Günther Anders, La Battaglia delle Ciliegie. La mia storia d’amore con Hannah Arendt, Donzelli Editore, Roma 2012, pp. 80.

di Emanuela Catalano

Accade certe volte di aver la fortuna di assistere nel corso della storia a quei miracolosi incontri, o strane costellazioni- mi vengono in mente i cosiddetti appuntamenti segreti di cui parlava Benjamin-  in cui due vite si incrociano, si riconoscono e per un’arcana ragione si intrecciano, percorrendo un tratto del cammino insieme. Questo evento assume un tratto ancor più misterioso e singolare quando le due personalità in questione sono due studiosi di filosofia vissuti in una Germania che è ancora la culla della civiltà e della cultura europea ma che sta lentamente avvicinandosi al baratro che da lì a poco la condurrà nell’inferno della Seconda guerra mondiale. Oggetto del suddetto testo è il frutto di tale incontro, un frutto forse un po’ acerbo, data la giovane età dei protagonisti e il poco tempo che ebbero a disposizione, otto anni il tempo loro concesso affinché questa unione potesse diventare in un certo senso matura: ma quest’incontro era tuttavia destinato inesorabilmente al fallimento, come sappiamo dai postumi della storia.

Lui, fresco della dissertazione con Husserl, lei, ha già alle spalle la dissertazione sul concetto di amore in sant’Agostino; è inoltre l’allieva prediletta di Martin Heidegger, con il quale intreccerà una burrascosa relazione erotica e sentimentale le cui conseguenze si ripercuoteranno nel corso di tutta la sua esistenza e saranno evidenti e determinanti, unite anche l’acume, l’acutezza, l’ingegno, la profondità delle sue riflessioni, sul suo pensiero. Lui, G. Anders, la ricorderà nelle pagine di questo volumetto autobiografico come “il più grande amore della sua vita”, anzi “il primo e l’unico”; lei, Hannah Arendt, parlerà del loro matrimonio come di una fuga dall’unico vero e impossibile amore della sua, trasceso ora in “ragione di possibilità” della sua esistenza, quindi mai dimenticato, solo assopito a tratti: “Mi sono sposata giusto per sposarmi, con un uomo che non amavo” scriverà la stessa Arendt in un’epistola indirizzata anni dopo a Elfride, la signora Heidegger per intenderci. Entrambi seguono i corsi di Heidegger, a Marburgo nel 1925, sulla Critica della Ragion Pura.

Si rincontreranno nel 1929, ad un ballo, durante il quale Anders confessa di aver conquistato la ‘sua’ Hannah con le seguenti parole:
Ho conquistato Hannah a un ballo grazie a un’osservazione fatta danzando in cui affermavo che l’amore è quell’atto attraverso il quale l’a posteriori, ovvero l’altro incontrato casualmente, viene trasformato in un a priori della propria vita. Questa bella formula non ha però trovato conferma”.

G.Anders e H.Arendt

Il matrimonio durò infatti fino al 1937, dopo la convivenza parigina, una convivenza a loro dire “dettata dall’indigenza”, anche se era già terminato da un pezzo, come riportano indiscrezioni contenute nei freddi verbali attestanti la separazione. “Una sola cosa mi sono lasciata alle spalle a Marburg e non l’ho potuta recuperare mai più: l’amore” confiderà anni dopo a Joachim Fest nel corso di un’intervista. Per quanto la Arendt cercò di staccarsi dal suo unico vero amore, dopo il discorso del Rettorato del ’33 e l’invischiarsi del pensatore della Foresta Nera nei fatti del Regime, rapporti ancora controversi e non del tutto chiariti (si veda a tal proposito l’intervista-risposta di Heidegger allo “Spiegel” del 23 settembre 1966, in Ormai solo un dio ci può salvare), fisicamente con la fuga in America, sentimentalmente con il secondo matrimonio con Blücher, e intellettualmente con la ricerca continua di un’originalità e autonomia di pensiero, la continuità di questo amore permane tuttavia come un’ombra sullo sfondo, una presenza fissa e costante. Nel 1975, la notizia della morte della Arendt getta inizialmente Günther in uno stato di prostrazione e disperazione. Afflitto dalla nostalgia e dai ricordi, riprende in mano gli appunti di dialoghi avuti con la Arendt durante gli anni berlinesi e decide di pubblicarli in questo libro che prende la sua forma definitiva soltanto nel 1985. È il suo piccolo personale dono ad una grande donna che fu anche una grande filosofa e pensatrice politica per ricordarla e renderle il giusto omaggio ma anche un tentativo di esorcizzare la paura di un uomo rimasto solo e insoddisfatto di vivere nel ricordo idealizzato della prima moglie.

Questa è la prima traduzione in italiano che viene finalmente pubblicata, in concomitanza all’edizione tedesca. È difficile rendere conto delle intenzioni o dello spirito autentico che lo animarono nella stesura di queste pagine. A distanza di anni la memoria vacilla, i ricordi sbiadiscono, dopo cinquant’anni di vita vissuti a distanza e la lunga separazione non ha attutito l’amarezza. È difficile anche ravvisare quanto di tutto ciò sia da ascrivere al pensiero della Arendt e quanto sia propriamente di Stern.

Attraverso la forma del dialogo, egli cerca di riprodurre fedelmente quanto meno i gesti della Arendt, se non il suo lessico e il suo linguaggio; il tema è quello che entrambi affronteranno nel corso della loro intera riflessione: l’uomo nella sua individualità inalienabile da una parte, l’individuo atomizzato socialmente che è “senza finestre”, che ha reciso i suoi collegamenti con il mondo sociale, ma anche nella sua imprescindibile relazione con gli altri e con il mondo, una riflessione sul carattere monadico dell’universo, sulla disgregazione monadico del mondo, l’essere reciprocamente incomprese delle monadi. Leibniz sarebbe rimasto sconcertato se avesse saputo che qualcuno avrebbe verseggiato le sue monadi apparentemente senza finestre. La Arendt vedrà il prototipo di tale uomo in un uomo da lei definito normale, banale – Adolf Eichmann – e la sua riflessione verterà per anni intorno all’aberrante scenario dei campi di concentramento, nel tentativo di sondare le profondità della mente umana, i suoi abissi, per comprendere come tutto ciò sia potuto accadere. Per Anders, la sua opera principale, L’uomo è antiquato, recherà echi di questo tentativo di scandagliare gli stessi abissi attraverso un’accurata analisi delle nuove tecnologie, l’irruzione del pubblico nel privato, la disintegrazione della sfera intima, l’obbedienza cieca e fedele ai nuovi diktat tecnologici, la passiva rassegnazione, il soffocamento di ogni impulso morale, la mancanza di libertà, fino alla bomba atomica, tutti temi che ritroviamo anche in Le Origini del Totalitarismo. Lo scenario delle discussioni è il piccolo balcone della loro minuscola abitazione a Drewitz, l’unico barlume di normalità all’interno di questa coppia anomala. E un cestino, pieno di ciliegie, di cui la Arendt a quanto pare era ghiotta. La battaglia, a questo punto, può iniziare.

Günther Anders, La Battaglia delle Ciliegie. La mia storia d’amore con Hannah Arendt, Donzelli Editore, Roma 2012, pp. 80, € 16,00.

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