La democrazia in Grecia. Storia di un esperimento politico.

di Giulia Domna

Il dibattito su democrazia,  legge elettorale e partecipazione popolare è oggi di grande attualità e non credo sia inutile una veloce riflessione proprio sulle radici della democrazia stessa, che tradizionalmente facciamo risalire all’esperienza della città di Atene nel V secolo a.C. .

La democrazia ateniese è stato un esperimento politico unico nella storia, è proprio dalla polis che abbiamo imparato a fare “politica”: ma occorre chiarire subito che non basta dire demokratia (dal greco kratos “potere”, demos “popolo”) per fare paragoni tra ciò che intendiamo oggi per democrazia e quella ateniese.

La nostra è una democrazia indiretta in quanto deleghiamo il compito di rappresentarci a gruppi di persone che si occupano di politica per professione, persone organizzate in partiti che scegliamo perché ne condividiamo fini, programmi e ideologie. Per noi “democrazia” è la facoltà (ma anche il dovere civico) di accordare col voto la nostra preferenza a chi riteniamo degno di rappresentarci in Parlamento (anche se l’attuale legge elettorale non ci permette di scegliere direttamente le singole personalità). Altri strumenti democratici a nostra disposizione sono senza dubbio il referendum e la petizione popolare, con cui possiamo direttamente esprimere la nostra opinione sui temi di grande attualità in merito ai quali veniamo interpellati. Tuttavia il nostro impegno politico è nella maggioranza dei casi esiguo, ci rechiamo a votare ogni tot di anni, e spesso molti degli aventi diritto non partecipa regolarmente alle elezioni. Il cittadino non è toccato che marginalmente dagli impegni politici, normalmente vi è una abissale lontananza tra chi governa e chi è governato.

Ad Atene la situazione era completamente diversa: la partecipazione di un cittadino ateniese al governo della sua città era un’esperienza che lo coinvolgeva a 360 ° e davvero impegnativa, in un modo che anche i nostri politici farebbero fatica a comprendere. Ad Atene si tenta il primo esperimento di democrazia diretta, in cui la sovranità è affidata ai singoli cittadini; una “democrazia diretta” possibile innanzitutto perchè la polis era un territorio indipendente, circoscritto al nucleo cittadino vero e proprio e alla chora, cioè i territori circostanti (l’Attica in questo caso): era quindi molto meno vasto della maggior parte dei nostri stati nazionali.

Inoltre, i cittadini ateniesi del V secolo dovevano essere circa 40.000, ma va precisato che per avere la cittadinanza non era sufficiente -come ai giorni nostri- nascere nel territorio nazionale: i cittadini ateniesi con diritto di voto erano  solo i maschi nati liberi da padre e madre ateniese che avessero superato i 18 anni di età. A questo numero andrebbero sommati i meteci (gli stranieri), le donne, i bambini, gli schiavi che comunque non godevano di alcun diritto politico.

Il cittadino ateniese trascorreva quasi tutta la giornata fuori casa (lo spazio in cui invece era confinata la donna), si occupava personalmente degli affari, entrava in contatto con i problemi della città, assisteva o partecipava alle assemblee, si confrontava con i propri concittadini, spesso incontrava i rappresentanti politici di persona, in un rapporto quindi molto più diretto con la gestione della polis (la politica appunto) rispetto ad oggi. Ma Atene non nasce certo democratica, anzi: il cammino verso la democrazia fu lento e faticoso, non fu facile strappare gradualmente il potere all’oligarchia aristocratica dei ghene, le famiglie che governavano in base a diritti di nobiltà.

Nel 594 a.C. Solone in qualità di nomoteta fa un primo passo verso la democrazia con una riforma timocratica, dividendo i cittadini in cinque classi di censo che partecipavano  alla vita politica proporzionalmente al reddito; le prime quattro classi godevano di elettorato attivo e passivo, l’ultima, la più indigente, quella dei teti, poteva comunque votare ma non essere eletta. Ovviamente oggi il criterio ci sembra molto poco “democratico”, ma ai tempi dava finalmente voce in capitolo  a coloro che portavano avanti a vari livelli la vita economica della città, soprattutto quelli che avevano accumulato abbastanza ricchezza da non accettare più passivamente le decisioni degli aristoi. Ma non fu l’unica motivazione, un allargamento della base politica e sociale si rendeva necessario per il progressivo ingrossamento dell’esercito: premettendo che, diversamente da quanto ci aspetteremmo,  il cittadino doveva procurarsi e mantenere da sé il proprio equipaggiamento da guerra, presto la nobile ed esigua cavalleria sarà affiancata da forze più numerose, quelle a piedi della falange oplitica, in cui ogni oplita poteva dotarsi di armatura e uno scudo col quale difendere se stesso e il compagno a destra, formando così un compatto schieramento; per non parlare della creazione della flotta, che richiese un gran numero di marinai i quali, dovendo fornire solo la forza delle proprie braccia, venivano reclutati tra i più poveri.

Clistene nel 508 a.C. fa un grande passo in avanti introducendo un criterio addirittura “geografico”: 10 tribù non più “nobiliari”, ma composte dagli abitanti della costa, della montagna e della città:  un modo per mescolare nella stessa tribù anche interessi economici diversi; ogni tribù forniva con un sorteggio (quale metodo più democratico?) i rappresentanti che avrebbero governato nella Bulè (Consiglio dei Cinquecento).

Ma le riforme democratiche radicali sono quelle messe in atto da Efialte e soprattutto da Pericle nel 462 a.C.: l’aria di Atene è già impregnata dell’idea di sovranità popolare quando nel 463 a.C. vengono messe in scena le Supplici di Eschilo, grande tragediografo ateniese: le Danaidi, perseguitate dagli Egizi, chiedono asilo a Pelasgo, sovrano di Argo; ma questi, anziché comportarsi come un tyrannos, un monarca assoluto, prima di accogliere una richiesta che potrebbe scatenare una guerra decide di consultare il popolo:

..se la macchia dovesse infettare l’intera comunità, spetterebbe al popolo tutto trovare rimedi.

Perciò io non posso farvi promessa alcuna se prima non mi consulto con tutti i cittadini.[1]

 Nonostante l’insistenza del coro delle Danaidi (“..tu che sei magistrato non sottoposto a giudizio[2]),  Pelasgo dà alla città la completa facoltà di prendere la decisione con un voto espresso dall’assemblea (“Il popolo ha sancito autorevoli decreti”, v.601): infatti, in questa tragedia compare per la prima volta in forma perifrastica la parola democrazia: demou kratousa cheir[3], cioè la mano governante del popolo, la mano alzata che esprimeva chiaramente la volontà popolare. Solo dopo l’alzata di mano e la decisione popolare, Pelasgo può annunciare fieramente che non consegnerà le donne alla barbarie del nemico.

I tempi sono dunque maturi per la vera riforma, quella di Pericle, che sancisce il diritto di ogni cittadino, anche il meno abbiente, a fare “politica” grazie al misthòs ecclesiastikòs, una indennità pecuniaria che permette a proletari e salariati di poter perdere intere giornate lavorative per partecipare alle assemblee: l’Eliea, il tribunale popolare; l’Ecclesia, l’assemblea popolare che forniva proposte di legge alla Bulè. Il cittadino Ateniese dunque faceva politica con grande frequenza e in prima persona, come giudice almeno quattro volte al mese, come buleuta anche per un anno intero.

Il voto era espresso dal giudice popolare mettendo un sassolino (pséphos) dentro un’urna scelta tra quella dell’assoluzione e quella della condanna; l’uguaglianza del voto esercitato nell’assemblea era detta isopsefia, dal greco ísos che significa “uguale” e pséphos “sassolino”(del voto). L’ateniese che partecipava ad un tribunale popolare (che aveva quasi del tutto soppiantato l’Areopago, il vecchio tribunale aristocratico) doveva essere molto fiero del proprio compito a giudicare da questa testimonianza tratta dalla commedia Le Vespe di Aristofane:

Questo nostro potere di giudicare non cede di fronte a nessuna regalità.

Che felicità, che fortuna possono essere complete come quelle di un giudice?(…)

Non è grande la mia potenza, grande quanto quella di Zeus?[4]

Una politica dunque intesa come servizio reso alla polis, un servizio prestato alla comunità a costo dell’interruzione dei propri affari e ricompensato da un giusto “obolo”. Non una politica come affare lucroso, ma un impegno a tempo determinato, pagato come un mestiere qualsiasi, un compito portato a termine da qualsiasi cittadino, anche il meno abbiente, anche il meno culturalmente dotato (questa la critica mossa, tra gli altri, dal filosofo Platone).  Quanto i nostri attuali politici avrebbero da imparare dagli antichi? Come spiegare ad un cittadino Ateniese l’idea di farsi strada in politica per curare i propri interessi ed affari?

Ostrakon di Thémistocle

Adesso, lungi da me l’idea di lanciarmi in un encomio della politica ateniese come perfetta e incorrotta: l’uomo è gravato da sempre delle medesima infermità, i giochi di potere, le invidie e le trame politiche erano all’ordine del giorno anche ad Atene. Basti pensare alla pratica dell’ostracoforia: meccanismo per cui, durante un’assemblea straordinaria che si svolgeva nell’Agorà cittadina, si incideva il nome dell’imputato su un coccio di ceramica (ostrakon) per deciderne l’esilio; il quorum perché l’ostracismo fosse valido era di 6000 tavolette[5]. Clistene aveva pensato questo meccanismo per scoraggiare tentativi di presa di potere da parte di aspiranti tiranni, ma ben presto la consuetudine di dare credito a qualsiasi denuncia diviene una potente arma contro gli avversari politici, inaugura un periodo intriso di tensione e sospetto, così che Atene vede il prolificare di sicofanti (denunciatori assoldati a pagamento) e l’ostracismo degenera in un abuso per fini politici. E che dire della politica imperialista che portò Atene e mettersi a capo di una lega, riscuotendo onerosi tributi che vennero poi spesi per abbellire la città con splendide opere che possiamo ammirare ancora oggi…ma questa è un’altra storia.

Ad ogni modo, l’introduzione della democrazia fu un evento impareggiabile, che rese Atene una città unica in tutta la Grecia,  una rivoluzione non solo politica ma anche socio-culturale. Pensiamo ad esempio al sofista Protagora che, quando arriva ad Atene, trova una città in cui tutti potenzialmente potevano esprimersi nella politica, una città dove sarebbe stata massimamente utile la sua “arte”, quella di insegnare -dietro compenso- le tecniche per saper parlare in assemblea. Come riferisce -non senza la dovuta ironia- Platone nel suo dialogo intitolato Protagora[6], il sofista afferma che tutti i cittadini hanno lo stesso titolo per partecipare ai lavori dell’assemblea e per far parte dei tribunali, perché tutti gli uomini liberi sono uguali e possiedono rispetto e giustizia.

Busto di Pericle

Mi preme a questo punto una precisazione linguistica: le fonti del tempo non usano direttamente la parola demokratia per descrivere la loro costituzione, ma si servono di termini come isonomia, uguaglianza di tutti gli uomini liberi davanti alle leggi; isotimia, uguaglianza dei diritti e degli onori per tutti i cittadini; isegoria,  libertà di prendere la parola nell’assemblea.

Erodoto, considerato non a torto il padre della storia,in un passo del logos persiano che fa parte della sua monumentale opera, le Historiai, riferisce un dialogo ideale svoltosi dopo la morte di Cambise, in cui Megabizo parla a difesa di Dario e della monarchia, mentre Otane difende l’ordinamento democratico:

A me sembra opportuno che nessuno divenga più nostro monarca, perché non è cosa né piacevole né buona. Voi sapete infatti a qual punto è giunta la tracotanza (hybris) di Cambise, e avete provata anche quella del Mago. (…) Il governo della maggioranza, invece, anzitutto ha il nome più bello di tutti, isonomia, in secondo luogo non fa niente di quanto fa il monarca, perché esercita a sorte le magistrature ed ha un potere soggetto a controllo e conduce tutte le deliberazioni in pubblico (es to koinon). Io dunque propongo di abbandonare la monarchia e di esaltare la maggioranza (plethos), perché tutto è possibile per la maggioranza[7].

Un’altra fonte inetressante è il Logos Epitaphios con cui lo storico greco Tucidide, nel contesto della guerra del Peloponneso che tra il 431 e il 403 a.C. oppose Atene a Sparta, riporta il discorso che Pericle avrebbe tenuto in onore dei caduti durante il primo anno di guerra: un inno  alla costituzione ricevuta in dono dagli antenati, che esprime i valori per cui gli Ateniesi stanno combattendo:

Utilizziamo infatti un ordinamento politico (politeia) che non imita le leggi (nomoi ) dei popoli confinanti, dal momento che, anzi, siamo noi ad essere d’esempio ( paradeigma) per qualcuno, più che imitare gli altri. E di nome, per il fatto che non si governa nell’interesse di pochi ma di molti, è chiamato democrazia (isonomia); per quanto riguarda le leggi per dirimere le controversie private, è presente per tutti lo stesso trattamento; per quanto poi riguarda la dignità, ciascuno viene preferito per le cariche pubbliche a seconda del campo in cui sia stimato, non tanto per appartenenza ad un ceto sociale, quanto per valore; e per quanto riguarda poi la povertà, se qualcuno può apportare un beneficio alla città, non viene impedito dall’oscurità della sua condizione[8].

Tutti felici e contenti dunque? Assolutamente no. Per molti la demokratia  più che il governo di tutti è lo strapotere di una parte che assolutamente non lo merita. La fazione oligarchica è momentaneamente sconfitta, ma resta in vita, latente fino alla sconfitta ateniese nella guerra del Peloponneso, quando tornerà al comando in quanto partito filo-spartano. Una fonte  utile per evidenziare il malcontento che circolava negli ambienti aristocratici della città è La costituzione degli Ateniesi, un anonimo pamphlet erroneamente attribuito a Senofonte, opera di un oligarca che mostra con sdegno l’impossibilità di affidare un compito importantissimo come il governo della città al popolo ignorante e incapace per natura di prendere decisioni politiche:

In ogni luogo sulla faccia della terra le persone migliori (aristoi) sono nemiche della democrazia: infatti, la gente per bene tende ad evitare la sfrenatezza e l’ingiustizia ed è incline alla virtù; nel popolo invece c’è il massimo di ignoranza, disordine e cattiveria: la povertà li spinge all’ignominia, così anche la mancanza di educazione e la rozzezza, che in alcuni nasce dall’indigenza.(…)In Assemblea consentono che parli anche la canaglia e dal loro punto di vista fanno bene. Se all’Assemblea partecipasse solo la gente per bene gioverebbe ai propri simili e non al popolo: ora invece può levarsi a parlare qualsiasi ceffo e proporre ciò che è utile a sé e ai suoi simili.(…) Essi capiscono che la stupidità, la ribalderia, la corruzione di costui giova a loro più che la virtù e la diffidente saggezza della gente per bene. Naturalmente una città dove si vive così non è quella ideale: però è questo il modo migliore per difendere la democrazia[9].

Siamo dunque ritornati al punto di partenza: la democrazia rappresenta davvero la sovranità del popolo? Di tutti o solo di una parte? E se  legittimata dal principio della maggioranza…è davvero la maggioranza coincidente col  demos?


[1] Eschilo, Supplici, vv. 366-369

[2] Eschilo, Supplici, v. 371

[3] Eschilo, Supplici, v. 604

[4] Aristofane, Le Vespe, vv. 549, 620.

[5] Plutarco, Aristide, 7.

[6] Platone, Protagora, 323.

[7] Erodoto, III, 80.

[8] Tucidide, Logos Epitaphios, 37.

[9] La Costituzione degli Ateniesi, I-II.

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