Alain Badiou, Secondo Manifesto per la filosofia, ed.Cronopio, Napoli 2010, pagg. 111.

di Fabio Milazzo

Scrivere un Manifesto, anche per qualcosa che, come la filosofia, ha una pretesa di intemporalità così potente, significa dichiarare che è venuto il momento di fare una dichiarazione. Un Manifesto contiene sempre un ‘è tempo di dire?’…”

Questo l’incipit con il quale Alain Badiou “apre” l’introduzione del suo Secondo Manifesto scritto a vent’anni di distanza dal primo. Se quello cercava di mostrare l’inconsistenza dei tanti annunci funebri sullo stato della filosofia, questo vuol “levare la propria voce” nei confronti di un eccesso patologico che dona alla filosofia una “sovraesistenza vuota”, buona solo per corroborare  lo stato di cose presenti, reificando l’attuale in un discorso trans-storico. Banche, poteri finanziari, lobbies varie, tutti fanno riferimento alla filosofia per supportare le proprie affermazioni cercando di garantirsi uno statuto extra-temporale che li ponga al riparo delle contingenze. Ma, si chiede Badiou retoricamente: è questo lo statuto della filosofia?  Questa prassi che mira a congelare l’ovvio reificandone le coordinate di senso è filosofia?

Ovviamente, no. E se il precedente Manifesto si proponeva di rivitalizzare il super-concetto transmondano di  verità  minacciato dalle ermeneutiche, dai relativismi e dagli storicismi post, questo vuole disattivare l’uso spregiudicato del sapere filosofico liberandolo dalle pastoie dei media, degli intellettuali da talk show, dei nuovi filosofi che, disconoscendo la natura trascendentale dell’indagine, riducono la filosofia a prassi mediatica  baluardo del capital-parlamentarismo.  Se la filosofia nasce come indagini sui fondamenti, quindi analitica trascendentale, oggi la ritroviamo nelle vesti lacere di morale conservatrice. E’ da quest’ultima declinazione “mortifera” che Badiou la vuole liberare attraverso questo Manifesto.

Teoreticamente se il primo Manifesto era un compendio di l’Essere e l’Evento, libro all’interno del quale Badiou proponeva la propria teoria della Verità, questo Secondo Manifesto rappresenta un’ottima introduzione all’evoluzione della “sua” ontologia così come viene declinata in Logiques des Mondes, secondo tomo del progetto, pubblicato in Francia nel 2006. Queste evoluzioni riguardano il tema dell’apparire della verità, sviluppato grazie a i concetti di corpo e di incorporazione, in una teoria articolata che viene inscritta all’interno dell’universo del materialismo, non quello definito democratico ma quello dialettico. Se il primo sembra celebrare la contingenza attraverso le diverse ermeneutiche, i decostruzionismi, i sofismi e i “debolismi”, questo afferma il carattere irriducibilmente trans-storico della verità. Le logiche del mondo analizzano il darsi della verità in quanto apparizione in un dato insieme-mondo. Sembra di sentire l’eco “impossibile” di un certo Enzo Melandri e della sua teoria dell’analogia.

Il materialismo dialettico di Badiou, che “strizza l’occhio” ad Hegel, si compendia nella formula: “non esistono che corpi e linguaggi, salvo che ci sono le verità”.  Questo vuol dire che le verità, nel loro apparire in un mondo, accadono con carattere d’Evento, lasciano tracce le cui risonanze fanno sentire il loro clamoreanche in mondi assai lontani, pressoché alieni al loro sorgere iniziale” (p.110). Pensiamo al valore veritativo delle tragedie di Sofocle o alle epiche narrazioni di un Tolstoj o, ancora, alla forza simbolica del sangue di un Luigi XVI ghigliottinato più di due secoli fa.

Alain Badiou

Se la “potenza” della verità è in grado di far sentire i suoi effetti oltre il mondo entro cui accade, secondo quale traiettoria questo avviene? Ed è possibile riattivare, ri-tradurre, questa “potenza” trascendentale in altro contesto? Questi gli interrogativi che organizzano il discorso di Badiou in le logiques de mondes che, a tutti gli effetti, declina l’ontologia di l’Essere e l’evento in una fenomenologia dell’apparire della verità o, come potremmo dire “usando” il citato Melandri, in un’analitica del mostrarsi della verità, del suo venire alla luce in quanto Evento. Una logica delle tracce lasciate da questa verità nel suo mostrarsi in un mondo utile per ri-declinare i suoi effetti in un altro mondo.

Il secondo manifesto è organizzato in sezioni: otto a partire dallo zero, di cui due bis, una conclusione e una sezione “schemi”.  In Opinione si afferma l’ottica dalla quale si sviluppa il discorso relativo alla “filosofia”.  In Apparizione viene affrontato il tema dell’esistenza della filosofia, del suo “venire alla luce” in un determinato mondo. Ma se l’essere, in quanto categoria, rimanda al piano di costituzione di ogni mondo, bisognerà sviluppare una teoria dell’apparizione nella contingenza, cioè in un insieme-mondo, della filosofia. Ma cosa differisce l’apparire di una singolarità da un’altra? E’ questo il tema della sezione Differenziazione. Nella quarta partizione si analizza la categoria di Esistenza e la si applica alla filosofia (sezione bis). La quinta parte, Mutazione,  forse la più interessante teoreticamente, è quella che cerca di mostrare le logiche di declinazione dell’evento che interrompono “la distribuzione delle intensità d’esistenza e delle urgenze dell’azione” (p.15).  La sesta divisione sviluppa il concetto di corpo, indicando con ciò la singolarità presente in un mondo, e lo relazione al processo di “dispiegamento di questo corpo in un mondo che prima ne stipulava l’inesistenza”(p.16).  L’Incorporazione, titolo della sezione,  invita a sperimentare questo corponelle incognite del divenire” (p. 16). Questo “corpo glorioso” trasfigurato, che può essere “incorporato positivamente, negativamente o contro-incorporato” come deve essere orientato? La declinazione politica della sezione, Soggettivazione, riguarda le “varianti della relazione tra gli individui e il nuovo corpo, che concernono la condotta della vita rispetto a quel che vi avviene”(p. 17). Nell’ultima parte viene presentato il concetto centrale di Idea: “ ciò che determina una soggettivazione, in modo tale che l’individuo possa rappresentarsi come colui che attiva il nuovo corpo” (p. 17). Questa mistura di vita e di Idea viene titolata: Ideazione.

Nel suo dispiegarsi, il Secondo Manifesto, mostra il proprio proposito che, alla fine, è quello di delineare una possibile etica del corpo attraverso l’Idea per costituire una nuova forma di corpo collettivo  che risulti essere im-possibile in quanto segnato da tracce di mondi diversi.

Alain Badiou, Secondo Manifesto per la filosofia, ed. Cronopio, Napoli 2010, pagg. 111.

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