Grado Giovanni Merlo, Streghe, il Mulino, Bologna 2006, pp. 105.

di Emanuela Catalano

“Correva l’anno 1509…” è il titolo della rievocazione storica, tenutasi nella cittadina di Saluzzo, ai piedi del Monviso, nei giorni scorsi.

 V’è un sol Monviso sulla terra, un solo gruppo di monti come quello, un solo Pian che s’agguagli di Saluzzo al piano » per dirla col Pellico].

La vicenda di Leonora, arsa viva per stregoneria, mi ha particolarmente colpita riportandomi alla mente un interessante studio del prof. Grado Giovanni Merlo, intitolato, per l’appunto Streghe e ambientato negli stessi luoghi.

Ma procediamo per ordine: approfitto ancora una volta di questo spazio per rendere nota la drammatica vicenda esistenziale di questa donna che, debbo confessare, non conoscevo. Come sappiamo, Saluzzo gode di un’antica e illustre storia sin dall’XI secolo. Alla fine del XV sec., Margherita di Foix, vedova del defunto Marchese Ludovico II, nel tentativo di compiacere il Pontefice, e innalzare Saluzzo a diocesi indipendente,  inizia a perseguitare gli eretici valdesi, o comunque tutte le persone definite “scomode” per una ragione o per un’altra. La causa di questi eventi risiede, oltre che nell’ignoranza, in episodi in cui sentimenti come invidia e gelosia erano all’ordine del giorno. In questa rete, cadde Madonna Leonora, nobildonna, che di professione faceva l’erbaria. Le sue facoltà di guarire le infermità grazie a erbe medicinali vennero viste con sospetto e diffidenza. Se una donna era in grado di curare le malattie, perché non pensare che potesse anche procurarle? ci si chiese. Le voci insistenti al riguardo giunsero all’orecchio dell’Inquisitore. “Testimoni” giurarono di averla vista volare, la accusarono di trasformarsi in un gatto nero e ancora di aver stretto un patto con il diavolo. A nulla valsero la sua arringa e le parole espresse nel vano tentativo di difendersi.

Se nel Medioevo, era d’uopo considerare che le donne non sapessero né leggere né scrivere, come concepire che sapessero addirittura curare??(!) L’Inquisizione non ammetteva repliche. Bisognerà aspettare l’anno 1720 perché la figura Leonora venga finalmente riabilitata e il suo nome ricordato, assieme al suo Libro dei rimedi.

Questa storia è molto simile a quelle narrate da Merlo (foto) come ho anticipato, e di cui possediamo notizie più certe grazie ai documenti custoditi presso l’Archivio storico di Rifreddo (Cn). Atti giudiziari del 1495 narrano le vicende di alcune donne del luogo, inquisite e condannate al rogo per stregoneria: Caterina Bonivarda, Caterina Borrella, Giovanna Motossa, solo per citarne qualcuna. Ognuna di esse aveva (avrebbe avuto?) il suo demone personale. Nelle confessioni, si legge di amplessi con il diavolo e di come venissero costrette con la forza da quest’ultimo ad avere rapporti intimi con lui, a seguirne le sue istruzioni e delle violenze subite in caso di diniego. La maggior parte delle volte, trattasi di donne annoiate, sole, insoddisfatte della propria vita. In un solo caso, si ha notizia di una promessa di molti beni e ricchezze. Il delitto di “mascaria” era un vero e proprio crimine di eresia e apostasia. L’immaginario demoniaco e stregonesco era noto a tutti all’epoca, perfino ai bambini. Denunciate all’Inquisitore, imprigionate e torturate, le masche confessarono sabba notturni, amplessi col demonio, uccisioni di infanti tramite la contaminazione del latte, profanazioni di tombe, ostie e croci, banchetti e riti di antropofagia, nonché i nomi delle altre affiliate alla setta. Si narra di taluni bambini cotti in grosse pentole, il cui grasso sarebbe servito come unguento per i bastoni, mentre le carni vennero usate per preparare salsicce da condividere in un macabro pasto con altri commensali (ignari?). Ma cosa si cela veramente dietro queste maldicenze? Quale paradigma esplicativo per simili fatti oscuri e minacciosi? Dove finisce la realtà e inizia la fantasia? Possiamo istituire al riguardo il binomio realtà e meta-realtà. Interessante ed emblematico è il caso della trascrizione di talune confessioni da parte di chierici: fino a che punto l’oralità sia stata manomessa non ci è dato sapere. Alludo in particolare all’uso di un raffinatissimo lemma quale “filocaptus”, letteralmente ‘preso d’amore’, usato come sinonimo di ‘amante’. Scrive lo stesso Merlo:

“«Filocaptus» è parola composta dall’aggettivo greco philos e dal participio passato latino captus, di uso raro, rinvenibile in qualche testo agiografico della seconda metà del XV secolo. «Filocaptus» è parola dotta, letteraria e chiericale. Come faceva a conoscerla una povera donna di Rifreddo?” (p. 85).

Interrogativo che non può lasciarci indifferenti.

La cosiddetta “caccia alle streghe” rimane un nodo irrisolto del nostro passato; il Cristianesimo, religione di amore, fede e speranza aveva generato al suo interno la ‘favola horror’ della stregoneria. Ma se la luce va sempre avanti di pari passi con il suo opposto, luce e tenebra allora, i due ancestrali antagonisti, si intrecciano indissolubilmente e ci costringono, ancora una volta, a fare i conti con essi.

Grado Giovanni Merlo, Streghe, il Mulino, Bologna 2006, pp. 105, € 9,50.

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