Lucia Barbera, L’assistenza all’infanzia abbandonata nella Sicilia d’età borbonica, Aracne, Roma 2012, pagg. 440.

lucia barberadi Emanuela Catalano

È con un misto di commozione e orgoglio che mi accingo oggi a recensire  l’imponente libro di Lucia Barbera, frutto di dura fatica, lungo e meticoloso lavoro di ricerca, innumerevoli notti in bianco, immane passione e dedizione assoluta. L’opera colpisce per il tema trattato, un capitolo troppo spesso e molto volentieri “dimenticato” dalla storiografia tradizionale; non se ne trova infatti traccia né nei manuali di storia del liceo, se non in qualche breve appendice in calce ai capitoli, o ‘moduli’ per usare una terminologia oggi più in voga, né tanto meno l’argomento trattato della Barbera è frutto di studio serio e sistematico, indagine e approfondimento nelle Facoltà universitarie italiane. Fortunatamente numerosi studi e convegni stanno riportando in auge questo tema, specie a livello europeo, nella speranza che la conoscenza e la discussione di queste tematiche possano sensibilizzare la popolazione vis-à-vis di un argomento così delicato.

Il volume, dal significativo titolo L’assistenza all’infanzia abbandonata nella Sicilia d’età borbonica, tratta documenti in gran parte inediti e offre un’analisi dettagliata delle diverse istituzioni preposte alla difesa e alla tutela dell’infanzia abbandonata nella Sicilia borbonica dalla metà del Settecento alla prima metà dell’Ottocento. La diffusa necessità di soddisfare quell’esigenza determinò da parte delle istituzioni la creazione di un sistema assistenziale a favore dei ‘trovatelli’ o bimbi proietti, che gettava le basi per l’avvio nell’isola di una realtà politico-istituzionale, all’avanguardia sul piano europeo, tale da potersi definire da “proto–Stato sociale”. Mi torna in mente l’intento del Manzoni nel suo tentativo di riportare alla ribalta del palcoscenico storico la storia di queste migliaia di creaturine abbandonate al loro destino, condannate a passare su questa Terra senza lasciar traccia alcuna di sé.

Il fenomeno era molto rilevante nei secoli scorsi, più di quanto si possa immaginare, tant’è che tutte le città avevano un luogo apposito dove lasciare i neonati: si trattava della ruota degli Esposti. Le ruote erano generalmente collocate vicino alle Chiese. Il bambino veniva appoggiato nella struttura che, fatta ruotare con una breve spinta, lo portava all’interno dell’edificio. Attaccata alla ruota c’erano delle campanelle in modo che, girando la ruota, si avvisasse l’addetto alla ruota della presenza di un bambino. La ruota degli Esposti era concepita dalle famiglie più indigenti come una forma assistenziale che veniva offerta alla società. Da tale luogo, i bambini venivano prelevati e affidati a una balia (spesso una donna che aveva appena perso un neonato) e, finito l’allattamento, erano mandati negli orfanotrofi. A volte gli orfanotrofi riuscivano a fare adottare, specie nelle campagne, questi bambini. La mortalità infantile era purtroppo elevatissima a causa del mancato allattamento con il latte materno e delle scarsissime condizioni igienico-sanitarie di questi luoghi.

L’istituzione della ruota può essere definita una sorta di escamotage cui ricorse la Chiesa dell’epoca per contrastare l’aborto in assenza di una politica anticoncezionale adeguata, ma senza alleviare il senso di colpa delle madri, sulle quali continuava a incombere il peso di quel peccato. Colpiscono i dati sull’elevato tasso di mortalità infantile del Brefotrofio di Messina. Sulla scia di Malthus, si stagliano le analisi dell’economista siciliano Francesco Ferrara, secondo il quale la ruota altro non avrebbe fatto se non contribuire a sperperare inutilmente denaro pubblico: «Non sarebbe un gran male se aumentasse la strage degli esposti. In questa, i soli a soffrire sarebbero gli spettatori; giacché le vittime sono troppe tenere per sentire il peso della propria sventura. Siccome esse non percepiscono realmente il dolore della morte, poco importa che spirino tra fasce in morbida culla, ovvero tra luridi cenci in mezzo ad una strada».

lucia barbera2Seguono le descrizioni – da una parte – dei tentativi di aggirare le istituzioni e delle numerose truffe ai danni di un’infanzia già condannata, da parte delle balie e delle stesse madri, e – dall’altra parte – l’uso di numerare delle medagliette o di riporre delle immaginette sacre nelle fasce del bambino, allo scopo di riconoscerlo un giorno, qualora fosse riuscito a sopravvivere. Secondo le ricerche di Barbera (foto) le mamme lasciavano infatti ai loro piccoli, avvolti in una copertina o in lenzuolino, metà di una medaglietta, di un anello, di un’immaginetta sacra e conservavano l’altra metà degli stessi oggetti – assieme a pezzi di cordone ombelicale – per alimentare la speranza di un futuro riconoscimento se le loro strade si fossero un giorno ricongiunte. E aggiungevano un biglietto o una lettera indicando la data di nascita, il nome che avrebbero desiderato per i piccoli e altri elementi che ritenevano utili. I segni di quegli affetti dolorosamente spezzati, per ogni bambino erano custoditi in minuscoli sacchetti di stoffa sui quali veniva applicata una targhetta, con la data e il numero del registro generale e il nome attribuito. Questi bambini di nessuno assumevano in generale dei nomi di fantasia – interessantissimo lo studio sulla attribuzione convenzionale dei cognomi, sui quali gravava il retaggio di un’ancestrale cultura cristiana e che variavano da città a città. Sfogliando i registi di parrocchie, orfanotrofi, ospedali emerge un dato costante: la causa principale che spingeva una madre ad abbandonare il suo bambino era quasi sempre il senso di vergogna per essere state abbandonate dalle famiglie e dai mariti, mista ad un’atroce povertà.

Grazie all’autrice, un’importante strada è stata battuta in materia di diritti dell’infanzia abbandonata. Molto rimane da fare. Ricordiamo che l’istituzione della ruota è oggi stata ripristinata e che per quanto queste analisi possano sembrare distanti da noi, mai come oggi abbiamo l’obbligo di vigilare e preservare la figura del bambino e delle madri. Si tratterà di divulgare, far conoscere a quante più persone possibili questa triste pagina della nostra storia, a sottolineare come ancora oggi un’infanzia negata e violata rappresenti la fine di ogni velleitario sogno futuro e come la tutela dell’infanzia si ponga come il cardine imprescindibile cui ognuno di noi dovrebbe imperniare la propria esistenza.

Lucia Barbera, L’assistenza all’infanzia abbandonata nella Sicilia d’età borbonica, Aracne, Roma 2012, pagg. 440, euro 20.

Un commento su “Lucia Barbera, L’assistenza all’infanzia abbandonata nella Sicilia d’età borbonica, Aracne, Roma 2012, pagg. 440.

  1. paolo migliaro ha detto:

    Molto interessante. Chissà quanta sofferenza emergerà dunque da questa indagine… Vorrei deporre due righe sul fatto sociale e psicologico. Mio nonno fu adottato in una famiglia dove il padre era maestro di scuola, ma che poi alfine lo utilizzava come ragazzo di fatica. Stufo di quella sorte fuggì in Inghilterra dove stette diversi anni facendo il muratore, poi accettò di andare in Libia per due anni al seguito degli inglesi, fino a che rientrò in Italia per partecipare alla prima guerra mondiale. Terminata questa tragedia si trovò disperso e senza radici, e seguì un commilitone amico che lo ospitò per un breve periodo. Lì vicino a quel luogo gettò le sue radici e si sposò con mia nonna. Ebbe sette figli di cui solo tre sopravvissero. Ma la sua esistenza fu assai più travagliata di quella di molte altre di quell’epoca. Non solo per la povertà, che resta la conseguenza della storia personale, e dei soprusi che sopravvenivano allo straniero inviso (poichè così apparivano gli sconosciuti), ma per l’aspetto della diversa personalità, con quel surplus di dignità e di esperienza del mondo. Purtoppo quelle, sopratutto a quei tempi in un paese di campagna, non essendo qualità insieme alla floridità, aiutavano la diffidenza e la gelosia. Cosicchè fu costretto dopo il furto dei suoi risparmi guadagnati all’estero a dover fuggire dove aveva trovato casa. Che fece per altre tre volte non essendo mai riuscito a possederne una. Riuscì col tempo a farsi amici e conoscenti. Veniva poi chiamato con lo pseudonimo ‘Tripoli’ perchè amava spesso intrattenerli con i racconti coloriti e vissuti di quando era in Libia.

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