Pensare l’Europa oggi. Quale spirito europeo?

di Emanuela Catalano

«Se ci cerca l’essenza dell’Europa, non si trova che uno spirito europeo».

E. Morin, Pensare l’Europa.

Dopo la crisi greca, con Atene messa “a ferro e fuoco”, che a dir di molti altro non è che il preludio della imminente crisi dell’Europa Mediterranea, le perplessità tedesche dinanzi all’incombere della bancarotta anche in Ungheria, le tristi condizioni di vita in cui versano i lavoratori di Portogallo, Spagna e non da ultimo il bel Paese, nonostante i tentativi della Troika di eludere la questione ed i problemi, tergiversando nel corso di riunioni sempre più inutili, a noi pare doveroso tornare ad interrogarci sulle motivazioni storiche, sociali, antropologiche, culturali che hanno fatto sì nel corso dei secoli che l’Europa diventasse quella che è adesso, perché non si può mai capire in quale direzione si sta andando se non si conoscono le proprie origini, radici, in poche parole, il luogo dal quale si proviene.

La speculazione che si sta scatenando sull’euro a causa della debolezza politica dell’Europa, crisi fiscale, contagio, collasso della moneta unica, le notizie con cui quotidianamente i mass-media ci bombardano indicano la fine o semplicemente una crisi dell’attuale sistema monetario? E per citare Etienne Balibar (foto) (Il Manifesto, 27 maggio 2010), ce n’est que le début…

Tralasciando le considerazioni di ordine politico e le motivazioni economiche, torniamo a focalizzare l’attenzione su quelle che abbiamo pocanzi definito le radici culturali del nostro continente. Ora, l’Europa, sebbene sia stata concettualizzata teoricamente solo all’indomani della Seconda guerra mondiale, affonda la sua storia in un passato molto lontano. In un bellissimo passo del primo canto dell’Iliade, il poeta Omero descrive il profeta Calcante, che “dei veggenti è detto il più saggio, essendo a lui note le cose che furono, che sono e che saranno”[1]. Allo stesso modo, interrogarsi oggi sul futuro dell’Europa è diventato una questione ineludibile: chiedersi che cosa l’Europa sia attualmente, o che cosa sarà domani, equivale al tentativo di comprendere come essa sia potuta diventare ciò che è, come se guardando indietro volgessimo lo sguardo al futuro.

Il concetto di Europa risale infatti a molto lontano, al Rinascimento per alcuni, mentre Calasso lo riallaccia addirittura all’origine mitologica, secondo la quale la fanciulla Europa, rapita da Zeus, viene trascinata dalla città di Tiro in Asia minore fino alle coste occidentali del mar Mediterraneo[2].

Il mito alluderebbe alle radici ‘orientali’ dell’Europa e fornirebbe in tal senso preziose delucidazioni circa l’origine delle diversità che da sempre caratterizzano lo spirito del continente europeo. Si tratterà perciò di capire se quest’ultimo sia veramente “terra del tramonto” [Abendland], come lo definì Heidegger[3] parlando dell’occaso, il luogo dove il sole cade nella notte, oppure se dalla sua crisi sia possibile una nuova rinascita. Ed eventualmente che tipo di rinascita sarebbe? Verso quale nuova idea di Europa è possibile avventurarsi?

L’Europa − come realtà storica e costituita − nasce come dicevamo all’indomani del Secondo conflitto mondiale, dinanzi al triste spettacolo di morte e devastazione che per anni aveva imperversato, funestando gli animi. «Noi, la civiltà, ora sappiamo di essere mortali» declamava a tal proposito il poeta Paul Valéry . La Weltanschaaung allora dominante era quella di un’Europa in crisi[4], in “agonia”[5] per dirla con la Zambrano, un’Europa, culla di progresso e civiltà che, paradossalmente si era rovesciata nel suo contrario, producendo Auschwitz, aberrante tentativo di cancellare ogni possibilità stessa di pensare l’Europa.

Eppure, al pessimismo di quegli anni, grazie al dinamismo ed alla ferrea volontà dei cosiddetti padri fondatori, subentrò la speranza, nella consapevolezza che un’Europa unita si sarebbe costruita solo per gradi, “per piccoli passi”. Già Schuman, con straordinaria lungimiranza, esprimeva la convinzione che “il contributo che un’Europa organizzata e vitale può apportare alla civiltà è indispensabile per il mantenimento di relazioni pacifiche” ma che “l’Europa non potrà farsi in una volta sola, né sarà costruita tutta insieme”[6]. Si imponeva alle coscienze l’imperativo etico di voltare pagina e di ricostruire il futuro a partire dalle macerie che la guerra aveva lasciato dietro di sé. Esperienze come quelle che avevano avuto luogo non dovevano più ripetersi, ragion per cui si fece strada il tentativo di gettare le basi su cui edificare il nuovo processo di unificazione, delegando nelle mani di un sovrano transnazionale parte della sovranità dei popoli.

Con il secondo conflitto mondiale sono gli stati nazionali a tramontare definitivamente, in quanto la guerra sancisce la fine della forma-stato, idea che era stata tra l’altro già vaticinata da Croce in pieno regime fascista: «Questo processo di unione europea, che è direttamente opposto alle competizioni dei nazionalismi e sta contro di essi e un giorno potrà liberarne affatto l’Europa, tende a liberarla in pari tempo da tutta la psicologia che ai nazionalismi si congiunge e li sostiene e ingenera modi, abiti e azioni affini»[7]. La politica europea dovrà assumere i connotati, per dirla con Carl Schmitt, di una politica dei grandi spazi, seguita da una pace duratura e definitiva, non più basata esclusivamente su principi razionali, al pari della federazione di Stati auspicata da Kant[8] e nemmeno intesa nel senso di mera riunificazione geopolitica, secondo quanto suggeriva Jünger:

«Nel fondare l’Europa si tratta di conferire unità geopolitica a un territorio diviso dall’evoluzione storica. Le grandi difficoltà sono rappresentate dall’antichità della tradizione, dal peculiare tipo di vita che si è costituito in ciascun popolo. […] Ora però è giunto il momento in cui le forme sono liquefatte, pronte per una nuova colata. Ora ha senso stabilire il compito; da ciò dipende il nostro futuro»[9].

Ma era fondamentale procedere ben oltre nel senso di una vera e propria unificazione spirituale. Si giunse così ai trattati di Roma del 25 marzo 1957, che confermano la volontà precipua di ricostruire l’Europa a partire dalla unificazione di quei due paesi che inizialmente ne avevano determinato la rovina. Aveva ragione Gadamer a pensare che l’Europa sarebbe nata esclusivamente dall’alleanza di Francia e Germania. Quello su cui maggiormente vorrei fare leva a questo punto è precisamente la costituzione di uno spirito identitario europeo che trascendi le singole nazionalità e superi i cosiddetti legami di sangue e di razza per riprendere l’espressione più in voga in epoca nazionalsocialista a favore di una nuova identità, costituita dalla ‘unità nella diversità’. Citiamo, al riguardo, le parole di De Gasperi:

«È la volontà politica unitaria che deve prevalere. È l’imperativo categorico che bisogna fare l’Europa per assicurare la nostra pace, il nostro progresso e la nostra giustizia sociale che deve anzitutto servirci da guida… Tutta la nostra costruzione politico-sociale presuppone un regime di moralità internazionale. I popoli che si uniscono, spogliandosi delle scorie egoistiche della loro crescita, debbono elevarsi anche a un più fecondo senso di giustizia verso i deboli e i perseguitati. Lo sforzo di mediazione e di equità che è compito necessario dell’Autorità europea le darà un nimbo di dignità arbitrale che si irradierà al di là delle sue giuridiche attribuzioni e ravviverà le speranze di tutti i popoli liberi»[10].

Gli uomini non dovranno più sentirsi apolidi, senza patria ma figli del medesimo spirito europeo. Tutti siamo chiamati oggi a rispondere al compito che ci aspetta, contribuire attivamente alla creazione e consolidazione di questo spirito, al rafforzamento dei principi della Rivoluzione francese, all’abbattimento delle frontiere[11]. Quel che più urge è ancora una volta la necessità di partecipare a questi cambiamenti che da anni ormai interessano il mondo nel quale viviamo, contribuendo a far crescere veramente lo spirito dell’Europa affinché ciascuno di noi possa sentirsi oltre che italiano, francese, rumeno, bulgaro, greco, anche e soprattutto europeo. È necessario un mutamento delle coscienze ed è ancora una volta Gadamer a ricordarci che «è probabilmente un privilegio dell’Europa il fatto di aver saputo e dovuto imparare, più di altri paesi, a convivere con la diversità»[12].

Il progetto di unificare popoli tra loro non omogenei è un esperimento unico nel suo genere. L’unità nella varietà è l’espressione che meglio rende l’idea di identità nuova che si intende conferire all’Europa, in nome dei vari popoli che la costituiscono e della sua infinita ricchezza interiore. Preservare le differenze nel pieno rispetto della loro dignità significa mantenere aperti ampi varchi di libertà, perché l’Europa è una e molte al contempo, in un nuovo intendimento della stessa identità e del senso di appartenenza. È dunque auspicabile che, alla raggiunta unità politica di questa compagine di stati, si aggiunga presto un’unità spirituale, compito ben più arduo in quanto coinvolge l’essere umano nella sua essenza più intima.

Il limes della vecchia Europa è andato sempre più allargandosi ed ampliandosi fino a lambire, all’inizio di questo anno, anche due degli ultimi appartenenti all’ex blocco sovietico. Con l’ingresso della Bulgaria e della Romania infatti il processo di integrazione si fa sempre più concreto e realizzabile. L’Europa dei ventisette è oramai una realtà di fatto; resta da verificare il processo nella fattispecie concreta ed effettualità storica, il che dipende dalle condizioni nelle quali versano i vari paesi.

Nel preambolo del Trattato costituzionale[13] sono delineati il ruolo centrale della Costituzione, già espressa dallo storico greco Tucidide e l’idea secondo la quale l’Europa sarebbe portatrice di valori universali, quali la civiltà, l’umanesimo, l’eguaglianza, la libertà, il rispetto dei vari credo religiosi, la possibilità di professare liberamente la propria fede nonché la rilevanza dell’immenso patrimonio culturale, artistico e umanistico. In particolare, si legge che la Costituzione si ispira alle “eredità culturali, religiose e umanistiche dell’Europa da cui si sono sviluppati i valori universali dei diritti inviolabili e inalienabili della persona, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza e dello stato di diritto”.

I legislatori si dicono convinti che “l’Europa ormai riunificata dopo esperienze dolorose, intende avanzare sulla via della civiltà, del progresso e della prosperità per il bene di tutti i suoi abitanti, compresi i più deboli e bisognosi”. È stato ribadito come “i popoli d’Europa, pur restando fieri della loro identità e della loro storia nazionale, sono decisi a superare le antiche divisioni e, uniti in modo sempre più stretto, a forgiare il loro comune destino”, certi che “uniti nella diversità, l’Europa offra ai suoi popoli le migliori possibilità di proseguire, nel rispetto dei diritti di ciascuno e nella consapevolezza della loro responsabilità nei confronti della generazioni future e della terra, la grande avventura che fa di essa uno spazio privilegiato della speranza umana”. Manca però il riferimento alle radici cristiane di cui tanto si è discusso, anche se sono accennati il concetto di ‘persona’, che è già idea cristiana e quello di ‘diritto’, che rimanda invece allo ius romano. Considerato in una prospettiva più ampia, ciò potrebbe significare la necessaria apertura dell’Europa alle altre confessioni religiose, essendo insita nel progetto, sin dalle sue origini, la coesistenza delle tre grandi religioni del Libro: è un fatto congenito infatti che l’Europa debba vivere confrontandosi con la diversità, l’altro, l’estraneo. Consapevole del suo ruolo cardine, essa dovrà allora assurgere al suo compito – che non è più quello di mera appendice degli Stati Uniti – bensì quello di porsi come mediatore del delicatissimo dialogo e confronto tra Usa e mondo islamico, smussandone le tensioni. Più che di scontro di civiltà sarebbe opportuno parlare di incomprensione e nessun altro meglio dell’Europa, grazie alla sua straordinaria ricchezza interiore, avrà la forza di porsi come garante di un diverso assetto politico-istituzionale nei rapporti internazionali. “Unita nella diversità”: è questo il motto dell’Europa, nella quale unità e diversità procedono all’unisono, nel pieno rispetto delle differenze e nel mantenimento delle varie identità. È questa la sfida più grande che ciascuno di noi ha il compito e il dovere di portare avanti, facendosi carico di tutta la problematicità che questa reca con sé.

L’Europa è e rimane lo spazio della speranza umana: solo interrogando le proprie radici, essa non dimenticherà il suo passato ed è proprio da questa capacità di autocritica che deriva il vantaggio della cultura europea. L’iniziale supremazia, per via degli avvenimenti che hanno attraversato il secolo scorso, si è trasformata in una presa di coscienza del suo ruolo e della necessità di dialogare con le altre culture. Credo quindi, con Husserl, che l’Europa sia anzitutto un’idea da realizzare: solo quando i cittadini avranno preso pienamente coscienza del loro essere europei e superato le barriere mentali del nazionalismo, sarà possibile auspicare la completa riuscita e realizzazione del processo di unificazione europea, tornando all’entusiasmo dei padri fondatori che credevano veramente nell’idea di Europa. Un grandissimo passo in questa direzione è stato compiuto, ma molto rimane ancora da fare. Soltanto così, auspicando una reale unificazione spirituale oltre che geografica, ed una risoluzione del conflitto di identità, si potrà pensare di poter risolvere altri problemi, altrettanto gravi ed urgenti quali quello economico, che incombono su di noi e rischiano di infrangere i sogni dei nostri predecessori.

Resta infine da capire se l’Europa sia ancora nella mente della maggioranza dei suoi cittadini un’idea da realizzare, un miraggio utopistico, un glorioso passato perduto e rimpianto o, nella peggior delle ipotesi, un fardello dal quale sbarazzarsi al più presto, un’eredità divenuta troppo pesante e grave da sopportare… Ai posteri l’ardua sentenza!


[1] Omero, Iliade, tr. it. di V. Monti, Rizzoli, Milano 1990, canto I.

[2] Il ratto di Europa è narrato in R. Calasso, Le nozze di Cadmo e Armonia, Adelphi, Milano 2004.

[3] L’espressione ricorre frequentemente in M. Heidegger.

[4] È quanto affermato in E. Husserl, Crisi e rinascita della cultura europea, a cura di R. Cristin, Marsiglio, Venezia 1999, p. 92: «Allora dall’incendio che distruggerà la miscredenza, dal fuoco soffocato dalla disperazione per la missione umanitaria dell’Occidente, dalla cenere della grande stanchezza, rinascerà la fenice di una nuova interiorità di vita e di una nuova spiritualità, il primo annuncio di un grande e remoto futuro dell’umanità: perché soltanto lo spirito è immortale». Secondo Husserl, dinanzi a questa constatazione, due sono i possibili sbocchi: o l’ineluttabile tramonto dell’Europa oppure la rinascita del suo spirito attraverso un “eroismo della ragione” che superi questa fase di stanchezza.

[5] Il riferimento è al noto testo della filosofa spagnola. Vedi M. Zambrano, L’agonia dell’Europa, tr. it. di C. Razza, Marsilio Venezia 1999.

[6] La dichiarazione Schuman è il discorso tenuto a Parigi il 9 maggio 1950 da Robert Schuman, l’allora Ministro degli Esteri del governo francese, che viene considerato il primo discorso politico ufficiale in cui compare il concetto di Europa come unione economica e, in prospettiva, politica tra i vari stati europei e rappresenta l’inizio del processo d’integrazione europea.

[7] B. Croce, Storia d’Europa nel secolo decimonono, Laterza, Bari 1953. p. 364.

[8] I. Kant, Per la pace perpetua, tr. it. di R. Bordiga, Feltrinelli, Milano 1997.

[9] E. Jünger, La pace, tr. it. di A. Apa, Guanda, Parma 1993, p. 51.

[10] «La nostra patria Europa» è il titolo di un discorso pronunciato da Alcide De Gasperi il 21 aprile 1954 a Parigi alla Conferenza parlamentare europea.

[11] Vedi a tal proposito la normativa relativa agli accordi di Schengen (libera circolazione alle frontiere).

[12] H. G. Gadamer, L’eredità dell’Europa, tr. it. di F. Cuniberto, Einaudi, Milano 1991, p. 22.

[13] I riferimenti al Trattato costituzionale sono tratti dal sito http://europa.eu/index_it.htm

 

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