Isabella Adinolfi, Etty Hillesum. La fortezza inespugnabile, Il melangolo, p. 214.

di Emanuela Catalano

Il Diario e le Lettere di Etty Hillesum sono noti a tutti. Dopo essere stati rifiutati da numerosi editori, vengono pubblicati a quarant’anni dalla sciagura che narrano: un dramma epocale prima di tutto, una cesura netta, una frattura tra il prima e il dopo della storia, ma anche un travaglio spirituale del tutto intimo, interiore, privato e personale. Un’altra donna, ebrea anche lei, che assume su di sé il compito di testimoniare e di serbare in sé, attraverso i suoi undici quaderni, la memoria della tragedia che incombe su di lei, sul destino del suo popolo, e sull’intera Europa.

Ritroviamo nelle pagine del bel saggio di Adinolfi quel tentativo di comprendere quanto accaduto, che era tanto caro alla Arendt, la necessità della testimonianza per dirla con Agamben, del dare voce a coloro che Primo Levi chiamò i “musulmani”, coloro che hanno ‘toccato il fondo’ per intenderci. Ancora una volta è l’imperativo etico della memoria, il custodire, il dovere di ricordare che si palesa a noi e si manifesta in tutta la sua evidenza e necessità. E se la storia è davvero magistra vitae, o noi siamo stati cattivi allievi parafrasando Gramsci, oppure, a voler aprire uno squarcio di luce e ottimismo, a noi – le generazioni ‘attese’ di Benjamin – spetta il compito ineludibile di riflettere su quanto accaduto, riaprire dibattiti, spazi di discussione, valichi di libertà. È nell’ambito del collettivo Sentieri Erranti, in questo spazio virtuale che sento un po’ come mio, ma anche nostro e di tutti voi, in questo cammino comune che in quanto tale, come suggerisce l’appellativo stesso, deve fungere da cammino, strada in comune, da percorrere insieme – non più dunque sentieri che si interrompono ma tentativi di tessere e intrecciare vite diverse e disparate e fili del discorso – che vogliamo riaprire il discorso.

Auschwitz è un nome che nella memoria collettiva – tralasciando gli aberranti tentativi di revisionismo storico e negazionismo – evoca una sciagura, l’Olocausto per l’appunto del popolo ebreo. Se insisto su queste tematiche è anche per ricordare che l’Olocausto non è stato l’unica carneficina del XX secolo. Ogni giorno purtroppo assistiamo inermi alle notizie di tg e media che ci sembrano distanti anni luce da noi: un’indifferenza e apatia che non sono più possibili e concepibili, non possiamo permettercelo: ogni anno, migliaia di essere umani vengono massacrati e trucidati in nome di etnie, appartenenze e minoranze linguistiche, matrici religiose spinte al parossismo. È a queste vittime che oggi va il mio pensiero. Religione per l’appunto.

In quello che a mio avviso è il saggio più bello e interessante di Jonas, egli definisce Dio come una creatura che ha dovuto rinunciare alla sua onnipotenza per salvaguardare la propria bontà. E allora, diventa lecito e spontaneo chiederselo, dov’era Dio mentre il suo popolo eletto veniva condotto come pecore da macello alla forca, dov’era Dio in tutto questo? Perché ha permesso che ciò accadesse? Elie Wiesel ha risposto additandolo nel volto di un bambino penzoloni. Dio è lì, nel volto di quel bambino ormai sospeso tra la vita e la morte ma questo comporta per lui l’accantonamento di ogni fede nel divino e la rinuncia sic et simpliciter a Dio. Se deus est, unde malum? potremmo chiederci ancora con sant’Agostino. E concludere con il “tutto è lecito” di Dostoevskij.

Isabella Adinolfi

Questa breve carrellata di autori a me cari, questo excursus non servono che a cogliere il punto nodale del nostro discorso. Non che mi sia dimenticata di Etty. Assieme alla Arendt e alla Weil, ella è stata uno dei miei fari nella notte. Ognuna ha tentato, nei limiti del possibile e della loro esistenza, di trovare una risposta a questo inquietante interrogativo. Quello che più colpisce, nel caso della Hillesum, è il diverso modo in cui vi corrisponde. Contrariamente e in barba al monito di Adorno sull’impossibilità, ricorderete, che ci possa essere di nuovo poesia dopo Auschwitz, la Hillesum risponde propria amplificando e intensificando la sua attività creativa, il suo estro artistico e perché no, il suo genio. Occorreva attivare, come lei stessa scrive, “altri organi oltre la ragione”, ormai resasi impotente e incapace di farci comprendere questa barbarie e questa realtà sconcertante. Un linguaggio ‘altro’, nuove forme letterarie in grado di rappresentare l’irrappresentabile, di pensare l’impensabile, di dare forma a ciò che non sarebbe mai dovuto accadere. Nel poco tempo che ebbe a disposizione, capì di dover far chiarezza nei meandri della propria anima per squarciare il velo sulla realtà esteriore perché se gli avvenimenti esterni ci appaiono incomprensibili ciò è dovuto in primo luogo all’impossibilità di fare luce su se stessi. E per farlo, scopriamo che ha bisogno di seguire una terapia, per conciliare i suoi molteplici aspetti, le differenti personalità che la animano, le sue contraddizioni, per mettere a tacere le sue paure e le sue insicurezze: ha soli 27 anni ma è una donna complessa, poliedrica, sensibile, e per rimediare a queste défaillances si reca da uno psicochirologo, il dottor Julius Spier, con il quale intratterrà una storia erotica travagliata, essendo entrambi impegnati sentimentalmente.

Quel che emergerà da questi incontri è la convinzione che la vita sia bella e degna di essere vissuta, in qualsiasi condizione. E torna qui anche la concezione della filosofia come pratica di vita vissuta, non mera teoresi, ma esercizi spirituali come l’ha intesa giustamente Hadot riferendosi alla sua nascita per spiegarne l’applicazione pratica ai casi concreti di vita quotidiana. La Hillesum esperisce sulla sua pelle le paure e le contraddizioni di un periodo buio per la storia dell’umanità. Ancora una volta, una vita che si intreccia come un pensiero a voler quasi ribadire che anima e corpo siano davvero inscindibili.

La filosofia è permeata da una continua e ininterrotta riflessione sulla vita, sul suo senso, il suo telos, su ciò che ha valore ed è davvero importante, sempre finalizzata al modo più giusto e migliore di vivere, all’insegna di quell’ideale di stoica memoria del viver buono e felice. Da qui si spiega il sottotitolo dell’opera: una fortezza inespugnabile; in un mondo che andava inevitabilmente incontro alla catastrofe, in un momento in cui tutto sembrava sfasciarsi e ammiccare alla perdita di senso e di valore, è negli interstizi dell’interiorità che trova la forza di reagire e di sopravvivere, di ricostruire dalle rovine. Come fece questa giovane donna ad erigere queste mura interiori affinché la sua dignità e il suo amore per la vita non venissero mai meno, mai scalfiti, distrutti?

Leggiamo nel Diario: “Mio Dio, sono tempi tanto angosciosi. […] Ti prometto una cosa, Dio, soltanto una piccola cosa: cercherò di non appesantire l’oggi con i pesi delle mie preoccupazioni per il domani”. Ed è una frase che fa tremare le vene dei polsi se pensiamo al preciso istante nel quale fu scritta. Nella tragedia della seconda guerra mondiale, la Hillesum (foto) appartiene chiaramente a quel gruppo di ebrei che decisero di mantenere salda la fede nel loro Dio, consci che lui non li avrebbe mai abbandonato. Mirabile ‘sacerdotessa dell’interiorità’, ella comprese che è solo attraverso una lunga pratica di meditazione e riflessione su di sé, con un meticoloso lavoro di introspezione che si può comprendere se stessi e mettere ordine nel proprio caos interiore. Soltanto un Io che sia padrone in casa sua può permettersi l’evidente lusso di essere padrone di sé e non più preda di istinti selvaggi, appetiti, conflitti irrisolti: l’interiorità diviene il luogo in cui vivere bene, in pace con se stessi, in maniera serena e equilibrata. Con la consapevolezza che Dio risiede in interiore homine per dirla con Agostino, quel che succede al di fuori di noi, non ci travolgerà nel nostro intimo, non ci abbatterà se si sarà fatta chiarezza dentro di sé, se si troverà questo saldo appiglio. Lei che si definiva un ‘povero diavolo impaurito’ giunge ad un altissimo grado di tranquillità e pacatezza d’animo: la maggior parte dei suoi contemporanei purtroppo non ebbe la medesima forza.

Agamben riporta la ferrea logica del campo di sterminio: distruggerli prima di tutto nell’animo, umiliarli nel profondo, estirpandone la dignità di uomini, prima di eliminarli fisicamente. Améry li definiva privati di ogni “ambito di consapevolezza in cui bene e male, nobiltà o bassezza, spiritualità e non spiritualità potessero confrontarsi”. Molti hanno avuto poi a che fare con la vergogna, il senso di colpa per essere sopravvissuti. E il paradosso sta proprio qui, nell’impossibilità di testimoniare: è qui che si cela la possibilità di una parola attraverso la sua impossibilità, il che indica l’aver luogo di una lingua come evento di una soggettività. Per portare la sua testimonianza, prima di morire, la Hillesum affascina con la sua voce e seduce per quell’amore così grande che seppe trasmettere, capace di opporsi ad un’agghiacciante vicenda di morte, con un’incondizionata affermazione di vita, fiducia, e amore. Lungi dal farsi abbruttire e corrodere dentro, la Hillesum seppe come reagire: il saggio tenta di ripercorrere la vita di questa giovane donna, attraverso i suoi incontri, le sua amicizie e letture, le prove cui la vita la sottopone fino a farla maturare e giungere alla certezza che l’unica cosa possibile, l’unica che occorre fare e per la quale valga la pena vivere è quella di riporre la propria vita nelle mani Dio e confidare in lui, al di là di tutto e di tutti per ritrovare quella forza e quella voglia di vivere che ritroviamo nell’insegnamento di questa straordinaria donna. È questo il messaggio che da ultimo la Hillesum ci tramanda e ci lascia in eredità.

Isabella Adinolfi, Etty Hillesum. La fortezza inespugnabile, il melangolo, p. 214, € 16,00.

2 commenti su “Isabella Adinolfi, Etty Hillesum. La fortezza inespugnabile, Il melangolo, p. 214.

  1. Francesco Camagna ha detto:

    ciao, molto interessante il testo. a proposito volevo chiederti se hai per caso del materiale che colleghi il diario di etty con seneca o con rilke…sai dirmi qualcosa?

    • sentierierranti ha detto:

      Grazie; Mi spiace di Etty ho la biografia critica pubblicata da Bruno Mondadori, i Diari, le lEttere ma nulla che faccia riferimento a quanto richiedi.Mi spiace. Puoi scrivere direttamente all’autrice della recensione che magari riesce ad aiutarti.

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