Pablo De Santis, Lettere e filosofia, Sellerio, Palermo 2000, pagg.237.

di Giulia Domna

Pablo De Santis, scrittore argentino nato a Buenos Aires, ha iniziato come sceneggiatore di fumetti e ha proseguito dedicandosi alla letteratura per l’infanzia, racconti per giovani, ma anche a romanzi polizieschi, come questo “Lettere e filosofia” pubblicato in Italia nel 2000, un giallo non privo di piacevole intellettualismo. Protagonista è Esteban Mirò, un giovane che stancamente trascina la sua tesi di dottorato, da poco assunto come bibliotecario (più per le amicizie e l’interessamento della madre invadente che per intraprendenza personale) presso l’Istituto di Letteratura Argentina dell’emerito professor Conde.

Una facoltà di Lettere e filosofia fatiscente, pareti e soffitti praticamente in rovina e soggetti a frequenti crolli a causa di continue perdite d’acqua dalle tubature; un misterioso “Quarto piano” che ospita, nel più totale abbandono alle tenebre e ai topi, interminabili pile di libri e quaderni, montagne impossibili da scalare, ricoperte da spesse coltri di polvere, che formano cunicoli dai quali è difficile tornare indietro: solo rare “spedizioni archeologiche” di ricercatori hanno osato sfidare questi luoghi impervi e accessibili solo al silenzioso, burbero  “Guardiano notturno”.

Questo l’allucinante scenario che fa da teatro agli omicidi dei personaggi che ruotano intorno alla facoltà; ed è anche il luogo in cui il sopravvissuto Esteban ritorna per mettere per iscritto un resoconto degli avvenimenti, come se, prima di questa scrittura, i fatti e le persone non fossero mai realmente esistiti.

Ecco gli ingredienti della storia: un autore, Homero Brocca, le cui opere sono però scomparse in circostanze poco chiare prima della pubblicazione e la cui stessa presunta morte in un naufragio è avvolta nel mistero; il professor Conde, unico lettore vivente quindi principale critico di Homero Brocca, che su questo fantomatico scrittore ha costruito la sua cattedra e la sua fama; i professori Novario e Selva Granados, anch’essi studiosi di Brocca, che aleggiano come avvoltoi sui segreti che Conde custodisce gelosamente nel suo Istituto; Trejo, lo stravagante investigatore titolare di una aleatoria quanto inconsistente cattedra di Logica; e per finire Sostituzioni, un romanzo inedito prossimo a venire alla luce, di cui però esistono centinaia di varianti, un racconto che ne crea continuamente un altro in una sorta di metonimia senza fine…Ma il vero “giallo” di questo romanzo riguarda la scrittura stessa, la sua assenza che diventa ossessiva presenza.

La scrittura gioca brutti scherzi al giovane Esteban: quaderni firmati H.B. appaiono e scompaiono nelle indagini che in diversi momenti storici si svolgono al Quarto piano, quaderni che si riempiono come se “i fogli maligni si scrivessero da soli” o che annunciano irrimediabilmente  in ogni pagina  -in maniera quasi maniacale- “Questo quaderno è vuoto”. Anche questa mancanza di scrittura, l’assenza stessa dell’opera di Brocca rendono più grande, più urgente il mistero da risolvere.

Solo scorrendo il romanzo cominciamo a capire l’origine della perversione della scrittura, in un Homero Brocca ragazzo punito da padre che lo rinchiude in una stanza vuota “a morire di noia”: noia che il giovane vince inventando e “leggendo” un nuovo codice scritto nelle macchie sulle pareti, nelle imperfezioni, nelle ragnatele, nelle righe del pavimento di legno. Un caso da sogno allucinatorio che mi richiama alla mente un racconto di Jorge Louis Borges “La scrittura del dio”: là c’era Tzinacàn, mago della piramide di Qaholom, rinchiuso dentro una cella di pietra da innumerevoli anni, che cerca la sentenza divina atta a scongiurare tutti i mali; e il vecchio la trova -anzi la “legge”- nell’ordine e nella configurazione delle macchie sulla pelliccia del giaguaro che lento misura il tempo e lo spazio nella cella adiacente alla sua. Tzinacàn crea i segni di un nuovo codice, una scrittura divina che, come formula magica, svela ogni mistero dell’Universo, ma che morirà con lui.

De Santis si ispira a Borges per rappresentare il romanzo di una scrittura onnipotente, ma che presto si configura come “malattia”: la sindrome di Van Holst, propria di chi non può fare a meno di scrivere e crede che ciò che è scritto sui fogli possa effettivamente agire sulla realtà; lo scrittore malato non vede le cose, ma solo i segni che le rappresentano; il rapporto con gli oggetti è dunque capovolto: gli oggetti diventano a loro volta i segni che rimandano all’unica vera realtà che è il linguaggio.

La scrittura, quindi, non descrive, bensì scrive essa stessa la realtà: come nella poesia della professoressa Selva Granados “l’ascensore che…è precipitato fino in fondo” non sembra profetizzare quanto effettivamente accadrà, ma sembra piuttosto creare la fine stessa della donna nell’ascensore.

Homero Brocca non è l’unico “scrittore fantasma” del romanzo, perché a causa della malattia la clinica Spinoza ospita moltissimi “fantasmi di scrittori”: stanno lì, appesi a decine di macchine da scrivere, mentre fermano sulla carta ogni evento quasi nello stesso istante in cui avviene; uomini ricoperti dai loro stessi fogli, condannati a scrivere anziché vivere la loro vita e, non di meno, intenti a comporre –come infiniti Brocca- la loro variante di Sostituzioni

E questo giallo ricco di allucinazioni letterarie rompe alla fine l’illusione scenica della meta-narrazione: non stiamo solo leggendo un  romanzo nel romanzo (cioè l’avventura scritta a-posteriori da Esteban) ma, sempre nel gioco infinito della metonimia letteraria, tutti i personaggi erano a loro volta protagonisti di un inedito romanzo Lettere e filosofia, il cui autore ha segretamente, dall’alto, mosso le fila di tutti gli eventi. Per dirla con le parole del professor Trejo “solo ammettendo che la realtà è in gran parte immaginaria si può raggiungere la verità”.

Pablo De Santis, Lettere  e filosofia, Sellerio, Palermo 2000, pagg.237, euro 10.

 

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