorso di Derrida non si traduce nell’esaltazione dell’onnipotenza del linguaggio, ma vuole essere una messa in guardia dal rischio di delirio di onnipotenza che può derivare dalla convizione che l’essere sia, che sia conoscibile e che, in ultimo, sia esattamente come lo conosciamo noi, come lo conosco io. Il discorso dell’Occidente è stato letteralmente ossessionato, posseduto dalla verità. Fino al punto di arrivare a identificarsi con essa in una sorta di inflazione psichica. Questa ossessione psicotica della verità, in quanto esasperazione dell’Io, ha reso impossibile ogni relazione all’altro riducendo il diverso all’identico, il molteplice all’uno e il complesso al semplice. La verità non può fondare l’etica, nella misura in cui il discorso che si fonda sulla verità assume sempre la forma «io, sono la verità».

Cosa vorrà dire allora che la giustizia è l’indecostruibile? Vuol dire, senza dubbio, che c’è qualcosa che resiste, che si sottrae sempre, come riconosce Ferraris, alla nostra attività di «smontaggio». Vi sarebbe, in effetti, qualcosa come uno zoccolo duro della realtà, qualcosa che non si lascia piegare e torcere dalla potenza del linguaggio. Risiederebbe qui il fondamento della giustizia. Tale fondamento non va tuttavia inteso come una presenza positiva, come qualcosa di appropriabile in un atto conoscitivo, ma, tutto al contrario, come una non-presenza, come l’impresentabile e l’irrappresentabile, come qualcosa che resiste ad ogni tentativo di appropriazione analitica. Ora, ciò che si sottrae e che resiste è precisamente ciò che fa fallire ogni nostra interpretazione e che dunque destituisce di fondamento ogni pretesa di verità. Questo qualcosa, questo nodo che resiste ad ogni tentativo di scioglimento analitico,[10] di riduzione al semplice è, in una parola, l’altro. L’altro è altro proprio nella misura in cui è inappropriabile, irriducibile all’identico, inconoscibile.

Nessuna verità sull’altro, dunque. Dove «altro» non è che il nome che diamo a tutto ciò che non è io, compreso l’io stesso in quanto invisibile all’io. Questo resistere dell’altro ad ogni tentativo di appropriazione mostra, ad un tempo, il limite dell’interpretazione, la sua condizione di possibilità e il fondamento dell’etica. Ciò che mette in scacco ogni interpretazione è anche ciò che consente, ed impone, di continuare ad interpretare. Se ci si potesse arrestare ad una interpretazione, il testo – il testo scritto, il testo del mondo, quel testo che noi stessi siamo e che gli altri sono e nel quale siamo co-implicati – perderebbe la sua estraneità e sarebbe ridotto all’identico. Ogni differenza sarebbe cancellata nell’identità e l’altro non sarebbe riconosciuto in quanto altro. Perché l’altro sia riconoscibile non deve essere conoscibile. Il vero nichilismo è precisamente quella riduzione dell’altro all’Io che annullando le differenze fa collassare la realtà in un punto zero, in un’origine inesistente.

Umberto Eco, distinguendo tra interpretazione ed uso del testo,[11]  affermava in fondo un’esigenza etica. Fino a che punto è lecito interpretare? Usare i testi significa, in fondo, abusarne. Rispettare il testo significa, invece, considerarlo sempre come un fine e mai come un mezzo. Ma il testo continua ad essere un fine solo se lo facciamo oggetto di un compito infinito di comprensione e non se riteniamo di averne esaurito il senso. Solo ponendosi nella prospettiva del non sapere ci si potrà aprire all’avvenire, all’incontro con l’altro.

 


[1] M. Ferraris, Epistemologia ad personam, in “Micromega. Almanacco di filosofia”, n. 5, anno 2011, p. 92.

[2] M. Ferraris, Ricostruire la decostruzione. Cinque saggi a partire da Jacques Derrida, Bompiani, Milano 2010, p. 11. Cfr. J. Derrida, Forza di legge. Il «fondamento mistico dell’autorità», tr. it. F. Garritano, Bollati Boringhieri, Torino 2003, p. 64.

[3] M. Ferraris, Ricostruire la decostruzione. Cinque saggi a partire da Jacques Derrida, ed. cit., p. 11.

[4] Ibidem, p. 89.

[5] J. Derrida, Della grammatologia, tr. it. a cura di G. Dalmasso, Jaca Book, Milano 1998.

[6] M. Ferraris, Ricostruire la decostruzione. Cinque saggi a partire da Jacques Derrida, ed. cit., pp. 9 e 93. Si veda anche, tra gli altri, Id., Documentalità. Perché è necessario lasciar tracce, Roma-Bari, Laterza 2009.

[7] «Ciò che chiamo “testo” implica tutte le strutture cosiddette “reali”, “economiche”, “storiche”, socio-istituzionali, in breve tutti i referenti possibili. Altro modo di ricordare una volta di più che non c’è fuori testo. Cosa che non vuol dire che tutti i referenti sono sospesi, negati o rinchiusi dentro un libro, come si finge o come si ha spesso l’ingenuità di credere e di accusarmi. Ma piuttosto che ogni referente, ogni realtà ha la struttura di una traccia differenziale». (J. Derrida, Limited Inc, tr. it. N. Perullo, Cortina, Milano 1997, pp. 220-221. Ma si veda anche Ibidem, pp.203-204).

[8] «Il “soggetto” della scrittura non esiste, se con questo si vuole intendere qualche solitaria solitudine dello scrittore. Il soggetto della scrittura è un sistema di rapporti tra gli strati: del notes magico, dello psichico, della società, del mondo. All’interno di questa scena la semplicità puntuale del soggetto classico è introvabile» (ID, Freud e la scena della scrittura, in ID, La scrittura e la differenza, tr. it. G. Pozzi, Einaudi, Torino 2002, pp. 292-293).

[9] Cfr. J. Derrida, Qual quelle, in ID, Margini – della filosofia, tr. it. M. Iofrida, Einaudi, Torino 1997, p. 364.

[10]  Su questo concetto di resistenza all’analisi, e sulla sua paradossale funzione di condizione di impossibilità e di possibilità dell’analisi stessa, si veda soprattutto J. Derrida, Résistance – de la psychanalyse, Galilée, Paris 1996, pp. 23-39.

[11] U. Eco, I limiti dell’interpretazione, Bompiani, Milano 1990. Ferraris fa riferimento a questa distinzione di Umberto Eco nell’introduzione alla nuova edizione della sua Storia dell’ermeneutica.