Giochi di potere. Gladiatori e arte del governo nell’età Antica.

di Giulia Domna

Inoltre se la nona Aurora avrà portato ai mortali
il santo giorno e ricoperto il mondo di raggi,
indirò per i Teucri per prime le gare della flotta veloce;
e chi vale nella corsa a piedi e chi, audace per forze
o si presenta migliore nel giavellotto e nelle frecce leggere
o si fida d’attaccare uno scontro col forte cesto,
tutti sian presenti e s’aspettino i premi della meritata palma

  Virgilio, Eneide,  V, 65-70

Mosaico del gladiatore, Villa Borghese, Roma.

A Drepanum,  accogliente città sulla costa occidentale della Sicilia, Enea fa ritorno una seconda volta durante il suo peregrinare per celebrare il primo anniversario della sepoltura del padre Anchise, le cui ceneri e ossa si trovavano proprio in quella terra: il pius eroe celebra, secondo la tradizione, i riti funebri  offrendo al padre dei giochi come munus, che significa “dono”, ma anche “dovere” nei confronti del defunto: una regata navale, la corsa a piedi, il pugilato, il tiro con l’arco, una parata equestre. Attraverso i ludi Enea e i compagni scaricano le tensioni accumulate durante il viaggio; l’atmosfera è festosa, la narrazione vivace e ricchi i premi in palio:

[…]tripodi sacri, verdi corone, palme come dono ai vincitori, armi e vesti ricamate di porpora, talenti d’argento e d’oro sacri [1].

Oggi a noi sfugge il legame tra la morte e una festosa celebrazione (fatta eccezione se vogliamo per i fastosi ricevimenti funebri della tradizione americana), ma i ludi rappresentavano per quella società prima di tutto un’espressione culturale e sacrale, come ben sottolineato da Johan Huizinga[2]:

[…] la cultura sorge in forma ludica, la cultura è dapprima giocata. Nei giochi e con i giochi la vita sociale si riveste di forme sopra-biologiche che le conferiscono maggior valore. Con quei giochi la collettività esprime la sua interpretazione della vita e del mondo. Dunque ciò non significa che il gioco muta o si converte in cultura, ma piuttosto che la cultura nelle sue fasi originarie, porta il carattere di un gioco.

La forma di ludus che senza dubbio ebbe maggiore successo nel mondo romano fu il combattimento tra uomini muniti di gladius, cioè la spada corta: i gladiatori per l’appunto. L’origine è incerta: nacque probabilmente in Etruria o presso le popolazioni osco-sannitiche nell’ambito delle cerimonie funebri dei guerrieri. Inizialmente non si impiegavano dei veri e propri “professionisti”: servi, prigionieri, condannati a morte (ad gladium in questo caso) erano i candidati perfetti per inscenare questo tipo di spettacolo.

 Lo storico Tito Livio afferma che il primo munus gladiatorium tenutosi a Roma fu organizzato presso il Foro Boario nel 264 a.C. da Decio Giunio Bruto per commemorare la morte del nobile padre Lucio Giunio Bruto, promotore della Repubblica romana. L’esempio non tarda ad essere seguito da nobili e facoltosi cittadini romani, che si preoccupano di organizzare munera in occasione di funerali di parenti defunti,  per celebrare cariche pubbliche, o eventi religiosi. I munera potevano includere anche le venationes, veri e proprio spettacoli di caccia: leoni, antilopi, elefanti, gru, tigri, orsi, animali quanto più possibile rari e feroci, migliaia di esemplari fatti pervenire anche da molto lontano su apposite navi da carico per essere massacrati sotto gli occhi appassionati degli spettatori; un’idea ancora una volta incomprensibile per noi, che farebbe rabbrividire le associazioni animaliste e non solo (altro che Green hill). Ilfenomeno assunse dimensioni talmente preoccupanti che nel 170 a.C. il Senato fu costretto a vietare l’importazione di animali dall’Africa, sia per frenare un commercio che arricchiva eccessivamente Cartagine, sia per arginare  le ambizioni di quanti utilizzavanogli spettacoli come mezzo di propaganda personale.Ma fatta la legge, trovato l’inganno:la popolarità di queste venationes, allora ambientate nel Circo Massimo, era però tale che, secondo una notizia di Plinio il vecchio, un tribuno della plebe fece votare un plebiscito che escludeva dal divieto proprio le bestie destinate agli spettacoli.

Ma tornando ai munera, qual è il motivo che spingeva i facoltosi romani a tanto generoso (oneroso) evergetismo?La risposta è semplice: i giochi gladiatorii incontrarono un così grande favore da parte del pubblico che, a partire dal II secolo a.C., furono organizzati indipendentemente dalle cerimonie funebri e ben presto finirono per trasformarsi in veri e propri spectacula, manifestazioni “da guardare”[3]. Se poi ad offrire lo spettacolo era un cittadino interessato ad intraprendere la carriera politica o a scalare le vette del cursus honorum[4], i ludi potevano diventare un vero, ambizioso investmento pubblicitario.

 Roma non era certo priva di media, la letteratura e il teatro rappresentavano già ottimi veicoli per la circolazione delle idee, e la funzione propagandistica della letteratura si accentuerà all’inizio del pricipato quando Ottaviano Augusto fece dei suoi letterati il canale preferenziale di diffusione  della Pax Augusta. Ma la letteratura e il teatro in quanto nobili arti, si sa, non sono per tutti: per raggiungere le masse in maniera capillare, per arrivare agli strati più bassi della popolazione, la plebs urbana più manipolabile ai fini elettorali, bisognava soddisfare bisogni di natura primaria: panem et circenses dirà più avanti con sdegno il poeta satirico Giovenale. Che cosa c’è di meglio di una bella settimana di giochi cruenti, spettacoli, elargizioni di viveri per convincersi che l’editor, l’impresario che ha sovvenzionato gli spectacula, è senza dubbio un uomo che pensa al nostro benessere e quindi degno del nostro voto? Il munus va dunque perdendo la sua valenza sacrale -quella che  anacronisticamente Virgilio aveva rappresentato nei giochi per Anchise- per diventare un dono offerto e dovuto al popolo, che ne apprezza la grandiosità e ricambia accordando il suo favore all’editor di turno. Ed ecco il voto di scambio. Il termine ambitus designava il broglio elettorale e nasce proprio dall’ambitus[5], il frenetico andare in giro qua e là dei candidati impegnati a raccogliere i voti: sembra un deja-vu delle odierne elezioni comunali o di quartiere, quando vediamo  i nostri compaesani indaffarati ad andare qua e là alla ricerca di voti presso parenti e amici! I candidati si facevano vedere nei punti strategici della città (piazze, mercati e pubbliche riunioni) per farsi “pubblicità”, facilmente riconoscibili proprio perché dotati di una toga assolutamente “candida”; inutile sottolineare il paradosso rappresentato dal candore dell’abito addosso a persone non esattamente “senza macchia”.

Il mercato dei voti era un fenomeno così diffuso già in età repubblicana che “al confronto i fenomeni di corruzione dei nostri tempi sembrano un’inezia”[6] : a Roma i voti si compravano -né più e né meno che ai giorni nostri- a suon di sesterzi[7], e contro il reato di compravendita dei voti si resero necessarie apposite leggi.

Imbarco degli animali per le venationes, villa del Casale, Piazza Armerina

Già nel 358 a.C. la lex Petelia de ambitu mirava ad arginare l’ambitio, cioè l’eccessivo darsi da fare degli homines novi[8]. Ma i voti si compravano anche con metodi più sottili, come l’offerta di banchetti o largitiones in denaro: anche questi gesti, come i giochi, nascono originariamente da un  aristocratico spirito evergetico che vedeva il cittadino più abbiente prendersi cura di quello più indigente; ma nel tempo queste pratiche degenerarono di fatto in abuso di potere, in una “protezione” che comportava l’asservimento degli humiliores a pratiche clientelari che oggi non esiteremmo a definire di stampo mafioso.

Non ultimo tra i mezzi con cui un ricco politico romano poteva procurarsi facilmente un vasto consenso elettorale, la sovvenzione di un munus gladiatorium. L’evidenza era sotto gli occhi di tutti se Cicerone nella sua orazione Pro Sestio[9] affermava amaramente che “la volontà e l’opinione del popolo romano si affermano soprattutto in tre luoghi: nell’assemblea, nei comizi e in occasione dei giochi gladiatorii”. Gli spettacoli, ancor più che i comizi, diventavano lo scenario di una ormai corrotta espressione democratica.

L’importanza degli spettacoli gladiatorii ai fini elettorali è indirettamente dimostrata anche dall’accurata legislazione appositamente dedicata: a partire dal 67 a.C., con la lex Calpurnia de ambitu, il console C. Calpurnio Pisone proibì ad un candidato di distribuire ai cittadini posti nelle manifestazioni gladiatorie, pena l’esclusione perpetua dalla propria carica e dal seggio senatorio:

‹‹se mediante ricompensa si fosse andati incontro ai candidati, se venissero offerti posti agli spettacoli di gladiatori o pranzi alla plebe, questi comportamenti rientrano nella legge Calpurnia[10]››

A rincarare la dose ci pensò lo stesso Cicerone che nel 63 a.C. con la lex Tullia de ambitu disciplinò l’evidente conflitto di interessi tra l’edizione dei giochi e l’imminente candidatura ad una qualsiasi magistratura, vietando ai candidati l’organizzazione di spettacoli nel biennio precedente le elezioni; un provvedimento molto severo che prevedeva, oltre alle pene già previste dalla lex Calpurnia, dieci anni di esilio per i trasgressori. Pompeo Magno nel 52 a. C. arriverà addirittura ad ipotizzare l’esilio perpetuo per i colpevoli di ambitus.

 Ciononostante, i munera continuarono ad essere organizzati, sempre più spettacolari; la magnificenza dei giochi, data dal numero e dalla fama dei campioni partecipanti, era un parametro fondamentale per il coinvolgimento delle masse di amatores (i “tifosi” diremmo noi): una logica non certo diversa da quella che oggi spinge i presidenti dei più famosi club calcistici a spendere milioni di euro per i giocatori più in vista sul mercato, per dare lustro alla squadra e portare più ultras negli stadi; o come i sindaci e assessori dei nostri comuni che mettono largamente mano alle casse comunali (spesso in pessime condizioni di bilancio) per offrire gratuitamente nelle piazze delle proprie città l’esibizione di catanti o cabarettisti già noti al mondo della televisione, sicuri di legare il proprio nome ad uno spettacolo che i cittadini gradiranno e ricorderanno al momento delle elezioni. Anche a Roma bisognava dunque “far colpo” sul pubblico, che dagli spalti decideva le sorti non solo dei gladiatori, ma anche del futuro politico dell’Urbe: per porre un freno a questo business  il Senato nel 65 a. C. stabilì un limite al numero di coppie gladiatorie che l’editor poteva offrire in un unico spettacolo.

Lo stesso Pompeo Magno non resistette alla lusinghiera fama di organizzatore di giochi, ma esagerò nella sua edizione attirandosi le critiche dell’ex console Cicerone: l’oratore racconta in una lettera all’amico Marco Mario[11] che Pompeo aveva proposto uno spettacolo eccessivamente costoso che aveva colpito solo il volgo, non certamente gli optimates[12]; gli spettacoli avevano avuto il consenso popolare perché ricchi di un fasto senza gusto. Anche con le venationes Pompeo aveva esagerato: addirittura due al giorno per cinque giorni, una cosa che poteva piacere al popolino, ma non alle persone di un certo rango, che non godevano nell’assistere ad un massacro di animali.

 Il significato politico della propaganda legata all’organizzazione degli spettacoli gladiatori non poteva che ampliarsi in età imperiale; ampliarsi, ma anche concentrarsi in un’unica personalità, così come i vari poteri che, progressivamente, abbandonarono le competenze dei magistrati e del Senato per concentrarsi nelle mani del princeps. Nel 22 a.C. Augusto regolamenta (a proprio vantaggio) i giochi gladiatorii fissando per ciascun editor il numero massimo di due spettacoli ogni anno, con non più di 120 gladiatori: moderare l’entità degli spettacoli significava arginare l’ambitio dei magistrati e non disperdere il favore popolare. Regole che ovviamente non valevano per il princeps il quale godeva di assoluta “immunità”.

Imbarco degli animali per le venationes, Villa del Casale, Piazza Armerina

 Ad  Augusto non bastò la gloriosa fama che le opere virgiliane diedero alla gens Iulia  o la (esplicitamente richiesta) celebrazione della sua “età dell’oro” nel Carmen saeculare oraziano; perché accontentarsi di un “gruppo editoriale” che pubblichi  le notizie di nostro gradimento, se possiamo avvalerci -che so- di tre canali televisivi nazionali? e non di meno di un club sportivo di serie A? Scherzi (e paragoni) a parte, l’abile imperatore, alla ricerca del consensus universorum per legittimare un potere che per la prima volta dopo cinque secoli ritornava nelle mani di un solo uomo, decise di sfruttare l’enorme potenziale propagandistico dei ludi: Svetonio, il celebre biografo dei Cesari, riferisce che fu proprio Augusto ad inaugurare la stagione dei munera offerti direttamente dall’imperatore, splendidi strumenti di propaganda di cui si serviranno anche i suoi successori.  Spettacoli meravigliosi, monumentali, costosissimi e di altissimo livello, come ben raccontato nel riuscitissimo “spot pubblicitario” uscito dalla penna dello stesso princeps, le Res gestae Divi Augusti:

Tre volte allestii uno spettacolo gladiatorio a nome mio e cinque volte a nome dei miei figli o nipoti; e in questi spettacoli combatterono circa diecimila uomini. Due volte a mio nome offrii al popolo spettacolo di atleti fatti venire da ogni parte, e una terza volta a nome di mio nipote. Allestii giochi a mio nome quattro  volte, invece al posto di altri magistrati ventitre volte. In nome del collegio dei quindecemviri, come presidente del collegio, avendo per collega Marco Agrippa, durante il consolato di Gaio Furnio e GaioSilano, celebrai i Ludi Secolari. Durante il mio tredicesimo consolato celebrai per primo i Ludi di Marte che in seguito e di seguito negli anni successivi, per decreto dl senato e per leggi, furono celebrati dai consoli. Allestii per il popolo 26 volte, a nome mio o dei miei figli e nipoti, cacce di belve africane, nel circo o nel foro o nell’anfiteatro, nelle quali furono ammazzate circa 3500 belve.  [13].

 Non siamo qui per fare una colpa agli imperatori del fatto che i mezzi usati per imbonire le masse erano così efficaci, se attraverso i ludi cavalcarono un’onda fortunata che li rese più famosi e graditi fuori e dentro le arene (dove a volte si esibirono persino in prima persona).  La gestione di un  impero così vasto era estremamente difficile, il comportamento dei principi spesso dispotico e insopportabile, la vita delle plebe dura, le tasse esose, ma -mi perdoni il Manzoni- “il popolo perdonava molte cose per uno spettacolo gladiatorio”. Al popolo la democrazia aveva affidato il potere; ma la politica, si sa, è un affare troppo complesso perché possano metterci mano tutti:  meglio fare gli spettatori, e per non pensare al lavoro che manca, ai diritti sociali  lesi, agli abusi di potere, alla giustizia che non funziona possiamo sempre dilettarci con reality-shows, i-pad, la movida dei locali notturni, i capricci della moda, con questo mondo così colorato, frenetico, circense, ricco di armi di distrazione di massa.


[1]  Virg , Eneide , V, 110-112 ‹‹ tripodes viridesque coronae / et palmae, pretium victoribus, armaque et ostro / perfusae vestes, argenti aurique talentum…»

[2] J. Huizinga, Homo Ludens, Il Saggiatore, 1972

[3] Latino spectare: “guardare”

[4] Letteralmente “la corsa delle cariche” : l’itinerario delle magistrature che doveva seguire l’aspirante politico nella Res publica romana.

[5] “Ambitus”  dal verbo ambio “andare intorno”.

[6] L. Perelli, La corruzione politica nell’antica Roma, Milano 1994, pag 73.

[7] Verre, ad esempio, distribuì 300.000 sesterzi, equivalenti grosso modo a 375 milioni di lire attuali, tra i divisores della sua tribù per essere eletto pretore, altri 300.000 ad uno che lo accusava di broglio elettorale perché desistesse dall’accusa25 ed ancora 300.000 tra i divisores di tutte le tribù perché non fosse eletto edile Cicerone (Cic, Verrine, I, 8-9 ; cfr Perelli, cit )

[8]novi” alla  scena  politica romana.

[9] Cic, Pro Sestio, 106.

[10] Cic, Pro Murena, 67

[11] Cic, Ad Familiares, VII, 1

[12] Per la distinzione ciceroniana tra optimates e populares vedi Pro Sestio 96: “Erano considerati populares quelli che vollero che le loro azioni e le loro parole piacessero alla massa; optimates quelli che cercavano, per le proprie decisioni, l’approvazione di tutte le persone migliori”.

[13] Res gestae, 22


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