Lucy Riall, Risorgimento. Storia e interpretazioni, Donzelli ed., Roma 2007, pagg. VIII-183.

di Fabio Milazzo

Lucy Riall è una storica irlandese, insegna al Birkbeck College dell’Università di Londra, dove tiene la cattedra di Comparative History of Europe (19th to 20th centuries). I suoi interessi vertono sulla storia d’Italia, in particolare su quella del Mezzogiorno in epoca “Risorgimentale”. Come tanti altri studiosi prima di lei, pensiamo a H.Bresc, D.Abulafia, M. Aymard, solo per fare dei nomi, ha eletto il Sud d’Italia a baricentro gravitazionale dei propri interessi di storica. A differenza di altri, in mente ho soprattutto il nome di Denis Mack Smith, il suo lavoro non è viziato da quella distorsione concettuale che vizia tanti studiosi che si approcciano ad una galassia per molti versi “troppo” conosciuta ma per lo più attraverso “luoghi comuni” e categorie vacue.

Lucy Riall si è occupata soprattutto di Risorgimento ma lo ha fatto con una consapevolezza di fondo: il vero nemico che inquina gli studi storici è il “senso comune”, quella presunta conoscenza di un passato che un insieme di circostanze reificano in narrazioni “istituzionalizzate” che ben poco hanno di che spartire con “ciò che fu”. C’è un velo che deve essere dissolto, quello che coincide con la narrazione socialmente accettata come “vera”.

Il volume di cui discutiamo, Risorgimento: storia e interpretazioni,  muove proprio da quest’assunto: c’è una retorica che deve essere messa in discussione per poter affrontare il tema in esame. Nel caso del Risorgimento italiano questa retorica è tanto più forte se pensiamo alla valenza fondante in ordine al processo identitario della Nazione. L’opera, edita per i tipi della Donzelli, è state recentemente oggetto di ri-scrittura da parte dell’Autrice che ha ritenuto doveroso farlo dopo l’ondata di studi storici sul tema pubblicati in concomitanza dei festeggiamenti per i 150 anni dell’Unità. Dobbiamo dire che, nonostante il volume sia stato originariamente pubblicato nel 1997, l’impianto dell’opera è attuale e non mostra in alcun modo il decennio di vita.

Lo studio analizza le vicende dell’Isola considerando inscindibile la relazione tra l’occupazione Napoleonica del Nord Italia  e le vicende Risorgimentali. La diffusione delle idee giacobine, la messa in discussione dell’ordine feudale, con la sua struttura fatta di privilegi e di rapporti basati sulla “fiducia”, la critica feroce all’apparato ecclesiastico nella sua “fame” di potere, sono alcuni degli elementi che le armate di Napoleone diffondono in giro per l’Europa e in Italia. Anche il sonnolento Regno di Napoli venne attraversato da questo “vento del nord” ma ad esso reagì preferendogli la tranquilla bonaccia legittimista: Re e preti rappresentano il miglior antidoto contro il morbo della “novità”. Così, deposto lo “Spirito a cavallo” tornato in quella polvere da cui proveniva, il Meridione d’Italia cercò di introiettare le idee di eguaglianza che avevano prodotto la rapida ascesa di contadini che avevano studiato, metabolizzando il tutto in un ordine precario che non guardava avanti ma che, di sicuro, non riusciva più a considerare come ovvio il passato.  Il risultato fu un esperimento politico, quello dei Borboni, che accentuò il carattere centralistico del governo attraverso il potenziamento di una struttura periferica dalle molteplici diramazioni che riuscirono nell’unico servizio di aumentare la percezione (non avulsa dalla realtà) del disservizio. Una burocrazia fatta di mille e più diramazioni di un unico fiume ormai in secca. Eppure, afferma la Riall, questa lettura non deve produrre l’impressione che il periodo della Restaurazione, con il suo portato di esperimenti politici precari, come quello Napoletano, sia necessariamente propedeutico alle affermazioni e trasformazioni del Risorgimento. Tutt’altro. Infatti, come la storiografia più avveduta sa, molte delle istituzioni di governo più longeve nascono a seguito di esperimenti precari, contingenti, frutto di tensioni e di tentativi di risoluzione. Solo una consolidata interpretazione storiografica, quella liberale e quella di sinistra, ci ha convinto dell’ineluttabilità dell’affermazione della Nazione. Questa tesi, afferma la Riall lungo le pagine del libro, deve oggi essere messa in discussione.

Il Risorgimento nelle pagine della storica (foto) si delinea come la soluzione precaria ad una situazione altrettanto instabile che si componeva di fermenti e problematiche diverse e non sempre concilianti: la questione sociale, figlia anche di una Rivoluzione industriale che già faceva sentire qualcosa di più che un lontano eco; la frantumazione delle comunità di villaggio con le strutturazione di nuovi rapporti fluidi, non più legati alla contiguità parentale e spaziale; il diffondersi di un’opinione pubblica che aveva nei caffè delle città un luogo d’elezione privilegiato; il diffondersi delle istanze politiche legate al ruolo del cittadino colto nella sua differenza dal suddito; la diffusione delle società segrete. Tutti questi ingredienti rendono il XIX secolo non il momento preparatorio del Risorgimento ma un’epoca densa di istanze contraddittorie che raggiungono una soluzione dialettica che non riesce a sanare i dissidi in atto. Figure come quella di Mazzini, di Garibaldi (su cui la Riall ha scritto uno dei migliori volumi in circolazione), e di Cavour, analizzate nelle pagine del libro attraverso rapide, quanto puntuali, “pennellate”, sono i paradigmi di queste molteplici tensioni che non troveranno “felice” conciliazione nella sintesi dell’Unità.

La lettura che del Risorgimento fa Riall critica le due visioni prevalenti della “narrazione” istituzionalizzata, vale a dire quella Crociana-liberale e quella Gramsciana-marxista. Entrambe le letture, pur da prospettive diverse, tendono a voler interpretare l’Unità nazionale come un percorso per molti versi inevitabile che risolve le tensioni e le frizioni politiche e culturali sorte a seguito dell’esperienza rivoluzionaria francese. Riall mette in discussione sia l’interpretazione che vede l’unificazione come il punto di partenza di un percorso teso verso l’agognato sviluppo economico, martoriato e represso dai governi reazionari post-napoleonici, sia quella che categorizza all’interno di insiemi ben definiti gli attori in campo: democratici, liberali, lealisti. L’analisi delle micro-realtà comunali, come quella di Bronte (oggetto dell’ultimo volume della storica: La rivolta. Bronte 1860, Laterza 2012), mostra una situazione sul campo molto diversa, più fluida, meno definibile all’interno delle classiche partizioni storiografiche. Una situazione animata dal confronto tra le diverse opinioni che, spesso, sono gli echi delle posizioni assunte dai partiti familiari che si contendono le città.

In definitiva, il grande merito del volume di Riall è quello di criticare la narrazione istituzionalizzata del Risorgimento partendo dalla concreta realtà desumibile dalla documentazione disponibile e dagli studi più recenti di una storiografia (i vari Banti, Lupo, Macry, Pezzino) che solo riduttivamente può essere definita “revisionista”.

Lucy Riall, Risorgimento. Storia e interpretazioni, Donzelli ed., Roma 2007, pagg.  VIII-183, rilegato, 2 ed, euro 24.

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