Irvin D. Yalom, Il problema Spinoza, Neri Pozza, Vicenza 2012, pagg. 441.

IMG_7625di Giulia Domna

Durante la consueta lettura della quarta di copertina di uno dei tanti romanzi esposti sui banconi della libreria, vengo attirata da questi gradevoli “ingredienti”: un grande filosofo e due periodi storici distanti tra loro ma ugualmente interessanti: il Seicento e il primo Novecento nazista.  Il romanzo in questione è Il problema Spinoza di Irvin D. Yalom (Neri Pozza editore, Vicenza 2012) il terzo che l’autore dedica ad un filosofo, dopo Le lacrime di Nietzsche e La cura Schopenhauer.

Protagoniste del romanzo due vite apparentemente lontane e parallele quanto i binari di un treno, che corrono lungo due distinti assi temporali: un filosofo del Seicento e uno dei primi promotori dell’ideologia nazista nei primi del Novecento. Ci tengo precisare che il romanzo si adatta perfettamente anche ai “non addetti ai lavori”, anzi: se i vostri ricordi storico-filosofici si fermano a quel che resta dai banchi di scuola, avrete il piacere di scoprire e rivalutare due personaggi incontrandoli sotto una veste inconsueta, tra la Storia vera e un romanzesco verosimile. La regia del romanzo è ben studiata,  raccontando le due vite alternandole nei capitoli, così da creare una certa suspense tra un episodio e l’altro.

Nel 1910 a Reval (Estonia) incontriamo un giovane Alfred Rosenberg, studente brillante, ma solitario, incompreso da coetanei e familiari. Ancora ragazzo, la conoscenza delle teorie sulla razza ariana contenute nel saggio di Chamberlain “I fondamenti del diciannovesimo secolo”, lo porta “dare di matto” pubblicamente con discorsi che esaltano la purezza della razza ariana, minacciata dall’inferiorità e dal parassitismo di quella ebraica, provocando la violenta reazione del preside della scuola. E proprio a questo punto che i due binari apparentemente paralleli si incontrano: per punire l’ostinata convinzione di Alfred, il preside Epstein lo condanna ad imparare a memoria alcuni brani opera dello scrittore che il ragazzo ammirava sopra ogni altro, cioè Goethe. I brani contengono l’entusiastica ammirazione nei confronti dell’ Etica, il capolavoro di Spinoza.  Questo episodio gli cambierà la vita: il ragazzo non riuscirà a darsi pace, chiedendosi come sia stato possibile che il più grande pensatore tedesco abbia potuto “prostrarsi” ai piedi di un filosofo ebreo. Da quel momento risolvere il “problema Spinoza” diviene per lui una questione vitale, una vera e propria ossessione. Alfred Rosenberg pian piano getterà le basi ideologiche del partito nazista divenendo uno dei primo collaboratori di Hitler, e proprio il rapporto con Hitler resterà l’altro grande problema irrisolto della sua esistenza. L’intera vicenda parte dall’incursione del  1941 nel Museo Spinoziano di Rijnsburg da parte delle ERR (corpo guidato da Rosenberg per fare razzia di libri e opere d’arte appartenenti agli Ebrei in nome del Reich), a cui sottrae la preziosa biblioteca appartenuta al filosofo.

Ma Rosenberg non è l’unico a doversi confrontare col “problema Spinoza”. Veniamo trasportati improvvisamente nel 1656, ad Amsterdam, nella bottega di Baruch-Bento-Benedictus Spinoza. Le tre varianti del suo nome denunciano la sua triplice e intricata vicenda: quella di ebreo, quella di marrano trapiantato ad Amsterdam per sfuggire alle persecuzioni dell’Inquisizione spagnola, e quella di filosofo razionale alla ricerca della verità senza compromessi. La sorella Rebecca e il fratello Gabriel  non condividono la sua condotta poco ortodossa di rifiuto delle tradizioni e distacco dalla comunità ebraica.  A Baruch non resta che scrivere i propri pensieri su un quadernetto e frequentare l’Accademia di studi classici condotta da Franciscus van den Enden, dove imparerà il greco e il latino, dove Platone, Aristotele ed Epicuro possono confrontarsi sulle bocche degli attenti discepoli e addirittura una donna, la tredicenne Clara Maria figlia di Franciscus, può impartire  e ricevere istruzione insieme agli uomini. Un ebreo quindi decisamente sui generis, che osa rifiutare l’antica tradizione del suo popolo scritta sulla pietra dalle leggi di Mosè, un ebreo che considera Dio un tutt’uno con la natura e tutta la religio nient’altro che superstizione, proprio come quel poeta Lucrezio[1] che è ansioso di conoscere all’Accademia. Un ebreo che pagherà le sue scelte con la massima pena ebraica, il cherem, la scomunica e l’eterna esclusione dalla comunità.

Detto questo, vediamo quali sono i punti di forza di questo romanzo sicuramente gradevole e ben strutturato. Innanzitutto un incontro col pensiero spinoziano, di cui percepiamo la nascita e  l’evolversi di pari passo con le vicende della sua vita, e di cui l’autore ci fornisce frequente esegesi anche col supporto di ampie citazioni (tratte soprattutto dall’Ethica e dal Tractatus theologico-politicus), così che anche il lettore inesperto possa cimentarsi con il Deus sive natura, l’Amor dei intellectualis, l’eternità della sostanza, il determinismo spinoziano.

La Storia ha un ruolo fondamentale -ma non pedante- nel racconto degli avvenimenti: l’ascesa del partito nazionalsocialista, le prime vicende di Hitler, le battaglie e le sconfitte, uno sguardo lucido dello stesso Rosenberg sulle bugie (“tuttora penso che i comunisti non abbiano nulla a che fare con quell’incendio, ma non importa…”). Sul versante ebraico la ricostruzione storica mostra un intento addirittura didascalico, con la descrizione minuziosa di usi e costumi della comunità: la spiegazione del cherem, di alcuni passi della Torah, la complessa  procedura per indossare i tefillin, le regole alimentari e di comportamento, certamente dettagli interessanti che soddisfano  la curiosità del lettore e senza i quali non capiremmo la condotta di Spinoza e dei personaggi che lo circondano. La sensazione immediata è quella di conoscere da vicino un personaggio che forse non abbiamo colto in pieno sui banchi di scuola.

IrvinYalomL’altro grande aspetto da sottolineare è quello dell’indagine psicologica: Yalom (foto), infatti, è uno psichiatra che insegna alla Stanford University e la chiave di lettura che dà accesso ai due personaggi è sicuramente quella psichiatrica. Yalom ha creato due personaggi “inventati”, due suoi “alter ego” che, interagendo coi protagonisti, ne svelano le pieghe più oscure e profonde dell’animo. Rosenberg -freddo, cinico, impenetrabile “sfinge” come lui stesso ama definirsi- riesce ad aprirsi solo con l’amico-psichiatra Friedrich Pfister, che tenta con ogni mezzo di dissuaderlo dalla sua follia razzista, curandolo proprio con il razionalismo spinoziano. Alfred confessa ogni sua debolezza: anche gli apparenti successi come la direzione del giornale di partito (il Volkischer Beobachter) e la pubblicazione dell’opera a cui dedica dieci anni della sua esistenza, Il mito del XX secolo, non sono presi nella dovuta considerazione dagli altri capi nazisti; non riuscirà mai ad essere veramente parte della ristretta cerchia di Hitler, e non ne capirà mai il motivo. L’enorme frustrazione di Alfred (rimasto insicuro, isolato e malvoluto come quando era ragazzo) e il suo bisogno dell’amore e dell’attenzione del Führer costituiranno un enorme ostacolo alla guarigione. Ci sembra quasi di scorgere una amara constatazione dell’inefficacia della cura psicanalitica.

Anche Baruch Spinoza, nonostante l’assoluta lucidità del suo pensiero, presenta dei lati oscuri messi in evidenza dalle  discussioni con l’amico Franco, di cui prima è guida, ma da cui finisce per essere guidato verso le contraddizioni di sé che continuano a sfuggirgli: la sua incapacità di sottostare alle regole di una comunità e il suo desiderio di vincere la solitudine, la sua misoginia e il suo sentimento verso Clara Maria, la sua immediata accettazione del cherem come libertà dai vincoli della superstizione e la sua innegabile nostalgia verso la comunità a cui è appartenuto fin dalla nascita.

Due uomini molto diversi, ma entrambi soli e incompresi, pienamente convinti delle loro idee e pronti a viverle e a difenderle strenuamente per tutta la vita: con la grande differenza che possiamo essere grati dell’apporto spinoziano al pensiero filosofico, mentre non ci resta che condannare la follia razzista di Alfred Rosenberg, nonostante una sorta di compassione verso quest’uomo che fu addirittura onorato di essere annoverato tra i capi nazisti al processo di Norimberga, ma che di fatto non aveva mai avuto il peso politico a cui disperatamente anelava.

Irvin D. Yalom, Il problema Spinoza, Neri Pozza, Vicenza 2012, pagg. 441.


[1] Lucrezio usava il termine religio proprio nel senso di superstizione: “Humana ante oculos  foede  cum vita iaceret in terris oppressa gravi sub religione” (Quando l’umanità giaceva turpemente prostrata davanti agli occhi di tutti, schiacciata sotto il peso gravoso della superstizione religiosa) (Lucrezio, I vv.62-63)

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