Peter Sloterdijk, La mano che prende e la mano che dà, Raffaello Cortina editore, Milano 2012, pagg. 137.

di Giulia Domna

A questo mondo solamente due cose sono certe: che si muore e che si pagano le tasse”: con questo celebre aforisma Benjamin Franklin in punto di morte avrebbe sancito una verità che, credo, nessuno di noi si sentirebbe di smentire. Mai come oggi il problema delle tasse è di grande attualità: per restare in seno alle cure amorose di mamma-Europa e ottenere l’approvazione dei nostri conti pubblici, il premier Monti -col il suo bravo governo tecnico di professori- ha messo abbondantemente le mani  nelle tasche degli italiani con un bel salasso di tasse che -così ci dice- rappresentano il sacrificio indispensabile per rimettere in sesto il bilancio dello Stato, per restare faticosamente in zona-euro, per non fare la brutta figura di essere messi alla berlina come la Grecia (povera Grecia, culla della nostra civiltà europea, che cosa saremmo oggi senza la Grecia…).

Le tasse non fanno che aumentare e noi continuiamo a vivere nella rassegnata inerzia della loro ineluttabilità, del loro accompagnarci passo passo in ogni momento della giornata: ad ogni merce acquistata, sigaretta fumata, litro di benzina consumato, stipendio ricevuto, il Fisco ci segue chiedendoci costantemente un contributo di cui a volte nemmeno ci accorgiamo, tanto è ben accorpato alla nostra routine quotidiana.

Queste le iniziali riflessione di una delle voci più importanti della filosofia contemporanea, il tedesco Peter Sloterdijk, saggista e professore di estetica e filosofia, autore tra l’altro dell’interessantissimo volume “Devi cambiare la tua vita”: Sloterdijk è alla ricerca di una nuova forma di Umanesimo che parte da un “cinismo alla Diogene”, alieno a qualsiasi forma di rassegnazione, incentrato sullo sviluppo di una antropotecnica che possa spingere l’Homo a tornare Sapiens, a misurarsi attivamente con i problemi della contemporaneità, a non lasciarsi narcotizzare da un mondo ipertecnologico che sembra averci intorpiditi mettendoci a portata di mano tutto quanto in apparenza ci sembra il necessario; Sloterdijk auspica il ritorno ad un uomo che sfida i propri limiti per l’ascesa al Mont Improbable, la vetta da cui potrà cogliere davvero con pienezza la problematicità dell’esistenza e trovare le giuste soluzioni per il proprio sviluppo.

In questa sede mi soffermo brevemente su una sintetica raccolta di interventi del filosofo in merito alla filosofia delle tasse: La mano che prende, la mano che dà, edito da Raffaello Cortina nel 2012.

La mano che prende è chiaramente quella dello Stato, o comunque si voglia chiamare l’apparato che da sempre e in tutte le sue forme ha esercitato forme di prelievo forzoso sui propri cittadini. Fin quando è stato possibile sovvenzionarsi con i tributi dei territori annessi e conquistati, i cittadini erano esonerati dalle tasse (vedi la condizione privilegiata del civis Romanus o le campagne napoleoniche praticamente finanziate a spese dei vinti); in epoca più recente Hitler risolve brillantemente il problema del finanziamento con espropriazioni e confische dei bene appartenenti agli ebrei. Oggi ovviamente questi sistemi sono inconciliabili con i nostri regimi democratici, per cui tutti i cittadini sono tenuti a pagare le tasse come tributo per l’appartenenza ad un Ente che garantisca una coesistenza civile e regolamentata. Ma a ben guardare questa visione non è molto distante dal modus operandi dell’ Ancien Régime, che dall’alto del suo “paternalismo illuminato” chiedeva versamenti senza dover dare particolare giustificazione; ancora oggi secondo Sloterdijk non c’è una vera e propria giustificazione teorica che esuli dal semplice fabbisogno della macchina statale, le cattedre di Diritto Tributario stanno al fisco come i teologi alla Trinità. A ben guardare ci troveremmo ancora legati a una prassi pre-democratica, “il Medioevo fiscale non è finito”.

La rassegnazione del cittadino è il fondamento delle solide finanze pubbliche”: forse non ci siamo mai posti veramente il problema perché nasciamo in un sistema che ci vede già debitori delle future tasse che dovremo allo Stato e che questo ha già messo in conto nei bilanci futuri; accettiamo l’ovvietà delle tasse come prezzo da pagare per usufruire di determinati servizi: ma come giustificare allora un aumento delle tasse in concomitanza con la quasi sparizione del Welfare e con il fatto che oggi paghiamo per dei servizi di cui probabilmente non potremo mai beneficiare? Di fronte allo Stato abbiamo perso non solo la nostra dignità, ma la nostra identità: ecco che si manifesta l’oblio dell’oggetto che dà, che ci riduce a “utili idioti”, ad una massa tassabile, defraudata della consapevolezza del suo peso politico di mano che dà e che quindi tiene in piedi la costosa macchina statale. Che cosa ci impedisce di vedere quanti siamo, quanti caratteri ci accomunano, e darci -perché no- una convincente espressione politica?

Dobbiamo liberarci da molti pre-giudizi e pre-concetti per dare (almeno) ascolto alla proposta del pensatore tedesco: Sloterdijk propone un mondo in cui non esistano individui “tassati”, ma solo “liberi donatori” che contribuiscono volontariamente al mantenimento dello Stato versando il proprio surplus; inizialmente la pratica delle donazioni sostituirebbe solo in parte la prassi coercitiva finché questa sarà del tutto abbandonata. Questo progetto presuppone la nascita di una nuova etica del dare, una Democrazia che non sia solo la forma vuota di una inesistente sovranità popolare, ma una vera scuola di generosità; la necessità di ri-educare la società civile per renderla in grado di prendersi autonomamente, liberamente cura di se stessa, attraverso l’opera non dei contribuenti ma dei benefattori.

Lo so, riesco a immaginare sul vostro volto quella smorfia tra lo sgomento e il risolino sarcastico. Le reazioni del mondo accademico non sono state diverse e hanno condannato Sloterdijk, in nome di  una completa mancanza di “realismo”, alla condizione di pensatore completamente avulso dalla realtà. Ma con la stessa scettica curiosità con cui ho proseguito le lettura del libro, vi prego di seguire ancora per un istante le riflessioni dell’autore.

Sloterdijk (foto) parte da un presupposto tanto semplice quanto disarmante: che non può esistere un’unica, pessimistica visione misantropica secondo cui l’uomo è un essere assolutamente egoista, incapace di atteggiamenti generosi, che pone il suo utile di fronte a qualsiasi altra cosa[1]; secondo questa visione de-moralizzante della società umana, contribuire volontariamente significherebbe in automatico contribuire meno o non farlo affatto, creando l’immediato collasso del bilancio statale. Eppure secondo Sloterdijk la realtà non è necessariamente questa, l’uomo non può essere ancora quell’ essere meschino, mosso prevalentemente dalla paura come in Hobbes, dall’odio nei confronti del prossimo, come in Pascal, dal desiderio di approvazione, come in Proudhon e in marx, dall’invidia e dalla gelosia, come in Girard, o in generale da una dotazione carente, come in Gehlen.

I moti del desiderio appartengono a due sfere ben delineate da due termini greci: quella dell’ eros, cioè il desiderio di possesso e la voglia sconsiderata di appagarlo, e quella del thymós, che invece rappresenta una zona di naturale empatia, l’aristocratica tendenza che abita in ciascuno di noi alla solidarietà, alla magnanimità, che non è una finzione per la carta stampata, ma si concretizza ogni giorno nei gesti filantropici di grandi benefattori e nel contributo anche degli indigenti capaci di una istintiva etica del dare e della condivisione. In pratica, nel bilancio dell’animo umano non c’è solo la parte egoista, ma anche la componente timotica, ed è sul risveglio e l’educazione di questa parte che dobbiamo concretamente ricostruire le basi della società.

No, non è l’ennesimo slogan “costruiamo un mondo migliore”, per Sloterdijk si tratta di una svolta non solo possibile ma obbligata: la coercizione dei poveri idioti tassati e distratti dal copioso intrattenimento messo a disposizione dal capitalismo occidentale è destinata al collasso. Bisogna che il XXI secolo inventi una nuova humanitas che attraverso l’esperienza donativa sperimenti da un lato la responsabilità della propria vita in comunità, e dall’altro una nuova rinascita morale: chi non ha dato, non ha ancora imparato a vivere come soggetto morale. A sentire Sloterdijk nulla -se non un’assoluta mancanza di fantasia sociale– ci impedirebbe di prendere in considerazione questa possibilità in maniera aprioristica. Eppure per quanto io mi sforzi di immaginare il volontario contributo delle famiglie che versano di buon grado una somma coerente con le loro possibilità per garantire dei servizi alla collettività di cui sono parte…mi scontro con l’inesistente percezione del reale valore della res publica, della “cosa pubblica” che non è il luogo privilegiato della rapina e del saccheggio perché “tanto non è mio”, ma è invece il prendersi cura di quello che c’è oggi e migliorarlo perché sia anche domani a disposizione delle generazioni future.

E, invece, mi sembra  che la cura e il rispetto della “cosa pubblica” siano praticamente inesistenti, sottomessi dal desiderio di prevalere sugli altri e dal quel familismo amorale teorizzato da Edward C. Banfield negli anni ’50[2] secondo cui, nella radicata struttura della famiglia nucleare,  ogni nucleo tende a massimizzare i vantaggi per la propria famiglia convinto che tutti gli altri si comportino allo stesso modo; secondo questa teoria la amoralità deriverebbe dal fatto che si cerca di ottenere il bene solo per i propri congiunti, a scapito di chi è esterno alla nostra cerchia familiare.

Ora io mi chiedo, e provo a farlo con la mente davvero sgombra da pregiudizi: è realmente possibile al giorno d’oggi riportare in vita l’idea che Terenzio, commediografo proveniente dall’Africa, propose coraggiosamente alla Roma del II a.C.: “Homo sum: humani nihil a me alienum puto[3]?

Sarà possibile risvegliare l’ orgoglio timotico e filantropico del cittadino annichilito dal sistema bio-politico, rincitrullito da ore ed ore di fila per acquistare -anche a rate- gli ultimi miracoli promessi dall’ i-phone 5? Gli scandali che la politica ci mette sotto gli occhi ogni giorno, il disgusto per i nostri contributi spesi in chiassosi festini dai signori dello Stato, i mega stipendi che manager e politici non si fanno mancare in tempi di crisi, basteranno a risvegliare nelle coscienze dei cittadini una sana indignazione e ad ipotizzare una nuova soluzione che non significhi ancora una volta più tasse per tutti noi? Chissà, forse solo una ipotesi tanto pazzesca farebbe sembrare meno pazzescamente grottesco lo stato di cose in cui siamo tristemente (s)caduti.

Peter Sloterdijk, La mano che prende e la mano che dà, Raffaello Cortina editore, Milano 2012, pagg. 137, euro 13.


[1] In sostanza la tesi della filosofia del diritto di Hegel, secondo cui “nella società borghese ognuno è scopo di se stesso e tutto il resto non conta niente”.

[2] Edward C. Banfield, The moral basis of a backward society, Simon e Shuster 1967; ed. italiana Le basi morali di una società arretrata, Il Mulino 2010.

[3] “Sono un uomo: niente di ciò che è umano lo considero estraneo a me” (Heautontimorumenos, v.77).

3 commenti su “Peter Sloterdijk, La mano che prende e la mano che dà, Raffaello Cortina editore, Milano 2012, pagg. 137.

  1. emilia cerutti ha detto:

    Complimenti per questo articolo. Ritengo che un’etica del dare capovolga la visione egocentristica della persona. Nella scena etica l’io non è entità ma è costantemente interpellato dall’altro e in quanto tale non può mai essere – se non illusoriamente – autocentrato. E l’altro non è il noi o il voi o il loro ma ciascuna volta un altro mai completamente conoscibile, singolare, esposto all’io. A partire da ciò l’empatia, la generosità, il dare non sarebbero da istituire ma da ritrovare e “risvegliare”, come sostiene l’autrice di questo articolo

    • sentierierranti ha detto:

      Grazie Emilia, pienamente d’accordo con la tua analisi che, mi sembra, evidenzia l’impossibile disponibilità dell’Altro che sempre più si dà come object petit a.

      • larosa ha detto:

        una nuova Humanitas ..una Utopia possibile? Certo la via paradossale del Filosofo tedesco apre un nucleo di realta’ che di rado si affronta, e non e’ poi alla fin fine, cosi’ assurda.
        Un a provocazione per parlare, secondo me, della barbarie della Economia, tutt’altro che una scienza, bensi’ un utilizzo strizzato..

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