PERVERSO CONTEMPORANEO.

di Maurizio Montanari


La porta di un clinico si riempie sovente di oscenità: pensieri perversi, fiumi colmi di odio, pratiche sadomaso, fantasie di infliggere sofferenza fisica a terzi.  Ci vuole molto tempo prima che si tolga la sabbia dalla modalità fantasmatica dell’agire. Il sintomo è sovente il biglietto d’ingresso in seduta, a volte un grossolano incipit col quale il paziente si presenta e chiede. Chiede una sponda per lamentarsi, che diventa un punto di ancoraggio per riallestire la scena del suo chiedere all’Altro. Ossessioni, fobie, corpi smagriti, abbuffate, muscoli palestrati e gonfi sino all’inverosimile, piste di cocaina. Questi sono, al netto della trasformazione alla quale il sintomo va incontro, soggetto alle leggi del tempo, gli elementi dichiarati (nel senso pokeristico del termine: ‘ho questo’ )  nel chiedere un aiuto ‘terapeutico’. Sintomi che possono nascondere la verità soggettiva, dunque difficili da smontare perché intrisi di godimento. Sintomi che tengono incollate strutture pre psicotiche, e pertanto impossibili da eliminare ma da riorganizzare e spendere meglio.   Il soggetto non si lamenta del suo fantasma, perché ‘ attraverso di esso che ottiene piacere’.   A volte se ne vergogna: ‘Generalmente il nevrotico si vergogna del proprio fantasma, perché gli si presenta in contraddizione con i suoi valori morali donne femministe con fantasmi  masochisti , uomini umanitari i cui fantasmi sono particolarmente aggressivi’’

Il periodo attuale, contrassegnato da quella che si definisce ‘l’ evaporazione’ del Nome del Padre’, porta a vivere come ‘anormali’, e dunque stigmatizzanti, comportamenti  riconducibili ad una morigeratezza di  costumi che appare fuori moda. L’eclissi dell’Altro, inteso come raccoglitore – regolatore dei costumi entro i quali nasciamo e sulla base dei quali ci forgiamo,  porta con se un cambiamento del Super Io freudiano il quale, da istanza censoria, diviene secondo Lacan un istigatore al godimento sfrenato. ‘ Come Lacan aveva ben visto funziona quale imperativo di godimento non meno che quale divieto. La conseguenza  è una corsa sfrenata al godimento che, ovviamente, sfocia nell’impossibilità a godere, dal momento che il Super Io esige sempre di più.   S. Zizek afferma ‘ Non ci si sente più in colpa quando ci si abbandona a piaceri illeciti, come prima, ma quando non si è in grado di approfittarne, quando non si arriva a godere‘ .  ‘La vecchia situazione nella quale la società è portatrice di divieti e l’inconscio di pulsioni sregolate, è oggigiorno invertita: è la società ad essere edonista e sregolata, mentre è l’inconscio che regola’.  L’inconscio, il fiume sotterraneo, il fluire carsico che ci determina può oggi apparire non più il luogo profondo e colmo di pulsioni sregolate, bensì un ricettacolo di morigerato pudore.
‘ Se un tempo fingevamo di credere, mentre nel profondo eravamo scettici, o addirittura impegnati a burlarci delle nostre credenze pubbliche, oggi tendiamo a professare pubblicamente il nostro atteggiamento, scettico, edonista o rilassato che sia, mentre dentro di noi rimaniamo abitati da credenze e rigide proibizioni’

Sono orribile’ grida Iva che, a 40 anni, ha ricostruito seno e labbra per mantenere una bellezza utile a non perdere il posto di lavoro. Oggi cade in depressione rifiutando un corpo ricostruito che non riconosce suo. Le viene diagnosticata una dismorfofobia. L’angoscia delle sedute rivela il desiderio di liberarsi dell’opera del chirurgo e tornare come prima. Dagli anni novanta si è imposto un canone standardizzato di bellezza al silicone, esaltato dai media e richiesto nei luoghi di lavoro. Molte donne hanno accettato in modo acritico di modificare i loro corpi, facendosi oggetto di una volontà altra. In un tempo di perversione diffusa, di accettazione indiscussa della volontà dell’Altro della cosmesi, l’angoscia segnala la messa in scacco di un soggetto che non ha mostrato un desiderio sufficiente ad opporsi all’omologazione. Un angoscia che indica anche il senso di colpa di donne che non sono riuscite a sentirsi assolte per aver abdicato la loro volontà a questo Nuovo Canone Estetico.  Quale è l’effetto secondario? Quello che non passa nel pubblico, ma si svela nell’intimo della seduta?

Queste donne tutte uguali, con seni abnormi impianti in corpi vecchi, con labbra mummificate, provocano riso e disgusto.
L’uomo, il ragazzo, che non lo può confessare pubblicamente perché  andrebbe contro il moto di omologazione corrente, ne ha ribrezzo.
‘ La mia ragazza sembra un canotto. La professoressa rifatta è grottesca.’ Con queste frasi gli uomini sottovoce , quasi con senso di colpa  e di ‘inaudito e inconfessabile’, mostrano in seduta la resistenza del soggetto all’omologazione, e sentono una pesante vergogna della loro morigeratezza di costumi. Sono canoni estetici autocefali, autoreferenti.
Un meccanismo si è innescato nel tempo, forse dagli anni ottanta, cominciando la produzione in serie di ‘donne al silicone’.
Non dice una bugia il chirurgo estetico quando afferma ‘ vengono nel mio studio con la foto di una soubrette di 20 anni, e vogliono seno e viso come il suo. E io che devo fare? Le accontento. Le accontenta, ponendosi come soggetto perverso ( chino alla volontà dell’Altro che  ha stabilito il canone). Ma in seduta, o forse davanti ad una birra con un collega, confessa il proprio orrore per certi mostri che escono da suo studio. Il canone , il Significante primario che oggi vige, non è , per ora, discutibile. Lo vogliono i media, lo vogliono le mamme per le figlie.
Cercare di scalare  la vetta di un industria, di una banca , senza il ritocco è ‘impensabile, dottore’. L’altro vuole la donna gommata.
Ma, e qua sta la crepa nell’edificio, siamo su un piano puramente immaginario. L’Altro vuole ed impone la bellezza gommosa, ma l’altro, piccolo, l’uomo della città, lo schifa.
Ecco che in questo cortocircuito, la bellezza autentica, si perde.
La donna non rifatta, libera dall’Altro, pulita e senza trucco, attrae.
Ma non entra nel legame sociale. Non buca. Anni fa il Festival di San Remo venne ‘condotto’ da una donna molto bella.
Non ne ricordo il nome, ma ricordo che aveva un seno piccolo.
La prima cosa che disse in una pubblica intervista fu ‘ appena finito, mi faccio l’operazione’. Come se il suo corpo, bello ed aggraziato, mancasse di qualcosa. Non reclamato dalla donna, ma dal canone di bellezza nella quale ella voleva fare carriera.
Dunque l’ascolto del soggetto implica prendere nota di ciò che nel legame sociale è inconfessabile: ‘Andare oltre questo punto di supposto benessere vuol dire rompere con tutti gli ideali  comuni alla nostra società, giacchè l’etica propria dell’analisi suppone l’adozione di valori rigorosamente inaccettabili’.

Un ulteriore effetto dei movimenti sopra descritti, è una sorta di disinibizione collettiva propria della società liquida.
Un passaggio che ha tramutato il cittadino fruitore in homo mediaticus partecipante. Figli di genitori  a volte irreprensibili e di costumi morigerati,  aprono il loro privato al mondo, in una sorta di diretta permanete sugli angoli che dovrebbero restare riservati. La partecipazione ai ‘talk show’ è superata solo dal concetto di ‘reality show’. Persone cupe e col colpo in canna, diffidenti e paranoiche, schive e disinteressate, pagano abbonamenti televisivi per guardare finte rappresentazioni di convivialità e trarne un divertimento. Si chiudono in camera per fuggire ai litigi familiari, e accendere la tv per godere di liti altrui con i pop corn in mano. C’è oggi una bulimia del conflitto altrui, sbattuto sul palco come spettacolo in quanto tale, privo della drammaticità e della tragicità che un conflitto familiare racchiude, ma edulcorato, gridato, e reso il più vendibile possibile. Famiglie di palta, composte da uomini e donne con corpi costruiti, asettici, sanissimi e griffati, vomitano in scena il loro mal costume, la loro inadeguatezza.
I provini di questi spettacoli dal vivo, nel corso dei quali non viene richiesta nessuna arte se non la esibizione della maleducazione, sono essi stessi uno show. Si allestiscono tendoni per le selezioni non per un film a Cinecittà con i caratteristi dell’urbe a impersonare i gladiatori di Quo Vadis. Ma un palco allestito da un Altro che ti chiede come conditio sine qua non di lasciare sulla soglia ogni pudicizia, ogni barlume di buona creanza. Di spogliarti di quel che resta di un educazione familiare. Un tempo l’ignoranza irretiva e recava un fardello di vergogna. Nella famiglia dell’operaio di Mirafiori, o del simpatizzante del PCI della mie terre, o nel contadino emiliano, questa veniva malcelata con un ‘scusi se mi esprimo male, ma mi sono dovuto fermare alla quinta elementare’. Ho fatto a tempo a sentire questa frase più e più volte.
Ora vale esattamente l’opposto: partecipo allo spettacolo mediatico ( sono dunque attore – spettatore) in una dimensione né vera né falsa, ma trasmissibile. Mi vanto di quel che per due generazioni era vergogna. E’ così’, l’Altro mi da un posto. E’ la morigeratezza dei costumi, il Super Io freudiano che va in naftalina. E’ il tempo dell’ignoranza becera esibita come punto d’arrivo.
Corpi sodi e firmati, ma con le viscere in piazza.

‘L’11 giugno, un uomo è seduto in un cesso dell’aeroporto di Minneapolis. Da sotto la parete divisoria col cesso accanto, Larry Craig gli fa piedino, cerca di strusciargli la gamba, poi passa la mano sotto la parete divisoria e fa segni ammiccanti. Allora l’uomo si alza, bussa alla porta accanto e, come agente sotto copertura contro i crimini sessuali, arresta Larry Craig.
Il punto è che Craig, 62 anni e padre di tre figli, esponente di spicco della destra religiosa, è senatore repubblicano dell’Idaho, e da anni conduce una crociata anti-gay: da sempre si oppone al matrimonio gay e a includere la violenza omofoba tra gli hate crimes (odi di tipo razziale, sessuale).
Il 10 luglio un altro esponente dei cristiani conservatori, il senatore repubblicano della Louisiana David Vitter, 46 anni e quattro figli, ha fatto mea culpa dopo che il suo nome era stato trovato nei tabulati telefonici della Pamela Martin and Associates, un servizio di accompagnatrici, cioè di prostituzione, gestito a Washington da Deborah Jeane Palfrey.   Il deputato repubblicano della Florida Mark Foley, 53 anni, crociato contro gli abusi sui bambini, si è dimesso il 29 settembre del 2006 per lo scandalo dei «paggi», cioè degli adolescenti borsisti in parlamento. L’avvocato di Foley ha ammesso la sua omosessualità – che secondo Newsweek era un segreto di Pulcinella a Washington – e ha detto che era stato violentato da ragazzo da un pastore. Ted Haggard invece, 50 anni, sposato con 5 figli, presidente della National Association of Evangelicals (30 milioni di aderenti), crociato contro i gay, ha dovuto dimettersi nel novembre 2006 perché un prostituto aveva rivelato i suoi rapporti con il pastore.

L’ideale dell’Io è la pratica del buon dire, della buona legge. E’ pronunciare le  cose giuste, sensate, razionali, per un andatura equa e controllata. E’ il ‘politicamente corretto’.  Ma l’ideale dell’io, specie oggi, ha un osceno contrappeso. Il suo contrario, fatto nell’ombra. Anzi, la legge rigida e gridata vela una produzione oscena che sostiene la legge stessa.
Legge che si irrigidisce per placare quella parte in eccesso.

Non si intenda dunque quindi il perverso nella sua accezione più diffusa ( l’individuo dedito a pratiche sessuali  particolari, o schiavo delle pluridipendenze da sostanze ed affini). Ma il perverso come oggetto della volontà dell’Altro. Soggetto definito dall’annullamento della propria volontà, mero esecutore di ordini. Uno dei tanti signori Klamm delle atmosfere kafkiane. Un Eichmann.  ‘Propriamente parlando ( la perversione) è un effetto inverso del  fantasma. E’ il soggetto che si determina esso stesso come oggetto, nel suo  incontro con la divisione della soggettività(…) E in quanto il soggetto si fa  oggetto di una  volontà altra che non solo si chiude, ma si costituisce la posizione  sadomasochista.’
Molti anni fa, quando c’era la DC,  si faceva peccato, si infrangevano le leggi. Si rubava, si tradiva il coniuge.
Ma non si diceva. L’inabissamento di quell’ordine simbolico, ha segnato una sorta di ‘rompete le righe’. ‘Godi’ è l’imperativo contemporaneo. ‘Prendi parte alla festa’.
Anni di posto vacante, hanno determinato l’occupazione di questo posto da parte di un Caligola dagli ordini strambi. Questo mutamento: ‘infrangi le leggi e falla franca’, porta una conseguenza: ha sdoganato quasi completamente quelli che, nel tempo passato, di questo vivevano, facendo dell’agire perverso una regola di vita. Ma lo facevano senza domandare all’Altro un autorizzazione che non ritenevano indispensabile. Un vivere sottotraccia che non ha mai richiesto un palco.
In questo vuoto di regole, di Padre permissivo, di allentamento delle censure morali, egli non approfitta dell’inaspettato spazio mediatico.
Il soggetto perverso, quello che aggira la regola per definizione, che gode nel nascondersi, che si ritiene oggetto della volontà ineludibile dell’Altro, non ama quella luce che non gli è propria.  Dovendo usare un linguaggio attuale, ll termine più appropriato è ‘sdoganare’. In quest’epoca è stato permesso al maschilismo becero di assurgere a moneta comune. Al razzismo di divenire esplicito. L’evasione fiscale ha lasciato il posto del parente disconosciuto per divenire ospite ben accetto in famiglia.
In realtà l’uso del termine ‘dogana’ racchiude in se l’idea di limite che il perverso, per sua stessa natura, già ritiene superato nel momento in cui porta a termine l’azione. L’abuso di sostanze, le pratiche sado maso, l’uso spregiudicato del potere e la pratica dell’evasione fiscale come standard di vita,  non sono venute meno al tempo in cui la legge era ancora forte, così come  oggi non chiedono la ribalta. Non ci si faccia ingannare da piccole avanguardie di esibizionismo: eccessi di sballo dei cantanti, femmine esibite da ometti come tacche sul calcio della propria virilità, amanti numerose, sono da sempre stati le modalità con le quali i tanti Cetto La qualunque trovavano il loro poso nel mondo. Le vere trasgressioni restano nella penombra, lasciando questo immenso palco mediatico ad uso dei perversi da operetta. Guardatevi ‘Romanzo di una strage’ per meglio capire cosa significhi vivere nell’ombra.

Oggi più che mai è vero che il perverso difficilmente va dall’analista. Stante questi movimenti, egli si sente più ‘regolare’, più accettato.  Ma la stanza dell’analista è ancora un luogo tabù. Ottiene forse un pò di luce, la possibilità di fare un pò più tardi la sera. Sente meno impellente il bisogno di bardarsi e coprire le proprie attività, in un consesso sociale che sempre più lo tratta da ospite d’onore. Ma la ribalta non fa per lui.

Un esempio? Il film ‘Romanzo di una strage’ non è che mi abbia entusiasmato. L’ho trovato sommario, buonista e quel tanto patinato da avvicinarsi alla “paraculaggine”. Nell’ignoranza quotidiana e nella falsificazione sistematica della storia, almeno un discreto documentario per i giovani e meno giovani. Nessun vero colpevole, un unico sicuro innocente ( Pinelli), gangli dello stato furbescamente descritti come un po’ tonti.
Ma una cosa resta, ben detta: la differenza netta tra Freda e Ventura ( esagitati fascistelli, bramosi di sangue, a viso scoperto sempre, anche quando vanno ad acquistare i timer per la bomba) e gli apparati deviati dello stato. Gli agenti che agiscono nell’ombra, uno dei quali sa dire ‘ io sono un animale che non lascia traccia’ a un Ventura che si sente braccato. Ecco, questa è la vera perversione umbratile. Una ricerca di scopo fuori scena, un confondersi per struttura, un non essere. Una dedizione totale all’Altro, alla causa ( impedire l’avanzata dei comunisti) come scopo unico e ultimo di una vita. Un agire nell’ombra che odia i riflettori. Una certezza di esserci nel tempo, al di la del clamore, supinamente devoto alla causa malvagia, da perseguire con ogni mezzo, senza scrupolo, senza pietà. Senza umanità.
Da un altro film, questo si magistrale e inarrivabile, il dialogo tra il giornalista sfrontato e gli uomini della ‘provvidenza’ che agiscono nell’ombra:
Higgins: Il problema è economico. Oggi è il petrolio, tra dieci o quindici anni il cibo, plutonio, e forse anche prima. Che cosa pensi che la popolazione pretenderà da noi allora?
Joe: Chiediglielo.
Higgins: Non adesso, allora! Devi chiederglielo quando la roba manca, quando d’inverno si gela e il petrolio è finito, chiediglielo quando le macchine si fermano, quando milioni di persone che hanno avuto sempre tutto cominciano ad avere fame. E vuoi sapere di più? La gente se ne frega che noi glielo chiediamo, vuole solo che noi provvediamo. »

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