Peter Englung, La bellezza e l’orrore. La Grande Guerra narrata in diciannove destini, Einaudi, Torino 2012, pagg.586.

di Fabio Milazzo

Sin dagli anni immediatamente successivi alla fine del primo conflitto mondiale si andarono raccogliendo documenti, fonti, testimonianze relativamente agli eventi bellici appena conclusi. Giornalisti, politici, analisti e storici si diedero da fare per raccogliere un materiale immenso, una biblioteca borgesiana che spaziava dalle testimonianze di “prima mano” ai resoconti delle diplomazie, al fine di illuminare ogni aspetto del terrificante conflitto che aveva appena squassato il globo. Da allora, anche grazie a questo materiale, gli studi sulla Grande Guerra si sono accumulati nelle biblioteche offrendo, potenzialmente, un ritratto a tutto tondo di un’esperienza traumatica come poche per la civiltà mondiale.

In questo contesto il testo di Peter Englung che recensisco non è soltanto “uno dei tanti”, l’ennesima appendice di un’esperienza saturata di senso, in quanto lo storico svedese non si propone di ri-descrivere gli eventi privilegiando un ambito: egli piuttosto, attraverso un lavoro di giustapposizione e di collage, si propone di ricostruire un’epoca attraverso la singolare prospettiva di diciannove persone, diciannove sconosciuti la cui esistenza verrà travolta e segnata dal conflitto; diciannove chiavi di lettura che rimandano a diciannove immaginari capaci di trasmetterci non soltanto il dato storico ma, soprattutto, una selezione singolare di alcuni aspetti relativi ad un’esperienza, in altre parole ‘un mondo’.

Ma come definire il testo di Englung? Opera storiografica, raccolta biografica, testo narrativo, quaderno di genere, diario, testimonianza? Credo che nessuna delle etichette appena nominate riescano ad esaurire la ricchezza dell’opera che, forse, può essere identificata attraverso un neologismo paradossale: oggetto narrativo estraneo (ONE). L’Unità singolare costituita da un’operazione molteplice, la giustapposizione dei diciannove destini, rimanda a quei processi di contaminazione attraverso i quali si cerca di denotare l’Essere nella sua Molteplice Unità. Englund, senza troppa enfasi, compie un’operazione di genere che epistemologicamente offre delle interessanti linee di fuga alle analitiche sul passato, riuscendo a narrare l’Essere della Grande Guerra nel suo Molteplice apparire. I diciannove ritratti appaiono come diciannove singolarità che, pur rimandando ad un’unica esperienza, di fatto la svuotano della sua Unità strutturale, ridisegnandola in quanto molteplicità in atto.

Rafael de Nogales, uno dei 19 protagonisti.

Quella di Englund è un’operazione potenzialmente molto interessante anche per filosofi, oltre che per storici e  letterati, poiché implicitamente mostra le possibilità creative di una narrazione che dispiega analogicamente, ma senza rimandi teologici, le singolarità riuscendo, grazie alla narrazione corale, a creare un insieme di senso a partire dalla molteplicità. Ogni esistenza, ogni destino descritto (anche se Englund usa la terza persona) costituisce autonomamente un insieme, disattivando il posto occupato nel coro di voci che costituiscono la narrazione; servendoci di Agamben diremmo che: “esso funziona, in breve, come un paradigma in senso proprio: un oggetto singolare che, valendo per tutti gli altri della stessa classe, definisce l’intellegibilità dell’insieme di cui fa parte e che, nello stesso tempo, costituisce”. (Giorgio Agamben, Signatura Reum. Sul metodo, p.19). Ogni esistenza parla del Grande conflitto attraverso la narrazione singolare del proprio esser-ci.

I protagonisti inconsapevoli di quest’orchestra sono tutti poco più che ventenni e, a parte Robert Musil, tutti sconosciuti (almeno lo sono per lo scrivente). Sono soldati, scolari,  infermieri, ufficiali o semplici fanti, tutti (o quasi) partecipano di un clima d’euforia che via via diviene amara, anzi tragica consapevolezza di una frattura inizialmente neanche lontanamente immaginata. Partecipano del clima di euforica baldanza tipica di chi ritiene lo stato delle cose un semplice “momento” destinato a non mutare gli equilibri del continente. Sono destini dislocati non soltanto sul celebre “fronte occidentale” ma anche in Russia, nei Dardanelli, nel Vicentino e lungo la catena delle Alpi. Tra le nebbie e i fanghi della Francia, quella di Verdun ad esempio, ma anche nel caldo Africano o lungo le sponde del Tigri, questi “uomini senza qualità” apparenti ci offrono una vivida descrizione non di come si scatenò la Grande Guerra, secondo quali dinamiche geo-politiche ma di cosa fu vivere questa immane carneficina. “Impressioni, atmosfere, esperienze” (p.3) ci dislocano davanti agli occhi universi di senso che colorano in maniera singolare e irripetibile gli scontri dei Balcani o i bombardamenti sulla Somme, e, se questi accadimenti nei racconti sono presenti, lo sono soltanto per il ruolo contingente rivestito nell’esperienza del singolo. Di tutti i protagonisti, uno soltanto riuscirà a glorificare la Guerra dal primo all’ultimo giorno, mentre tutti gli altri svilupperanno un odio viscerale nei confronti di quest’immane nonsense. Alcuni moriranno, altri perderanno la ragione, altri ancora diverranno eroi, tutti patiranno sulla carne l’elemento in-simbolizzabile dato dalla vista del “macello di corpi”. Non mi soffermerò a narrarne le vicissitudini singolari perchè, come dicevo, ogni racconto ha senso nel suo dispiegarsi contingente e, quindi, necessariamente universale.

Peter Englund

Leggendo le pagine di Englund si resta sorpresi dal veder delineare vicende, destini e situazioni che noi contemporanei padroneggiamo nel loro insieme strutturale e che i protagonisti delle storie, invece, neanche immaginavano nel possibile dispiegarsi: come Kelemen, ussaro colto, “tipico prodotto della Mitteleuropa cittadina” (p. 25) dell’epoca che vede stagliarsi davanti agli occhi “uno dei primi scontri confusi e sanguinosi con l’esercito invasore russo”(p.27) senza coglierne granchè, ma che noi ricordiamo come la celebre battaglia di Leopoli. Il testo è pieno zeppo di questi “scarti percettivi” che, vissuti dagli attori sul campo alla stregua di semplici “fatterelli”, rappresentano invece lo strutturarsi di quella vicenda più grande che conglobiamo, per l’appunto, sotto il nome di Prima Guerra Mondiale”.

Peter Englund,  ex corrispondente di guerra , dal 2009 segretario dell’Accademia di Svezia, l’istituzione che assegna i Nobel, chiude il libro con un riferimento al Mein Kampf che mostra quanto i due conflitti mondiali, in realtà, siano stati un’unica grande guerra, intervallata da una tragica deriva finanziaria, la crisi del ’29.  E’ proprio il legame con il Secondo Conflitto a fornire la chiave interpretativa per queste esistenze anonime che salutano l’avvio del conflitto quasi con salutare gioia, in ciò troppo simili a quegli intellettuali che seduti in poltrona celebrano conflitti solo pensati, salvo poi veder delinearsi davanti agli occhi una di quelle rotture evenemenziali capaci di generare impreviste epoche della Storia. La frattura del Primo Conflitto, con l’esaltazione della tecnica, originerà quella scissione tra due blocchi ideologici che già si delinea tra le pagine di Englund, dietro le quali si staglia lo “spettro” del capitalismo globale, unico vincitore di un conflitto lungo trent’anni.

Peter Englung, La bellezza e l’orrore. La Grande Guerra narrata in diciannove destini, Einaudi, Torino 2012, pagg.586.

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