L’ INSOSTENIBILE LEGGEREZZA DEL DOLORE. Brevi note espiatrici.

di Silvia Migliaccio

Nietzsche – “Desconstruindo gigantes” by Emerson Pingarilho

Nietzsche – “Desconstruindo gigantes” by Emerson Pingarilho

 1  Sull’innocenza nietzschiana

Il “cuore pulsante” della filosofia nietzschiana è creare il modo di vedere le cose: la vita è un gioco divino, non ha colpa è innocenza[1]

L’innocenza è leggerezza, danza, Nietzsche esalta la leggerezza, la danza, anche negli aspetti più tragici della vita, la leggerezza che vive la sofferenza, non le imputa una colpa, essa fa parte della vita: questo è l’amor fati nietzschiano, il dire sì all’esistenza così com’è, nei suoi molteplici e variegati aspetti. Ogni sì alla gioia contiene un sì alla vita, anche alla sofferenza: gioia e dolore sono annodati[2].

Per il cristianesimo “l’esistenza è colpevole perché soffre; ma soffrendo espia e riscatta[3]. Il problema non è se l’esistenza in quanto colpevole, sia o meno responsabile, ma se l’esistenza è colpevole…o innocente [][4].

La leggerezza danzante è quella di un pensiero che, proprio perché leggero, non si situa entro categorie già date, ma che sa cambiare prospettiva. Chi esiste è chi è: l’essere che quindi non è solo gioco ma anche danza, l’essere prospettico, relazionale, molteplice. L’essere è nel mondo, costituito da cose che danzano e si allacciano in esso e si sostengono tra loro. Le cose preferiscono danzare ai piedi del caso: questa è la più antica nobiltà del mondo, egli è innocente come un fanciullino[5].

Il caso è gioco divino, molteplicità, frammentarietà: “Nietzsche identifica il caso con il molteplice, con i frammenti, con le membra, con il caos dei dadi agitati e lanciati. Ma il caso non è il caos che annulla la realtà, bensì ciò che la afferma nella sua molteplicità, riunendo i frammenti, combinandoli, dicendo sì alla necessità, ad una necessità irrazionale, ad un “caos del cosmo”.[6]

Ogni cosa è una prospettiva sul mondo: il centro, quindi, e ovunque, esistono infiniti centri. Le cose “sono” una trama di relazioni in atto e giochi di forze da cui va tratta una eventuale ontologia: sono dei centri di intensità.

Dove c’è intensità c’è una forza, una potenza, una volontà: “una volontà di potenza ha imposto la sua signoria su qualcosa di meno potente e gli ha impresso, sulla base del proprio arbitrio, il senso di una funzione; e l’intera storia di una “cosa” , di un organo, di un uso può esser in tal modo un’ininterrotta catena di segni che accenna a sempre nuove interpretazioni e riassestamenti […]”Evoluzione” di una “cosa”, di un uso, di un organo, quindi, è tutt’altro che il suo progressus verso una meta, e ancor meno un progresso logico […] bensì il susseguirsi di processi di assoggettamento svolgentisi in tale cosa, più o meno spinti in profondità, più o meno indipendenti l’uno dall’altro, con l’aggiunta delle resistenze che continuamente si muovono contro, delle tentate metamofosi di forma a scopo di difesa e di reazione, nonchè di esiti di fortunate controazioni. La forma è fluida, ma il senso lo è ancor di più […][7].

Che cosa significa innocenza? “non c’è un tutto”:”bisogna mandare il tutto in frantumi; disimparare a rispettare il tutto”. L’innocenza è la verità del molteplice, della forza e della volontà. Ogni cosa è in rapporto con una forza in grado di interpretarla; ogni forza è in rapporto con ciò che è in suo potere, e da cui è inseparabile. Questo rapporto in cui si afferma e da cui si viene affermati, risulta essere radicalmente innocente […][8].

Eraclito fece diventare il divenire affermazione [9], egli colse l’innocenza del divenire: nascere e morire non è una colpa, ma un gioco.

“Il giocatore-artista-fanciullo, Zeus-fanciullo: Dioniso, che nel mito appare circondato dai suoi giocattoli divini […]”[10], egli non è romantico è pluralità ed un gioco di forze da cui derivano le forme apollinee e la loro intensità e potenza. Apollineo e dionisiaco sono due pulsioni a fondamento dell’arte.

L’uomo è caos e opera d’arte modellata: egli è abisso, baratro senza fondo e forma i quali coesistono implicandosi a vicenda. Tale rapporto riluce in tutta la sua intensità in questa affermazione nietzschiana: “Diventare padroni di quel caos che si è; costringere il proprio caos a diventare forma”[11]. La forma non è estranea al caos, appare come una sua trasformazione, una sua metamorfosi, una sua creazione

Creando mondi di sogno l’uomo è artista. Apollo è la forma bella, la sua illusorietà, il principium individuationis in cui si oggettiva Dioniso: la perdita di sé nell’ebbrezza, di ogni forma e individualità. Nelle figure apollinee c’è l’oggettivazione del dionisiaco che può essere fecondamente avvicinato a quello di caos. Quindi, tra questi due istinti artistici c’è un equilibrio, una complementarietà, la stessa che c’è tra caos e forma: forma che emerge dal caos che diviene forma.

Il dolore nel suo essere sovrabbondanza dell’essere, sovrabbondanza di vita,[12]è affermato nell’elemento della sua esteriorità: la bella apparenza, il sogno, l’immagine plastica[13]: l’apollineo come oggettivazione del dionisiaco: caos, grande naufragio dell’essere originario che assorbe l’individuo[14], in cui egli si dissolve, perde se stesso, la propria individualità, l’ebbrezza.[15]

L’innocenza è la stella danzante generata dal caos che si ha dentro di sé: innocente in quanto leggera, danzante e gioiosa perché luminosa bellezza nascente dal dolore, anche da quello più aspro in cui Dioniso si manifesta[16]affermandone l’ innocenza, la leggerezza: “Compito di Dioniso è renderci leggeri, insegnarci a danzare, infonderci l’istinto del gioco”.[17]ha “l’ebbrezza quelle dei gesti, della passione, del canto della danza”[18].

L’uomo che crea, plasma, è l’innocenza dionisiaca, l’innocenza del divenire, l’innocenza del dolore che, venendo affermato, si trasforma in piacere, gioia. L’innocenza del divenire è affermazione del molteplice, il quale, nel suo rapporto essenziale con la gioia, costituisce l’essenza del tragico: come gioia della molteplicità e della pluralità[19].

Dioniso è gioco di forze come lo è la forma la cui unità è anch’essa effetto di un gioco di forze. La forma è l’essere in atto, l’essere del divenire e della molteplicità. La molteplicità è costituita da cose e di esse è costituito il caos: divenire, ciclo ed eterno ritorno[20]. Ritornare è l’essenza di ciò che diviene [] Intendere l’espressione “eterno ritorno” come ritorno del medesimo” è un errore, perché il ritornare non appartiene all’essere ma, al contrario, lo costituisce in quanto affermazione del divenire e di ciò che passa, così come non appartiene all’uno ma lo costituisce in quanto affermazione del diverso o del molteplice.[21]

L’eterno ritorno è quindi il ritornare del differente, il ripetersi della differenza. Esso è la leggerezza che si esplica nella risonanza che lega le cose tra loro, la quale è un gioco di forze che richiama un gioco di immagini: caos-fuoco-costellazione, i giocattoli di Dioniso fanciullo; l’affermazione molteplice e le membra o frammenti di Dioniso lacerato.[22]

 Gli effetti, le cose molteplici fanno sentire che sono l’espressione di un’unità. La molteplicità non è apparenza ma è essenziale all’apparenza ed in essa colgo l’unità. Non c’è altro essere che quello della molteplicità, delle differenze, del divenire, la leggerezza del pensiero è essere molteplici nel sensibile., l’innocenza di giocare a frammentare il tutto[23]. Scrive Nietzsche: “[…] Non ci sono momenti isolati: la più piccola cosa regge il Tutto […] Forse il Tutto è composto da semplici parti insoddisfatte […] infatti pretendere che una cosa sia diversa da quella che è significa pretendere che tutto sia diverso – implica criticare il Tutto e riprovarlo. Ma la vita stessa è un simile desiderio!”[24]

In Nietzsche il singolare ha in sé la legge universale, è l’oggetto che crea la propria legge, ogni opera è nuova, in essa si dischiude un modo nuovo di vedere, di sentire, che parte dalla singolarità: una creazione nell’immanenza.

dioniso_2

2. Il pathos della forma viva: la volontà di potenza come affetto, vita, creazione: l’arte.

Il nesso tra l’artista e la sua opera è il corpo, luogo delle sensazioni, esso è definito in base al rapporto tra forze dominanti e forze dominate[25], tra forze attive e reattive.

Una forza affetta, genera un affetto. La capacità di essere affetti dalla gioia e dal dolore è una potenza una forza. Il sentire è una forma di potenza, di libertà, di vita.

Il sentire è “una forza piena” che “vuole creare, soffrire, perire”[26] : Il sentire è la potenza di una volontà, ossia la “[…] quantità di resistenze, dolori, di torture che [l‘uomo] sa sopportare e trasformare in un vantaggio[27]. Ciò è intimamente legato all’innocenza della vita, la quale, essendo costituita da gioia e dolore, i suoi grandi affetti, li rende anch’essi innocenti: senza colpa. Scrive Nietzsche: “io non rinfaccio all’esistenza il suo essere cattiva e dolorosa, ma spero anzi che un giorno diventi più cattiva e dolorosa di quanto sia mai stata finora…”[28]

Gioia e dolore sono in Nietzsche i grandi affetti del corpo: la grande ragione. Da essi si sprigiona il sentimento di potenza che assale bruscamente e violentemente l’uomo[29]

In Nietzsche “il potere di essere affetto non significa passività, ma affettività, sensibilità, sensazione”[30]  L’affetto è la volontà di potenza che quindi “[] non è un essere, non un divenire ma un pathos” [31]. Si tratta dunque di una volontà dalla potenza amorevole, un’affettività servizievole  di cui noi possiamo “farne tesoro”: “gli affetti ci amano come buoni servitori e si dirigono spontaneamente là dove vuole il nostro bene.”[32]

Gli affetti nella loro molteplicità, pluralità, sono la ricchezza della personalità che genera i grandi sacrifici e il grande amore, egocentrismo forte e divino.  Nella loro moltitudine essi costituiscono un solo sentire [33]. Essi sono una sovrabbondanza d’essare, di vita, mentre i moralisti li vogliono spegnere, estirpare “purificarne l’anima, “esaurire la potenza delle grandi fonti di energia [gli affetti, le grandi aspirazioni, le passioni della potenza, dell‘amore, della vendetta, del possesso], di quel selvaggio torrente dell’anima che spesso prorompe in modo così pericoloso e soverchiante, invece di ridurre tale potenza al proprio servizio e di economizzarla[34].

La potenza è la complementarietà, la contemporaneità di gioia e dolore: e in ciò consiste la sua affettività. Scrive Nietzsche:”Il concetto di potenza  – sia la potenza di un Dio, sia quella di un uomo – implica sempre la facoltà di giovare e al contempo quella di nuocere”[35] .

Un grande amore [umano],  ad esempio, nella sua affettività sovrabbondante, implica un grande dolore: un grande amore, perché sia tale, passa attraverso un grande dolore. Ma, è bene sottolineare ancora una volta l’innocenza dell’affettività, di gioia e dolore che la costituiscono: che costituiscono la vita.  Se si fa del male per amore, lo si fa innocentemente, senza colpa, per troppo amore.

La vita è innocente perché costituita da gioia e dolore: essa è affetto, volontà di potenza[36]. Come scrive Nietzsche: “la vita è volontà di potenza […] se fossimo abbastanza bizzarri da condannare insieme con quelle azioni anche la loro fonte, cioè il “cuore”, il sentimento, ciò significherebbe condannare la nostra esistenza e, con lei, la sua premessa suprema – un sentimento, un cuore, una passione che noi veneriamo e teniamo in sommo onore”[37].

Quindi la vita è passione, e la passione della vita è l’arte: è il sì alla vita come corpo, come terra.

C’è un nesso fortissimo fra l’artista è la sua creazione: il corpo sensibile e sensuale del creatore, alla sua vita istintuale e pulsionale, poiché la vita stessa per Nietzsche è creazione: quindi l’arte è nella vita, è la vita. In Nietzsche c’è una fisiologia dell’arte. Scrive il filosofo: “(…) non deve assolutamente escludersi la possibilità che quella particolare dolcezza e pienezza, la quale è propria dello stato estetico, potesse avere la sua origine proprio nell’ingrediente della sensualità (…) e che quindi la sensualità non è tolta al subentrare dello stato estetico, come credeva Schopenhauer, ma soltanto si trasfigura e non entra più nella coscienza come stimolo sessuale (…) fisiologia dell’estetica.[38].

 L’estetica: la percezione, il sentire, l’affetto, la sensazione: l’essere affetti dalla bellezza, in cui la volontà di potenza come volontà di vita, di creazione, di affetto è anche volontà di bellezza, di perseverare nelle stesse forme, [39] create dall’ebbrezza. Queste forme sono vive, prendono vita perché sensibili, corporee, viventi. L’arte non condanna la vita, ma ne accetta le apparenze, le menzogne, venerandole: per questo essa è la potenza del falso[40]che ci fa scorgere la vita, la benedice, la divinizza, ne enfatizza l’innocenza, la leggerezza: il perfezionamento dell’esistenza[41].  C’è un’affettività dell’arte nel suo essere la grande seduttrice alla vita e con ciò nel renderla possibile.[42] La seduzione è legata alla sensualità, alla sensibilità, ai sensi, alla singolarità dell’artista che sente, alla sua immanenza. L’arte è la pienezza dell’esistenza, la sua affermazione, ci fa vedere la vita senza rifugiarsi nella trascendenza. Nietzsche afferma che nel tragico c’è un sì alla vita: il dolore è vita che giustifica se stessa: questa è la sua giustificazione estetica.

L’estetica è sufficiente, è il principio artistico di creazione libera: libero dall’origine e dalla finalità. Finora l’estetica è stata dello spettatore (Kant), ciò di cui lo spettatore gode, Nietzsche invece vuole fare un’estetica dell’autore: noi interpretiamo l’opera a partire dall’autore, è l’opera che determina l’autore. L’artista, il genio, ha “una divina leggerezza e facilità nelle cose più difficili.[43]E’ l’innocenza del fanciullo eracliteo che gioca. L’artista gioca, crea . L’opera d’arte è un modo nuovo di vedere e di sentire che parte dalla singolarità, ma anche un mondo nuovo, dischiuso dall’artista: unico. L’oggetto crea la propria legge, le leggi della propria esistenza: la singolarità è portatrice dell’universalità.

Il “chi” sta dietro un’opera d’arte, un pensiero non è qualcosa di personale ma una forma di vita che fa, agisce, vuole. La potenza è forma di vita, è ciò che vuole, il vero senso dell’essere, la meraviglia che lo costituisce: lo stupore, lo sconcerto nei confronti del mondo nuovo che egli è e dischiude: “la forza che oggi ci spinge verso la lontananza, l’avventura, da cui siamo cacciati verso il mare senza rive, inesplorato, ignoto […] La nostra stessa forza non tollera più che restiamo sul vecchio fradicio terreno; ci arrischiamo nella lontananza, ci arrischiamo a ritenere che il mondo sia ancora ricco e inesplorato […] La nostra forza ci costringe a prendere il mare verso il largo, laggiù, dove finora tutti i soli sono tramontati: noi sappiamo di  un mondo nuovo[44]. L’arte nel creare è il paradigma metafisico della vita perché l’uomo che crea  dà forma e vita a cose grandi e lui, con esse, vuole tramontare: oltrepassarsi, perire, autosopprimersi, affermare il proprio divenire.

L’esistenza è passione: un morire per dare nuova vita, in cui vivere e morire sono contemporanei e necessari l’uno all’altro. In quanto pathos, essa è la sensibilità della forza. La vita è un gioco divino è innocenza e la sua volontà è un divenire sensibile delle forze[45], quindi, concludendo è possibile affermare  che l’innocenza nel suo essere gioco, danza, nella sua leggerezza ha un peso: il peso della forza delle cose che affiorano, vengono alla luce poiché esse stesse forze  che premono stando ben al di sotto della superficie[46], che la genealogia in quanto analisi dei cambiamenti dei valori i quali hanno una giustificazione estetica e che la critica genealogica a poco a poco deve fare  emergere nei loro effetti, gli effetti della volontà di potenza: creare forme.

Risuona qui infine uno dei punti di partenza di questa disertazione: la forma che emege dal caos come sua trasformazione metamorfosi, ed il caos che diviene forma. Forse può essere l’innocenza nel suo gioco decostruttivo, estetico e creatore, che afferma il divenire, il grande naufragio dell’essere originario, la chiave di lettura del celebre aforisma nietzschiano: solo chi ha il caos dentro di sé può generare una stella danzante[47], ove la stella è (a parer mio)  la leggerezza del sì alla vita costituita da gioia e dolore, la bellezza della sua innocenza, del dire sì ad essa.[48]   


[1]Cfr. G. Deleuze, Nietzsche e la filosofia, Piccola Biblioteca Einaudi, Torino 2002 “ L’innocenza è il gioco dell’esistenza, della forza e della volontà;  l’esistenza che viene affermata e stimata, la forza che non viene separata, la volontà che non viene sdoppiata, configurano,, in prima approssimazione, l’innocenza […]”. Questa citazione è ripresa da Deleuze dai frammenti postumi 1885 -1887, p. 201.

[2] “Nulla di tutto ciò che in genere avviene può essere riprovevole in sé: non è lecito volerlo eliminare, in quanto ogni cosa  è talmente connessa con il tutto il che volerla eliminare significherebbe eliminare il tutto […] Se il divenire è un grande anello, tutte le cose hanno uguale valore, sono eterne, necessarie. In tutte le correlazioni tra sì e no, tra preferenza e rifiuto, tra amore e odio, si manifesta soltanto una prospettiva, un interesse di determinati tipi di vita: in sé, tutto ciò che esiste dice di sì”. Cfr. F. Nietzsche, La volontà di potenza, Frammenti postumi ordinati da Peter Gast ed Elizabeth Foster Nietzsche, nuova edizione italiana a cura di Maurizio Ferraris e Pietro Kobau, Tascabili Bompiani, Milano 2008 p.167.

[3]Ivi, p.30.Cfr. anche La volonta di potenza p. 168: “Ogni dispiacere, ogni infelicità furono falsati ricorrendo al torto (la colpa). (Si è tolta l’innocenza al dolore)

[4]Ivi, p. 34.

[5] Cfr. G. Deleuze, Nietzsche e la filosofia, p.40: “Per caso” – questa è la più antica nobiltà del mondo, che io ho restituito a tutte le cose, io le ho redente dall’asservimento allo scopo […]. In tutte le cose io ho trovato questa certezza beata: che esse sui piedi del caso , preferiscono – danzare. La mia parola è: lasciate che il caso venga a me, egli è innocente come un fanciullino”. Cfr. anche F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra , III, “Prima che il sole ascenda”, p.201 e ibid, III, “Sul monte degli olivi”, p.212.

[6] Ivi,  da p. 40 a p. 44.

[7] F. Nietzsche, Genealogia della morale pp. 66 -67.

[8]G. Deleuze, Nietzsche e la filosofia, p. 35.

[9] F. Nietzsche, Genealogia della morale, uno scritto polemico, Piccola Biblioteca Adelphi, Milano 2004 pp. 66 – 67.

[10]  G. Deleuze, Nietzsche e la filosofia, p. 36.

[11]  Ivi, p. 38.

[12] G. Deleuze, Nietzsche e la filosofia, p. 25:”Coloro che soffrono di una sovrabbondanza di vita” assegnano alla sofferenza un senso affermativo, considerano l’ebbrezza un’attività, riconoscono nella lacerazione di Dioniso la forma estrema dell’affermazione senza possibilità di sottrazione, di eccezione, di scelta”.

[13] Ivi, p. 18

[14] Cfr. Ibidem.

[15]  Cfr. F. Nietzsche, La volontà di potenza, cap. IV, la volontà di potenza come arte, p. 431, par. 798.

[16]  Cfr. G. Deleuze, Niettzsche e la filosofia, p. 26.

[17]   Cfr. Ivi, p. 28.

[18]  Cfr.F. Nietzsche, La volontà di potenza, p. 431: “Apollineo e dionisiaco. Ci sono due stati in cui l’arte sorge nell’uomo come una forza della natura e dispone di lui, che lo voglia o no: in primo luogo come costrizione alla visione, in secondo luogo come costrizione all’orgia. Entrambi questi stati si presentano anche nella vita normale, ma più debolmente: nel sogno e nell’ebbrezza.Ma la medesima opposizione intercorre anche fra sogno ed ebbrezza; entrambi scatenano in noi forze artististiche, ma ciascuno in modo diverso: il sogno quelle del vedere, dell’intrecciare, del poetare; l’ebbrezza quelle dei gesti, della passioni, del canto, della danza”. Par. 798.

[19] Cfr. G. Deleuze, Nietzsche e la filosofia, p. 26.

[20]    Cfr. Ivi, p. 44 e cfr. anche Frammenti postumi 1881 – 1882, p. 369: “Non vi è stato prima un caos e poi, gradualmente, un movimento più armonico e infine uno stabilmente circolare di tutte le forze: piuttosto tutto è eterno, indivenuto: se vi fosse stato un caos delle forze, sarebbe stato eterno anche il caos e sarebbe tornato in ciascun anello. Il corso circolare non è nulla di divenuto, esso è la legge originaria []”.

[21]    Cfr. Ivi, p. 73.

[22]    Cfr. Ivi, p. 46: “il fuoco l’uno che si afferma dal molteplice quando il molteplice è stato affermato, è la stella danzante, la costellazione scaturita dal colpo di dadi. Regola del gioco è partorire una stella danzante dal caos che si ha dentro di sé. Questo gioco di immagini caos-fuoco-costellazione, raccoglie tutti gli elementi del mito di Dioniso; anzi, esse danno vita al vero e proprio gioco dionisiaco. I giocattoli di Dioniso fanciullo; l’affermazione molteplice e le membra o frammenti di Dioniso lacerato […]”.

[23]    F. Nietzsche, La volontà di potenza, p. 183.

[24]    Ivi, pp.183 – 184.

[25] Cfr. G. Deleuze, Nietzsche e la filosofia, p. 60.

[26]  F. Nietzsche, La volontà di potenza, p. 129.

[27]  Ivi, p. 209

[28]  Ibidem.

[29]  Cfr. Ivi, p. 84.

[30]  G. Deleuze, Nietzsche e la filosofia, p. 93.

[31]  Ibidem.

[32]  F. Nietzsche, La volontà di potenza, p. 211.

[33]  Ivi, p. 212:

[34]  Cfr.Ivi, p. 210.

[35]  Ivi, p. 196.

[36]  Ivi, p. 149.

[37]  Ivi, p. 161.

[38] F. Nietzsche, Genealogia della morale, p. 105.

[39]  Cfr. F. Nietzsche, La volontà di potenza, p. 228, par. 416.

[40]  Cfr. G. Deleuze, Nietzsche e la filosofia, p. 153.

[41]  Cfr. F. Nietzsche, La volontà di potenza, p. 446: “Ciò che è essenziale nell’arte è il suo perfezionamento dell’esistenza, il suo produrre la perfezione e la pienezza; l’arte è essenzialmente affermazione, benedizione, affermazione dell’esistenza.

[42] Ivi, p. 465: “L’arte e nient’altro che l’arte! E’ quella che più rende possibile la vita, la grande seduttrice alla vita, il grande stimolante della vita…”.

[43] Ivi, p. 451.

[44] Ivi, p. 223.

[45] Cfr. G. Deleuze, Nietzsche e la filosofia, p. 95.

[46] Cfr. F. Nietzsche, La volontà di potenza, p. 234: “Le forze e le valutazioni che premono stanno ben al disotto della superficie: ciò che balza fuori, è l’effetto”.

[47]F. Nietzsche, Così parlò Zaratustra, “Prefazione”, p.11.

[48] “ In tutti gli abissi io porto con me la benedizione del mio sì” tratto da F. Nietzsche Ecce homo, “Così parlò Zarathustra” p. 355.

 

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...