Peter Sloterdijk, Stress e libertà, Raffaello Cortina, Milano 2013, 92 pagg.


Stress S.di Giulia Domna

Stress e libertà (Raffaello Cortina 2013, 92 pagg.): chi di noi non si sente parte in causa quando si parla dell’oppressione che lo stress esercita sulle nostre vite e del legittimo desiderio di liberarsene? Ma, prima ancora di leggere il saggio, siamo certi che la soluzione non è così scontata e a portata di mano se a proporla è Peter Sloterdijk, noto professore di Filosofia e Teoria dei media presso la Hochschule für Gestaltung di Karlsruhe, di cui abbiamo già parlato a proposito della rivoluzionaria proposta di abolire le tasse in La mano che prende, la mano che dà (Raffaello Cortina 2012).

Vorrei prendere brevemente in esame i passaggi più significativi di questo saggio.

Se adesso iniziassi parlandovi dell’apparizione dello “yeti” o dell’avvistamento in volo del cavallo alato Pegaso pensereste -quanto meno- che ho bevuto troppo; se invece iniziassi il mio discorso dal concetto di “società” non battereste ciglio, dandolo banalmente per scontato. Eppure l’interessantissima valutazione iniziale di Sloterdijk ci dice quanto sia ancor più sconvolgente l’esistenza di quell’ “animale fiabesco”, di quell’enorme “macrocorpo politico” che chiamiamo tranquillamente “società”. Un immenso stupore (il thaumazein filosofico) dovrebbe impadronirsi di noi al solo pensiero che “miliardi di individui chiusi nei loro involucri nazional-culturali”, nell’era della globalizzazione e della società di massa ma anche dell’individualismo più esasperato, possano, con molta semplicità, essere inclusi nell’organismo unico chiamato “società”. Pensateci bene: è un fenomeno a dir poco inspiegabile.

E qui, secondo il nostro filosofo, entra in gioco lo stress: le società esistono in quanto “campi di forza stress-integrati”, cioè sistemi capaci di coesione forzata perché tenuti in scacco dallo stress. Anzi, la Storia ci insegna che “sotto stress”, nei momenti cruciali, gli uomini danno addirittura il meglio di sé: Sloterdijk parte da un lontano, quasi leggendario passato, raccontando la minaccia alla proverbiale virtù della matrona romana Lucrezia e la conseguente rivolta della nobiltà contro Tarquinio il Superbo, che sancisce l’abbattimento della monarchia etrusca e la gloriosa nascita della repubblica di Roma. Andando ancora più indietro, potremmo ricordare la storia di costante rivalità e divisione delle poleis greche, le città-stato gelosamente chiuse nella loro autonomia ma pronte ad unirsi contro la minaccia comune dello straniero persiano, pur di non perdere la preziosissima eleutheria, cioè la libertà.

Potremmo continuare con numerosi esempi di rivoluzioni scaturite da una situazione di stress, in seguito alla “rottura” di una corda troppo tesa: da quelli oltremodo noti della Francia e del Nord America nel XVIII secolo, fino ad arrivare alla primavera araba. La libertà (unita oggi al riconoscimento dei diritti umani), secondo l’opinione universalmente condivisa, è un valore fondamentale, irrinunciabile,  per cui valeva certamente la pena scomodarsi a far rivolte: ma Sloterdijk ci tiene a precisare che la libertà entra in gioco solo quando il bilancio di stress è negativo, cioè quando “l’esistenza in una posizione sottomessa che cerca di evitare lo stress risulta infine più costosa dello stress della rivolta”.

Viceversa, una bella tirannia moderata e paternalistica risulta più accettabile e quindi duratura: l’assenza di libertà è compensata da una serie di attenuanti gradevoli, che la rendono sopportabile. A questo proposito un altro grande pensatore contemporaneo, Slavoj Žižek (che a dire il vero non gode di ottimi rapporti con il nostro Sloterdijk), nel 2011 in un’intervista per una nota trasmissione italiana, sottolineava come gli anni del (mal)governo Berlusconi siano stati supinamente accettati di buon grado dagli italiani e ce ne spiega la ragione: non abbiamo mai sentito  mussoliniani discorsi al balcone all’insegna del rigore e dei sacrifici per la patria, anzi; l’immagine del premier è stata la propaganda del più lecito e permissivo edonismo, la forza dominante si è fondata sulla diffusione del nuovo imperativo categorico, il piacere per tutti, la soddisfazione del godimento, l’aspettativa di una vita facile e comoda, il successo, etc., il tutto condito da abbondanti rituali televisivi di intrattenimento-spegnimento degli organi di pensiero; e nel circo del “tutto è lecito” unico organo scomodo la magistratura, che, come un grillo parlante, si ostina ad affermare il contrario in nome della dura lex, sed lex. 

fryMa va anche detto che, pur non dovendo le moderne democrazie sottostare ad alcun regime dittatoriale, la costante irrequietezza legata alla quotidiana sopravvivenza, al dover portare a termine i nostri compiti, i nostri impegni, i nostri doveri, ci stressa ma ci tiene anche tutti uniti sotto lo stesso giogo. Siamo tutti “costretti” a collaborare per l’autoconservazione e per l’auto-mantenimento di un optimum, un equilibrio sociale. “Nessuno possiede alcun diritto se non quello di compiere il proprio dovere”, scrive Auguste Comte, fondatore del positivismo, intorno al 1850: a quanto pare Comte ci ha condannati ad una spietata realtà, al non poterci sottrarre al reale che ci assegna un ruolo da svolgere all’interno della società per il bene comune, per il progresso. E un altro grandissimo filosofo, il ginevrino Jean-Jacques Russeau, nel Contratto sociale aveva già affermato il suo celeberrimo “l’uomo nasce libero ma è ovunque in catene”: la sovranità si incarna nella volonté générale, che tende al bene della comunità e quindi ha il diritto di governare; pazienza se la volontà particolare spesso non coincida con quella generale, la libertà personale è un legittimo sacrificio sull’altare della civile convivenza. 

Peccato che sarà  proprio lo stesso Rousseau a predicare bene, ma razzolare male. Per spiegare il passaggio, l’anelito dallo stress alla libertà Sloterdijk si serve proprio di un episodio della vita del filosofo, che dal 12 settembre al 25 ottobre 1765  compie una sorta di “secessione” sulla sperduta  Île St-Pierre nel mezzo del lago di Bienne, raccontata più tardi nelle Fantasticherie di un passeggiatore solitario. Che cosa fa Rousseau sull’isola? Si isola (perdonate il gioco di parole): sale su una barchetta, prende il largo, si stende sul fondo, osserva le nuvole, si perde in fantasticherie e “si basta come Dio”. Anche questa è una rivoluzione scaturita da uno stato di stress: l’Uomo diventa improvvisamente soggetto della propria libertà semplicemente alienandosi dal tessuto sociale, dal reale: scoprendo il sublime otium, “scopre di essere l’uomo più inutile del mondo e trova ciò assolutamente giusto”. In un attimo si concretizza quel sacrosanto diritto che di lì a poco sarebbe stato messo nero su bianco dalla Dichiarazione d’Indipendenza americana: la libertà è il diritto alla ricerca della felicità, qualunque essa sia, anche lì su quella barca in mezzo al lago. Peccato che da questo punto di vista la libertà è condannata a rimanere solo un oblio momentaneo: possiamo pensare di prenderci una vacanza dallo stress, passeggiare in riva al mare d’inverno, per i monti, lungo sentieri boscosi…ma non possiamo sottrarci per sempre al reale, al vorticoso ritmo impostoci dalla City contemporanea. Questo genere di libertà è ufficialmente bandito perché –semplicemente–  senza stress a fare da “calce”, non c’è nemmeno società.

Immaginate per un attimo di vivere la meravigliosa storia di uno dei personaggi pirandelliani più letti e amati, Mattia Pascal. Mattia è vittima della “trappola”, delle sbarre invisibili ed impenetrabili che la società, la famiglia opprimente costruiscono intorno a ogni uomo. Ma è anche talmente fortunato da potersi avvalere di una vincita al gioco e di una insperata morte che lo rendono improvvisamente libero! Libero di rifarsi una vita, di essere una persona diversa, di ricostruirsi un’identità altrove, di viaggiare, di innamorarsi…ed è qui che si interrompe l’illusione di libertà: senza una carta d’identità, senza una ruolo nella società, Mattia non è nessuno, non ha un lavoro, non può guadagnare onestamente denaro, non può innamorarsi, non può viaggiare; ovunque il resto degli uomini vorrà sapere chi sia e quale ruolo ricopra nella vita. L’avventura di Mattia come Adriano Meis è una parentesi, è l’oblio momentaneo della vacanza; Pirandello fa tornare inevitabilmente il personaggio al suo paese, alla sua vita.

E a Rousseau, invece, cosa accade? Semplicemente scende dalla barca e torna alla realtà. È qui che il saggio prende, a mio avviso, una piega particolare. Che cosa spingerebbe l’uomo che ha fatto la sublime esperienza della libertà personale a tornare in gabbia? Secondo Sloterdijk  non la necessità di Mattia di tornare ad essere “qualcuno” (condizione peraltro impossibile nel pensiero pirandelliano, ma questa è un’altra storia), ma “quell’elevazione spontanea sull’ordinario che i Greci chiamavano thymos”.

sloterdijk 4Già nel precedente saggio –La mano che prende, la mano che dà–  il filosofo (foto) aveva fatto appello al thymos,  questa nobile componente dell’animo che porta l’uomo a essere generoso e solidale, a compiere la scelta giusta, a fare “il bene” non personale, ma della comunità; quella magnifica qualità che porta Ettore, l’eroe dell’antica aristocrazia guerriera, a lasciare le solide mura di Troia, la moglie, il figlio neonato, la famiglia, per affrontare la morte sicura che lo attende per mano di Achille, perché deve compiere il proprio dovere di difendere la comunità a cui appartiene e –non di meno– l’onore.

Adesso, trasferire una così nobile qualità dai poemi omerici al mondo contemporaneo è un’operazione non poco faticosa. Sloterdijk ci invita a pensare che quella di tornare al reale sia non una necessità, ma una nobile scelta volontaria, frutto del passaggio dalla libertà alla liberalità, un atteggiamento filantropico che porta con sé il coraggio di più ampie vedute: il reale ci circonda necessariamente, ma possiamo  affacciarci a nuove idee, nuove possibilità che gli uomini possono ancora sperimentare per alleviare le costrizioni derivanti dallo stress che ci caratterizza in quanto collettività. La tentazione di condannare  Sloterdijk come visionario è sempre dietro l’angolo, ma ancora una volta dovremmo sforzarci di comprendere questa fiducia negli uomini che  non sono -alla maniera di Hobbes- “solo esseri avidi, spinti dalla cupidigia,[…]che prendono il via libera per la soddisfazione dei bisogni e della propria brama di potere”. La verità è che per comprendere il nuovo Umanesimo del filosofo tedesco non possiamo prescindere dalla lettura del saggio Devi cambiare la tua vita (Raffaello Cortina 2010), un imperativo nuovo, una rivoluzione etica che parte da un semplice presupposto: sappiamo tutti che le cose, così come sono, certamente non vanno bene e ci stanno portando lungo un pericolosissimo baratro, da ciascun homo sapiens-demens si salverà solo partendo dalla propria vita, operando scelte nuove, cambiando definitivamente le proprie abitudini, trovando le antropotecniche necessarie alla scalata del Mont Improbable.

Ma su questo saggio torneremo un’altra volta, per il momento non ci resta che rassegnarci all’ insostenibile leggerezza dello stare in società.

Peter Sloterdijk, Stress e libertà, Raffaello Cortina, Milano 2013, 92 pagg., euro 9.

 

 

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