Hans Tuzzi, Il Maestro della testa sfondata, Ed. Sylvestre Bonnard, Milano 2002, pagg. 275.

di Giulia Domna

Hans Tuzzi è lo pseudonimo di Adriano Bon, scrittore e saggista milanese, consulente editoriale e docente presso l’Università di Bologna, già noto al mondo della critica letteraria con diversi importanti saggi pubblicati tra gli anni ‘70 e ’90; ha poi esordito come “Hans Tuzzi” (nome preso a prestito da un personaggio dell’Uomo senza qualità di Musil) con il volume Collezionare libri antichi, rari, di pregio pubblicato da Sylvestre Bonnard nel 2000, che mostra tutta la sua indiscutibile competenza nel campo della bibliofilia antiquaria. Sempre con la stessa casa editrice, nel 2002 ha dato inizio a una serie di romanzi gialli che vedono protagonista il commissario Melis, un uomo tutto d’un pezzo (e per la gioia del suo autore anche discretamente colto a giudicare dalle citazioni e allusioni letterarie che impreziosiscono -senza troppe pretese- alcuni suoi interventi); originario della Sardegna (isola che i suoi hanno lasciato da tre generazioni), porta ancora con sé un sano orgoglio “del sud”, ma sa raccontare alla perfezione la Milano fine anni ’70. Il Maestro della testa sfondata, romanzo d’esordio, crea un perfetto incontro tra il crimine e il mondo del collezionismo librario.

Alba di sabato, periferia di Milano: Emilio Quadri, tranviere, viene ritrovato supino, la testa fracassata da un oggetto contundente, dentro il suo autobus, ma al capolinea sbagliato; i pantaloni abbassati farebbero pensare a un delitto sessuale, pista presto scartata dalla perizia scientifica. L’indagine del commissario Melis inizia dalla casa del tranviere: nello stabile si riunisce una strana setta dedita ad un santone moderno di nome Bandianski, gruppo guidato da due loschi personaggi con cui il Quadri, a detta dei vicini, aveva avuto dei diverbi. Una possibile pista, ma non basta: durante il colloquio con la vedova Quadri, Melis nota una ventina di libri, belle edizioni, chissà, forse preziose, che non ti aspetti certo di trovare nella casa di un modesto tranviere; e qui la donna è costretta ad ammettere che il marito aveva un secondo lavoro come factotum presso un noto libraio milanese, Pierluigi Tanzi, che probabilmente glieli aveva regalati perché privi di valore commerciale. E da qui la storia prende la piega del mistero, visto che Tanzi, antiquario dalla fama non impeccabile, era stato ritrovato morto -presumibilmente d’infarto- la mattina del venerdi. Il commissario non crede alle coincidenze e trovare il legame tra le due morti nonché l’assassino comune diventa lo scopo dell’indagine, che coinvolgerà categorie di personaggi spesso sconosciuti non solo a Melis, ma anche al grande pubblico di noi lettori: librai antiquari, collezionisti, restauratori della carta, legatori. Ben presto veniamo rapiti da un mondo prezioso, affascinante quanto oscuro, un mondo che fa girare enormi somme di denaro tra grandi e piccoli librai, ministri, regnanti, magnati industriali, personaggi di potere.

Milano, I navigli (inizio del XX secolo)

Il racconto si svolge tra il sabato e il giovedì successivo e segue gli accadimenti scandendo non solo i giorni, ma anche il luogo e l’ora  degli spostamenti dei vari personaggi, il che ci dà la sensazione di poter seguire gli eventi più da vicino e senza dubbio non manca di coinvolgere ancor più pienamente il lettore che ha buona conoscenza delle ambientazioni milanesi che ospitano la storia. Uno dei punti forti del romanzo è senza dubbio la bella caratterizzazione dei personaggi: Fiorenza de Giorgi, l’intrigante redattrice che riuscirà a coinvolgere e a farsi coinvolgere da Melis non solo a livello delle indagini; Massimo Frangipane, amico di Fiorenza, editore gay raffinato e coltissimo, un personaggio dall’evoluzione inaspettata; i fratelli Giancarlo e Pierluigi Tanzi e la vedova Drusilla, rappresentanti della “Milano bene” che ostenta in maniera decisamente sbruffona uno stile di vita elevato e la fortuna di non aver mai dovuto faticare per ottenerlo. Fondamentale il ruolo del libraio di fama internazionale Manlio Manzoni, l’uomo rigorosamente in cachemire, con clientela multimilionaria in tre continenti, erede di una famiglia da stemma araldico, gli Avian de Brignac, che da sempre adottano soltanto i nomi della Roma repubblicana; vive con la madre Flaminia, un’ottantenne che non esita a trattare il commissario con tutta la sufficienza che solo un’amica del ministro dell’interno Francesco Cossiga può permettersi. Tra i personaggi una menzione particolare per la squadra di Melis, un gruppo assolutamente ben assortito, vivace, che accompagna piacevolmente lo scorrere delle indagini in un clima condito da gioviale spirito cameratesco e dalla bella presenza di uomini in gamba che mettono tutta la loro bravura e buona volontà al servizio della Polizia di Stato.

Come sopra detto, questo romanzo trasferisce nel mondo del giallo l’indiscutibile competenza  di Adriano Bon-Tuzzi (foto) saggista e bibliofilo, come appare evidente in due grosse digressioni poste al centro del romanzo. Il primo intervento-guida sul mondo del collezionismo antiquario è la consulenza presso l’ambasciatore Umberto Barchi di Bersolo, appassionato collezionista che ci fa un po’ da maestro sulla storia dei libri antichi, partendo dalla famosa Bibbia di Gutenberg, passando per le preziosissime edizioni di Aldo Manuzio, raccontando come i libri viaggiassero spesso su muli o navi in risme di fogli in attesa di apposite legature più o meno preziose. La competenza della “lezione” lascia Melis e Fiorenza senza parole, così come l’immensa mole dei suoi tremiladuecentodiciassette esemplari, tra incunaboli, aldine e grandi figurati di incalcolabile valore; ma la chiacchierata non è solo educativa: ai fini dell’indagine farà emergere un affare poco chiaro in cui Tanzi e Manzoni avrebbero guadagnato ben 8oo milioni esportando illecitamente all’estero un manoscritto bizantino del Quattrocento. Bisogna dunque indagare in questa direzione, per Melis è necessario saperne di più, ma, come afferma lo stesso ambasciatore, “il collezionismo è un’occupazione seria”, ogni specifico ambito va approfondito separatamente e, se vogliamo parlare di stili e datazione delle legature, l’ambasciatore è costretto a passare il testimone ad un altro consulente, un medico milanese, amatore ma raffinato specialista, possessore di parecchi esemplari di grande pregio: il dottor Stefano Giuliani. Anche il Giuliani non manca di farci una bella lezione sugli aspetti storico-artistici della legatura: e anche stavolta la varietà dei preziosismi, delle incisioni, delle tecniche dei Maestri più famosi ci addentra in un mondo ancor più sconosciuto e forse persino più importante ai fini della risoluzione dell’indagine…

Su questi due excursus l’opinione può essere diametralmente opposta: li ami o li odi. La loro presenza corposa, forse ingombrante, al centro del romanzo rallenta sicuramente il ritmo narrativo, dà la sensazione che l’abbondanza e la dovizia di dettagli siano più un’esibizione del saggista che una parte funzionale al romanziere. Personalmente credo chi sceglie un “giallo bibliofilo” è proprio perché ama, e si aspetta di incontrare, un bel divertissement che ci faccia indugiare nell’élite di questo mondo così affascinante, che ci faccia respirare l’odore della carta invecchiata, delle legature in pelle, che si prenda il tempo di parlarci di aspetti che i non addetti, per lo più, sconoscono. Ad ogni modo, basta un altro omicidio nell’ultima parte del romanzo per riportare la tensione al massimo e far scorrere velocemente le pagine alla ricerca del triplice omicida.

Trovo anche piacevole, per noi lettori odierni, la sensazione di guardare con gli occhi “inconsapevoli” dei protagonisti gli eventi di quegli anni (il clima di tensione dovuto agli attentati, i personaggi politici della prima Repubblica) e ci fa sorridere  la profetica  constatazione di Melis che se inventassero una rottura di coglioni come il telefono portatile…sicuramente in Italia farebbe furore. Quello che, invece, noi lettori potremmo non gradire è un finale -come dire- eccessivamente clamoroso: personalmente avrei preferito che fosse un dettaglio più “sottile”, più studiato a risolvere questo caso. Ma certamente sono disposta a perdonare un commissario Melis ancora alla prima indagine e sono ansiosa di leggere le storie che negli anni a seguire Hans-Adriano ha pensato per il suo commissario di cui, tra l’altro, non ci ha ancora svelato il nome di battesimo…

Hans Tuzzi, Il Maestro della testa sfondata, Ed. Sylvestre Bonnard, Milano 2002, pagg.275, euro 11, 50.yello che forQ

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