Virginia Woolf, Una stanza tutta per sé, Feltrinelli, Milano 2011, pp.156.


woolf 2di Emanuela Catalano

Vorrei consigliare e proporre la (ri)lettura di un vecchio libro di Virginia Woolf (1882-1941), esponente di spicco dell’epoca vittoriana e autrice di taluni dei più importanti romanzi che hanno segnato in maniera indelebile il modo di pensare la storia della letteratura del secolo passato, e che si intitola Una stanza tutta per sé.

Si tratta di un libro che, attraverso la voce e la parola della scrittrice, infonde un grande coraggio a chiunque voglia fare qualcosa di diverso, a chi vuole seguire strade che non sono ancora state battute, al di fuori del selciato tradizionalmente percorso. Bisogna solo superare l’ostacolo rappresentato dal primo capitolo, che può sembrar un po’ ruvido apparentemente e ostico, specie per chi non è avvezzo alla profondità di pensiero e alla poliedricità, alle infinite sfumature di una figura come quella di Virginia, a chi non ha ancora confidenza con i suoi scritti, con la sua particolarissima modalità di scrittura. Il sesto capitolo invece è un piacere, una sorta di apoteosi dell’estasi della lettura. E poi è un libro piccolo, piccolo, che si legge velocemente.

Il libello in questione è stato composto nel 1929, un anno dopo che la Woolf aver tenuto due conferenze all’Università di Cambridge, dal titolo «Le donne e il romanzo». Il libro, che si snoda come racconto-saggio, parla anche dei giorni antecedenti a quelle due conferenze, oltre che al loro tema, ovvero la secolare e ancestrale esclusione delle donne dalla vita culturale del mondo a causa della prevalenza dell’altro sesso (ricordiamo che alla Woolf fu impedito l’accesso a Cambridge, consentito invece al fratello Thoby). Ma è tutto scritto sull’onda di una grande passione letteraria che non lascia spazio alla irritazione, al risentimento, tanto che può essere suggerito finanche ai lettori maschi.

In Una stanza tutta per sé, Virginia Woolf affronta il tema della donna e del romanzo, ma invece di raccogliere i propri pensieri in una forma rigida e iperstrutturata, ci consente di seguire il flusso di tali pensieri, senza cancellature, con tutte le considerazioni del caso. Con ironia, ragione e perfetto senso critico, la Woolf analizza la questione della rivendicazione femminista dei diritti, la posizione subalterna che per secoli ha relegato le donne alla qualifica di madri, figlie, sorelle, istaurando una sorta di dialogo ideale con alcuni grandi della letteratura, come Montaigne, Eliot, Donne e Lukàcs. Se ne ricava lo sdegno per il ruolo privilegiato degli uomini, specie nel campo della letteratura. E la triste condizione nella quale versa la donna del suo tempo, specie se colta e interessata alla lettura. La bellezza di questo libro sta proprio nella possibilità di assistere alla formazione di un pensiero, di un’idea, attraverso le capacità analitiche (oltre che stilistiche) di una grandissima autrice, che inevitabilmente porta a riflettere sul ruolo della donna nella nostra società.

 “Datele altri cento anni (…) datele una stanza tutta per lei e cinquecento sterline l’anno, lasciatele dire quello che pensa, ignorate la metà di quello che dice oggi e uno di questi giorni scriverà un libro migliore (…)

Sarà un poeta. (…) tra cento anni”.

Così scrive Virginia della donna dei suoi tempi, costretta alla lontananza dalla scrittura da idee, pregiudizi maschili e incombenze attribuitele dalla società; ripercorrendo le tappe con cui le donne si sono avvicinate alla scrittura, la Woolf parla di come la rabbia per i pregiudizi subìti abbia offuscato la prosa di capaci scrittrici, perché per scrivere è necessaria la serenità che solo l’indipendenza economica (e mentale!) reca con sé.

“Quando le donne avranno una stanza tutta per sé, non quella stanza in cui sono state rinchiuse per secoli a sognare il mondo al di fuori, ma il luogo, fisico e metaforico, in cui potersi allontanare dalle interruzioni della vita domestica, da coloro che consigliano, ordinano, giudicano, allora potranno essere se stesse (…)”.

Una stanza tutta per sé e cinquecento sterline all’anno: questa è la risposta di Virginia. Libertà intellettuale e indipendenza economica come facce della medesima medaglia: come non identificarsi con queste parole, con questo sentire anche oggi, come non cogliere una strana e inquietante analogia con i nostri tempi poveri e buii?

Anche se la Woolf parla di donne e letteratura, non credo sia esagerato cogliere in questo saggio un inno all’importanza delle libertà dai pregiudizi e dai giudizi della società quale chiave della realizzazione della propria forza creativa, che sia tramite lo scrivere, il dipingere o il semplice lavoro. Che dire della donna oggi? Non abbiamo forse (la maggior parte di noi) mezzi finanziari per disporre liberamente del proprio tempo, non ci sono aperte tutte le scuole e le università (per lo meno prima che la famigerata Riforma ci prospettasse un minaccioso salto indietro, sigh!)?

È questa la libertà di cui tanto si parla, tanto anelata, agognata?

Sinceramente non credo che i pregiudizi di cui parlava la Woolf siano stati del tutto sconfitti o debellati; la donna non è certamente più soggiogata all’uomo nella nostra società in quella determinata accezione, e mi rendo conto che enormi passi in avanti sono stati compiuti nei rapporti tra uomini e donne. Anche se immani disparità e ingiustizie tuttavia permangono (penso al muro di silenzio che si erige dinanzi al triste fenomeno dilagante della violenza all’interno delle mura domestiche, della coltre di indifferenza che ammanta le nostre metropoli al cospetto degli omicidi, agli stupri, a fenomeni come la prostituzione, l’uso smisurato e distorto dell’immagine e del corpo della donna come oggetto di piacere e merce di scambio e via dicendo). Ma la società nella quale viviamo permane una realtà molto complessa che presenta più o meno apertamente dei modelli comportamentali ai quali la maggior parte tende ad allinearsi, omologarsi; mi spiego meglio: in un mondo in cui le donne lavorano quanto gli uomini, come si spiega che il lavoro casalingo sia fatto ancora per la maggior parte dalle donne? Per quale arcana ragione le donne scelgono di faticare di più? È innegabile che le donne debbano infatti impegnarsi di più per conseguire gli stessi obiettivi degli uomini di fronte ad una mentalità prevalentemente maschilista che si fatica a scardinare del tutto, anche se non si può certo parlare di costrizione (nella maggior parte dei casi) né di mancanza di indipendenza economica per quelle donne che lavorano! Qual è dunque la chiave della convivenza che permette ancora una così asimmetrica divisione dei compiti?

In un suo interessante lavoro, l’economista Akerlof spiega questa apparente stranezza, introducendo il valore del concetto di identità: poiché l’identità femminile nella società prevede che sia lei a condurre i lavori domestici, la donna stessa sceglie di conformarsi (anche inconsciamente) a questo aspetto della sua identità sociale poiché il non farlo le causerebbe sofferenza (abilmente tradotta in termini economici come una ‘disutilità’). La forza di questa tesi, che l’autore estende a casi anche più estremi, sta nella sua semplicità: l’identità sociale, l’insieme delle norme con cui definiamo i rapporti tra uomini e donne, gioca un ruolo fondamentale nelle nostre scelte, anche nella più totale libertà di scelta.

Si è a lungo parlato della necessità di imporre un nuovo ordine, un ordine di identità che permetta di costruire nuove categorie (perché forse davvero la nostra mente ha bisogno di categorie) che ci permettano di essere al tempo stesso lavoratrici e madri, capaci di delegare i lavori domestici senza sentirne la ‘disutilità’. Come già ho detto, l’affermazione di una nuova identità femminile non è né in contrasto né in contraddizione con l’identità maschile; anzi non ci può essere nuovo ordine a mio avviso senza che donne e uomini accolgano nuove forme di identità e a prescindere di una riconsiderazione di tali rapporti e del ruolo di entrambi i sessi nella nostra società.

Virginia Woolf, Una stanza tutta per sé, Feltrinelli, Milano 2011, pp. 156, € 7,50.

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