Ross King, I delitti della biblioteca scomparsa, Sylvestre Bonnard 2002, pagg.428.

di Giulia Domna

La copertina è quella di colore nero opaco della collana che l’editore Sylvestre Bonnard ha dedicato ai gialli bibliofili: in effetti fin dalle prime pagine facciamo la conoscenza di un modesto libraio londinese del 1660, Isaac Inchbold: quarantenne, vedovo e senza figli, pacificamente abitudinario, in buona salute (ha una buona pancia, quasi tutti i capelli e soprattutto tutti i suoi denti!), vive nella zona di London Bridge dove si trova Nonsuch House, la sua casa e negozio-bottega che divide col servo fedele Monk; la vita scorre placida tra gli ordinati scaffali dei suoi amati libri, il nostro Mr Inchbold difficilmente esce o si sposta al di là dei quartieri londinesi per mischiarsi a quel mondo così caotico e pieno di pericoli. A prima vista non è certo il protagonista ideale di una complicata serie di intrighi delittuosi, ma è più facile trovare un labirinto, scrive Comenio, che una via maestra; e se non sei tu a cercare i guai, saranno ugualmente i guai a trovare te.

La vita del nostro libraio è sconvolta dall’arrivo di una lettera proveniente dal Dorsetshire, firmata da una donna sconosciuta, Alethea Greatorex; la missiva invita Mr Inchbold a recarsi al più presto nella tenuta della donna, Pontifex Hall, per un affare della massima segretezza e importanza. L’ignaro libraio, mosso dalla curiosità, farà presto visita ad Alethea; la vedova di Lord Marchamont abita una ex-fastosa villa ormai in rovina, dotata di una vastissima biblioteca contenente volumi di gran pregio, ma in uno stato di totale abbandono che quasi offende l’onesto libraio: Platone, Aristotele, Tacito, tutti i grandi classici latini e  greci fanno bella mostra di sé; immense sezioni sulla geografia e la cartografia, la medicina, l’erboristica, la metallurgia; e per finire scaffali con decine di volumi di alchimia, chiromanzia, astromanzia, sciomanzia (divinazione per mezzo delle ombre), steganografia (la “scrittura segreta”) …bah! robaccia, opere di ciarlatani senza dubbio fuori luogo in un biblioteca del genere, e non di meno in un secolo come il Seicento! L’era del razionalismo scientifico in cui Keplero, Galileo, Bacone avevano messo in discussione le verità dogmatiche della Chiesa, l’era in cui la Controriforma, l’Index librorum prohibitorum, il rogo di Giordano Bruno non avevano fermato il diffondersi del modello copernicano, l’era in cui il protestantesimo si ergeva a difesa della conoscenza contro i cattolici, ottusi conservatori dello status quo.…No, non sembra affatto il momento storico adatto a libri magici e alchemici: e invece in questa storia, anziché un assassino, insieme al nostro Inchbold inseguiremo proprio un libro misterioso che deve assolutamente ritornare nella collezione di Lady Marchamont, il Labyrinthus mundi, un manoscritto appartenente al Corpus hermeticum di Ermete Trismegisto, un esemplare unico tramandato da un amanuense di Costantinopoli. Dalla ricerca di questo libro misterioso la storia si dipana come i cerchi concentrici di un sasso nell’acqua, allargandosi sempre di più nel tempo e nello spazio: ritorneremo nel 1618, all’inizio della guerra dei Trent’anni, durante l’assedio del castello di Praga e delle Sale Spagnole della Biblioteca che  Rodolfo II, l’imperatore mecenate di tutte le arti oscure, aveva arricchito dei più segreti e proibiti volumi presenti in Europa;  tra i suoi più intrepidi procacciatori  di libri, Sir Ambrose Plessington, padre di Lady Marchamont, in viaggio attraverso l’Europa, inseguito da tre ombre, tre misteriosi cavalieri in livrea il cui passaggio lascia ad ogni apparizione una scia di sangue.

Il libro si sviluppa in tre macrosezioni (“La biblioteca”, “L’interprete dei sogni”, “Il labirinto del mondo”), all’interno delle quali il racconto di Mr Inchbold lascia spesso il passo ai flashback che ci fanno ripercorrere all’indietro la storia delle avventurose peregrinazioni del manoscritto: il presente e il passato si intrecciano continuamente, si muovono da poli opposti per ricongiungersi pian piano.

London Bridge, 1616

I fatti sono splendidamente ambientati nel Seicento, ripercorrono le vicende storiche, i personaggi, l’avvicendarsi dei sovrani e le loro rivalità, gli intrighi delle lotte tra Cattolici e Protestanti; la Storia è protagonista in maniera così massiccia  che la comprensione dei fatti risulterebbe abbastanza complessa per un lettore che non abbia fatto un buon “ripasso” di quel periodo storico.

La ricerca del dettaglio e la perfezione della ricostruzione sono d’obbligo in un giallo storico come questo: la Londra secentesca viene ritratta con vivide, efficaci pennellate, con le sue strade rumorose e sconnesse, il via vai di cavalli e carrozze, le botteghe sulle strade, le taverne e le stazioni di cambio animate da loschi personaggi, gli odori per lo più sgradevoli che in quelle vie si respiravano. Un particolare che ha colpito molto la mia attenzione è la descrizione del funzionamento (o, per meglio dire, malfunzionamento) del servizio postale: il ritardo nella consegna (ci stupisce poco ancor oggi a dire il vero), l’uso del “bollo” verde o rosso che differenziava la posta interna (Inland) da quella proveniente dall’estero (Foreign); l’assoluta mancanza di segretezza e la facilità con cui era possibile infrangere e riposizionare i sigilli in ceralacca, cosa che rendeva agevoli le operazioni di spionaggio da parte degli organi di potere.

Ovviamente, come in ogni romanzo bibliofilo che si rispetti, non manca la pedissequa descrizione delle splendide biblioteche che animano la vicenda, viste come luoghi non solo di sapere ma soprattutto di potere, perché è sul possesso e sulla diffusione delle conoscenze  che si giocano gli equilibri politici del tempo. E’ questo, secondo me, il filo che in sottofondo lega tutta la storia: distruggere, o far sopravvivere e circolare libri, teorie, idee, è il potere in grado di cambiare le sorti di intere nazioni; gli stessi personaggi sono consapevoli  del fatto che è bastato il trattato copernicano De revolutionibus orbium coelestium a far scendere l’Uomo dal piedistallo su cui si era posto al centro dell’Universo e di tutte le cose, ad aprire  un vaso di Pandora che Roma sta cercando di ritappare con tutti i mezzi, trasformando la più grande verità nella più temibile delle eresie.

Sempre in ambito bibliofilo non mancano le frequenti citazioni letterarie (Catullo, Orazio e Lucrezio gli autori sicuramente più amati da Ross King, autore del nostro giallo) e accenni alla storia della tradizione dei testi, ai perigliosi viaggi dei manoscritti, continuamente sull’orlo della distruzione o della scoperta: come il clamoroso caso della pergamena contenente i carmina di Catullo, miracolosamente ritrovata a fare da tappo in un botte di un’osteria di Verona. Nel corso dei fatti fa la sua comparsa una tecnica di trasmissione molto usata, il palinsesto, l’abitudine di riutilizzare una pergamena ri-scrivendo un nuovo testo dopo avere appositamente sbiadito quello precedente, accorgimento che ha permesso a centinaia di testi di viaggiare nel tempo “nascosti” dietro altri testi, per poi riapparire miracolosamente a secoli di distanza: Petronio dietro lo stoico Epitteto, carmi licenziosi dietro le epistole paoline: ma niente scompare mai del tutto e, come recita il motto di Sir Ambrose, littera scripta manet.

Ross King

Il romanzo, ad ogni modo, si rivela interessato non soltanto al mondo dei libri, ma soprattutto a quello dei viaggi in mare e delle grandi scoperte geografiche, che diventano i nuovi campi di battaglia internazionali in grado di assicurare ad un Paese piuttosto che ad un altro miniere e ricchezze che possano finanziare troni e governanti, guerre e costosi mercenari, splendide costosissime collezioni di libri e opere d’arte. Per questo all’interno della narrazione ampio spazio è dato alla storia delle navigazioni e dei (più o meno fortunati) navigatori, alle spedizioni in mare e ai naufragi, alle missioni segrete per la ricerca di nuove rotte commerciali e di isole ricche d’oro, alle cartografie che tentano di riprodurre fedelmente in maniera bidimensionale la latitudine e la longitudine, scoperta di estrema importanza che permetterebbe un’agile e sicura navigazione nell’oceano Pacifico: spagnoli, inglesi, boemi, olandesi lottano sul tempo per contendersi questo importantissimo sapere. E, visto che dopo tutto siamo in un romanzo, c’è posto anche per la ricerca di Eldorado, casse contenenti creature mostruose frutto di chissà quali esperimenti alchemici, misteriosi galeoni in legno dorato che profumano intensamente in mezzo all’oceano…

Alla lodevole ricostruzione storica fa eco una storia certo piacevole e ricca di colpi di scena, ma dal finale che lascia un po’ perplessi; e i delitti che il titolo ci promette si rivelano soltanto un accessorio nell’economia dell’intera vicenda. Inoltre, tra svariati viaggi e peregrinazioni, nell’intricata rete di relazioni che tiene faticosamente insieme fatti e personaggi,  spesso -a dire il vero- si perde un po’ il filo della vicenda, e il romanzo stesso diventa così l’immenso labirinto in cui il Labyrinthus mundi, l’oggetto della nostra ricerca, si perde.

Ma ogni labirinto è un cerchio che comincia là dove finisce, ci insegna Boezio, e ha termine dove comincia: forse a Pontifex Hall, dove tutto ha avuto inizio, il labirinto troverà la sua fine…o forse semplicemente il povero libraio Isaac Inchbold  tornerà a Nonsuch House consapevole che l’unico vero  labyrinthus è il mondo là fuori.

Ross King, I delitti della biblioteca scomparsa, Sylvestre Bonnard 2002, pagg.428, 15 euro.

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