Franco Forte, Il segno dell’untore, ed.Mondadori, Milano 2012, pagg.342.

di Giulia Domna

Una copertina senza dubbio accattivante e ricca di mistero quella de “Il segno dell’untore”, edito da Mondatori nel  gennaio 2012. Un altro bel lavoro dello scrittore Franco Forte, una sorta di sequel de “I bastioni del coraggio” (che non presuppone comunque la lettura del romanzo precedente). Franco Forte oltre che autore di numerosi romanzi storici, ha collaborato come sceneggiatore ad alcune note fiction televisive, come “Distretto di polizia” e “RIS”. E senza dubbio l’attività di sceneggiatore fa capolino in una stesura un po’ “televisiva” di un giallo storico di tutto rispetto, ma con un  taglio narrativo chiaramente contemporaneo: la parte storica ben curata nei dettagli non appesantisce la narrazione, le informazioni storiche e le nozioni tecniche sono distribuite con incredibile naturalezza e coinvolgono pienamente la curiosità del lettore; anche la regia perfettamente studiata ci dà la sensazione di poter seguire -quasi attraverso una telecamera- una scena “zoomata” per cogliere dei dettagli importanti o altrimenti “allargata” per darci delle visioni d’insieme.

Questo giallo ha gli ingredienti giusti per piacere al grande pubblico: una bella e intrigante ambientazione storica e  personaggi brillanti e accuratamente caratterizzati.

Nella Milano della seconda metà del Cinquecento, afflitta dalla terribile “peste di san Carlo” del 1576, il notaio criminale Niccolò Taverna, con l’aiuto dei suoi due validi aiutanti (il “gigante buono” Rinaldo Caccia e il piccolo, scattante Tadino Josè del Rio) si trova diviso tra due indagini, quella sulla scomparsa di un candelabro di Benvenuto Cellini dal Duomo ancora in costruzione, e quella, decisamente più importante, dell’omicidio di un commissario della Santa Inquisizione, Bernardino da Savona. La situazione è delle più complesse, Niccolò deve avere delle risposte al più presto per rispondere alle pressioni del Vicario di provvisione, del Capitano di giustizia e del Governatore; per non parlare dell’enorme difficoltà di districarsi tra i complicati equilibri politici che coinvolgono la Corona di Spagna, la Santa Inquisizione spagnola e la Chiesa di Roma: potere temporale e spirituale si affrontano tra rivalità, vendette, inimicizie, brama di primeggiare; l’Inquisizione in particolar modo gode -grazie all’appoggio di Filippo II di Spagna- di particolari privilegi e immunità, approfitta di un momento in cui il Ducato è in preda a superstizioni e disordini di ogni tipo per dettare la sua legge fatta di terrore, intimidazione,  tortura.

La storia si svolge nell’arco di una sola giornata, dall’alba (ora prima) alla sera inoltrata (compieta); molto bella l’idea di accompagnare ognuno dei capitoli che scandisce il passare delle ore (prima, terza, nona…) con un aforisma di Amerigo Taverna, anch’egli notaio criminale, il padre che Niccolò perse appena dodicenne.

Le indagini si svolgono in uno scenario apocalittico: nella descrizione di questa Milano appestata risuonano chiari molti echi di un’altra ben nota Milano, quella sapientemente raccontata dal Manzoni, afflitta dalla peste bubbonica del 1630, durante l’Arcivescovado di Federico Borromeo, cugino di San Carlo. L’aria è impregnata dall’olezzo dei cadaveri e dai fumi dei  fopponi disseminati per bruciare i corpi e i vestiti degli appestati; le strade un tempo formicolanti di vita ora sono quasi deserte, attraversate dai carri dei monatti, i viscidi addetti dal tribunale della sanità al trasporto dei cadaveri, gente senza regole che non esita a rubare i beni degli infetti, persino i vestiti; le mura affollate dalle gride pubblicate dal Tribunale della Sanità per diffondere le misure di sicurezza, ma anche imbrattate da quella misteriosa sostanza untuosa, il segno del contagio; il palco con la forca, gli strumenti di tortura e i monaci incappucciati del Consiglio dell’Inquisizione che presiedono a quei macabri riti di tormento e di morte contro ladri, ribelli, presunti eretici, stregoni, untori; e la folla che, anziché condannare, assiste gioiosa e mai sazia di morte a quegli spettacoli cruenti. Per non parlare dello strazio, delle urla, delle vane richieste d’aiuto delle famiglie rinchiuse in quarantena, prigioniere dentro le loro stesse case, porte e finestre sprangate per ordine del tribunale, destinate a morire di stenti se non di malattia.

Anche il Lazzaretto Maggiore è gremito di appestati, morti e moribondi fino all’inverosimile: lì l’odore dei corpi bruciati nelle fosse comuni è ancora più acre, ci sembra di sentirlo denso e irrespirabile dentro le narici; lì la morte ha abolito ogni regola a vantaggio della promiscuità, dell’avidità e di ogni abominevole sopruso; lì i neonati orfani (anche stavolta Manzoni docet!) sono appesi alle mammelle delle capre, il cui latte nutriente dà loro qualche speranza di sopravvivenza. L’autore non si perde nessun dettaglio, da quelli architettonici alla descrizione degli oggetti e delle persone che provano a “fare mercato” per le strade, futili tentativi di ripristinare una certa quotidianità per rimettere in piedi orgogliosamente una Milano flagellata.

Per tutto il racconto gli occhi con cui guardiamo i fatti sono quelli dello stesso Niccolò, che cattura subito la nostra empatia (nonché simpatia) per l’enorme sofferenza di essersi visto strappare dalle braccia la moglie Anita, la donna con cui formava un solo corpo con due cuori e due anime: quel male mostruoso l’ha trasformata in un corpo lacero e indemoniato, capace solo di mostrare odio da quegli occhi che prima gli regalavano amore. Credo che laddove il dolore è vasto, diffuso all’interno di una strage quale può essere una pestilenza, il caso di Anita aiuti il lettore a comprendere meglio il sentimento di una singola perdita, intima, personale.

Ma il nostro notaio non si lascia sopraffare dal dolore, dirige le indagini con grande professionalità e un consolidato metodo investigativo che mette a frutto la sua spiccata capacità di lasciar parlare la scena del delitto (quasi uno Sherlock Holmes ante litteram), con i suoi indizi, i suoi segni nascosti, il cadavere in mezzo alla stanza che silenzioso rivela le  sue verità. Degni di nota anche gli “strumenti del mestiere”, come il curioso bastoncino ricoperto di cera che il notaio e i suoi assistenti usano per entrare in contatto con le prove senza contaminarle.

Niccolò è un personaggio arguto, sensibile, onesto e coraggioso a punto da tener testa al torvo, temibile Inquisitore Generale Guaraldo Giussani; non si lascia intimorire dal lusso e dall’apparato che circonda  le grandi autorità con cui deve di volta in volta conferire, riccamente vestite -la descrizione che Franco Forte (foto) fa degli abiti d’epoca è assolutamente eccezionale-, ma anche abbastanza ignoranti (Il candelabro di chi?): come borbottava spesso lo stesso Amerigo al figlio, i potenti vanno lasciati al loro posto: tra le gambe di una cortigiana o dietro qualche tavola riccamente imbandita.

Anche Niccolò ha il suo punto debole, i profondi occhi verdi della bellissima Isabella Landolfi, che lo attirano e lo tormentano di sensi di colpa nei confronti di Anita. Isabella apporta una nota di vivacità e profumo nell’aria fumosa di Milano: appare dal nulla, bella e angelica come una creatura stilnovista, per poi rivelarsi una ragazza deliziosamente scaltra, intraprendente e decisamente ribelle, dotata di un irrefrenabile istinto che finisce per metterla nei guai. La nota romantica conferita da questo incontro prende tuttavia una piega fin troppo scontata e prevedibile e  personalmente avrei evitato il clichè della “madamigella in pericolo”.

Le ore scorrono veloci, le indagini si complicano e ci intrigano, ma noi lettori teniamo tranquillamente il filo degli eventi seguendo i frequenti ragionamenti che Niccolò fa insieme ai suoi aiutanti, con dialoghi apparentemente semplici, ma ben congegnati.

Un romanzo da gustare, un thriller accattivante e alla portata di tutti: non vi troveremo lunghe digressioni storiche (che magari alcuni di noi lettori appassionati di storia avrebbero gradito), trovate eclatanti, né tantomeno pezzi di alta bravura retorico-stilistica; l’effetto raffinato è dato proprio dalla semplicità, dalla concatenazione ben studiata degli eventi, dall’attenzione all’essenziale,  dall’efficacia dei personaggi che ci trascinano facilmente tra l’odio, l’amore….e qualche volta il sorriso. Il finale, tuttavia, a mio parere, rivela un eccessivo ottimismo sulle possibilità di trionfo del bene sul male nella società di fine Cinquecento, specie in un periodo in cui la pestilenza aboliva ogni regola, ogni buonsenso, ogni giustizia.

Ma non traiamo conclusioni affrettate, già dall’epilogo scopriamo che una nuova indagine si prepara per il notaio criminale Niccolò Taverna e la sua squadra: sono certa che anche stavolta osserveremo i fatti con estrema attenzione e senza pregiudizi… perché a volte le cose più ovvie sono proprio le più difficili da immaginare.

 Franco Forte, Il segno dell’untore, Mondadori, Milano 2012, pagg.342, euro 15.

 

 

 

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