La dittatura del Baronaggio. Nobiltà e Questione Meridionale in Sicilia.

di Fabio Milazzo

Lo Stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l’Italia meridionale e le isole, squartando, fucilando, seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori salariati tentarono d’infamare col marchio di briganti.
Antonio Gramsci, L’Ordine Nuovo, 1920.

La recente rievocazione del processo unitario nazionale ha avuto il solito seguito di polemiche relative alle modalità attraverso le quali il Regno Sabaudo ha realizzato l’Unità. Tra le polemiche, scontata quella sulla colonizzazione del Sud d’Italia. Libri, convegni e articoli hanno cercato di ridisegnare il fenomeno “unitario” contrassegnandolo attraverso la categoria “colonizzazione”. Il Meridione d’Italia sarebbe stato annesso al Regno governato dai Savoia e trattato né più né meno che una “colonia” abitata da individui ignoranti, incivili e incapaci di una vita sociale degna di questo nome. Questo perché, di fatto, la Sicilia risultava essere “un paradiso abitato da diavoli” (per citare Benedetto Croce ripreso da un bel libro di Nelson Moe). Questa la tesi di fondo dei tanti presunti revisionisti, poco informati storiograficamente e molto interessati al sensazionalismo.

La tradizionale analisi della storia della Sicilia dal medioevo all’Unità d’Italia si è strutturata attraverso uno schema interpretativo di tipo dualistico. L’evoluzione socio-politica dell’Isola sarebbe da leggere quale conseguenza dei rapporti di potere tra il “Potere centrale”, la Corona (Normanna, Fridericiana, Aragonese e Spagnola), e le “forze antagoniste” identificate nella mitica entità “baronaggio”.

Questa ermeneutica, centrata sulla dialettica dei rapporti di forza tra lo “straniero” e “l’indigeno”, permetterebbe di cogliere sul lungo periodo le dinamiche di almeno 600 anni di storia .

La consolidata interpretazione diarchica ha privilegiato Braudelianamente una lettura di lungo periodo, troppo simile ad un “percorso” Hegeliano, secondo la quale la storia dell’Isola sarebbe il frutto della contaminazione di due linee antitetiche: da una parte il “sentiero” verso l’autocoscienza di quel “servo” che è l’insieme baronale (inteso quale totalità del corpo sociale dell’aristocrazia isolana); dall’altra, il percorso dialettico “vedrebbe” il concomitante affievolirsi del controllo politico della Corona (quindi dello Stato). La sintesi perversa di questo ibridamento hegeliano consisterebbe nell’attuale stato di profonda stagnazione e prostrazione della società e dell’economia siciliana.

La tesi che oggi anima molta parte del dibattito attuale sulla “Questione Meridionale” è così riassumibile: una regione che non avrebbe mai conosciuto uno “stato forte”, un potere centrale capace di “dettare e far applicare l’ordinamento legislativo, è oggi (come ieri) incapace di sviluppare “forme di vita” civili che prevedano il rispetto di un corpus  minimo di leggi.

Il crescendo retorico di queste ultime righe, attraverso alcune esagerazioni, ha lo scopo di sottolineare lo schema interpretativo adottato per dotare di senso una realtà, quella siciliana, conosciuta più per “luoghi comuni” e spot che per analitiche suffragate da argomenti.

La questione nazional-popolare sulla persistenza all’interno di una regione di uno Stato dell’Unione Europea di un Antistato (la cui sopravvivenza non appare essere prossima al tramonto) in tale ottica è soltanto la più vistosa declinazione di una problematica così eccessiva da risultare indecifrabile.
In Sicilia è norma quello stato d’eccezione che prevede un sovrapporsi di ordini legislativi, di poteri, di forze in campo, tutti legittimamente abilitati ad esercitare l’oikonomia.

Ma perché questa terra risulta ancora oggi così “sopra le righe”?

La risposta a tale quesito starebbe, per tanti, nella antropologica  disaffezione alla vita socio-politica  dei siciliani (e delle popolazioni mediterranee in genere); disaffezione che  affonderebbe le proprie radici in una storia politica secolare caratterizzata da rapporti di potere immutabili contraddistinti, come detto, dalla lenta affermazione di quel soggetto socio-politico che abbiamo identificato con la connotazione “baronaggio” . Un insieme, questo, identificante quella nobiltà riottosa,  con la quale la Corona più volte sarebbe dovuta scendere a “patti“ pur di salvare un minimo di credibilità politica. In tal senso significativa è l’istruzione rivolta dal Conte D’Olivares ai suoi successori sul trono di Vicerè di Sicilia: “con i baroni siete tutto, senza di loro nulla” ( Cfr. la voce “Mafia” in G.Traina, Leonardo Sciascia, Bruno Mondadori, Milano 1999, pp.140-144) .

Nella tradizionale analisi della storia della Sicilia, dai Normanni ad oggi, il baronaggio rappresenterebbe la continuità sul lungo periodo, il garante degli interessi (nazionali) dell’Isola, il referente delle istanze del suddito siciliano nei confronti della Corona (di qualunque connotazione nazionale).

Un interrogativo vorremmo porre: è mai esistito questo baronaggio?

E’ mai esistita questa “forza compatta e omogenea, politicamente determinata e sostanzialmente autocentrata?”( J. Dewald, La nobiltà europea in età moderna, Einaudi, Torino 2001). Un ceto, nell’accezione weberiana, contraddistinto da un corpo omogeneo di valori e stili di vita? (Cfr. Max Weber, Economia e società, IV Edizioni di Comunità, Milano 1961, 1995, pp. 34-36). Un ordine che deve il proprio potere al radicato controllo territoriale garantito dai privilegi feudali, garante delle istanze nazionali dell’Isola?  In altre parole: un corpo sociale contraddistinto da una precisa identità politica, custode e garante degli accordi con un  potere “esterno” al Regno? (Cfr. Rao. A.M., Morte e resurrezione della feudalità:un problema storiografico, in ( a cura di ) A.Musi,  Dimenticare Croce? Studi e orientamenti di storia del Mezzogiorno, ESI, Napoli 1991, pp. 113-36. )

Noi riteniamo che tale, consolidata, immagine storiografica sia un’invenzione “recente”, diciamo del XIX secolo, frutto delle necessità “politiche” della nobiltà siciliana favorevole allo “status quo” imposto dalla politica conservatrice dei Borboni.

Infatti, la galassia “nobiltà” di epoca medioevale e della prima età moderna non ha coscienza di appartenere ad un segmento privilegiato nella gerarchia sociale . Non ha quella consapevolezza necessaria per affermarsi in quanto soggetto politico. Non affermiamo (come è ovvio) che non si lottasse per la differenziazione sociale, per il raggiungimento della preminenza, ma che non si avesse piena coscienza degli elementi generanti la posizione di privilegio.

Nell’arco di tempo compreso tra il X e il XVI secolo la preminenza sociale non era una dimensione conquistata una volta per tutte, non era una condizione “congelata” di diritti e privilegi appartenenti ad un ristretto numero di famiglie dell’Isola che perpetuavano questo “stato” di preminenza attraverso la successione patrilineare.

In altre parole, in Sicilia (a differenza, ad esempio, che in Francia) mancava la consapevolezza della distinzione sociale, quella che avrebbe permesso la sopravvivenza del gruppo attraverso la creazione e la trasmissione nel tempo (nell’arco di più generazioni) di un patrimonio simbolico e materiale.

Come risulterà chiaro, le tesi sulla “questione Meridionale” che privilegiano il ruolo “tossico” del baronaggio feudale affermano il contrario. Mancano, però, le conferme storiografiche, almeno per l’arco di tempo cui si è fatto cenno. La vulgata canonizzata afferma la persistenza trans-storica di questa “galassia” che avrebbe perpetuato il proprio peso politico attraverso chiare logiche agnatizie (Cfr. D.Herlihy, La famiglia nel medioevo, Laterza, Rm-Bari 1987).
Ma ciò non è confermato dalle fonti neanche per buona parte dell’epoca Spagnola, come affermato  da Francesco Benigno:

L’ ipotesi avanzata è che l’identità politica del baronaggio intesa come acquisizione di una vera e propria coscienza  nazionale da parte dell’aristocrazia titolata sia venuta formandosi in epoca successiva al dominio degli Asburgo , e cioè a partire dai travagliati passaggi dinastici dell’inizio del Settecento. Cresciuta nella seconda metà del XVIII secolo nel confronto con le tendenze riformatrici della politica borbonica giunta all’acme negli anni di Caracciolo, questa identità ha subito una decisa accellerazione sul finire del secolo, a partire dall’assunzione anche in Sicilia del nuovo linguaggio della politica prodotto dall’elaborazione rivoluzionaria e incentrato sulle nozioni di nazione e popolo. Gli avvenimenti ruotanti attorno alla costituzione del 1812, fissando un modello di lettura privilegiato della politica isolana, hanno impostato uno schema interpretativo che si è poi potentemente riverberato all’indietro, verso il passato” (Cfr. F. Benigno, Mito e realtà del baronaggio: l’identità politica dell’aristocrazia siciliana in età spagnola in  (a cura di) Benigno F.- Torrisi C., Elites e potere in Sicilia dal medioevo ad oggi, Donzelli-Meridiana Libri, Catanzaro 1995,p. 64 ) .

Don Juan of Austria, Marco Antonio Colonna (vicerè di Sicilia), e il Doge Sebastian Venier

Ma perchè tale canonica immagine è divenuta quella privilegiata per denotare di senso almeno ottocento anni di storia siciliana?

Dobbiamo considerare il particolare contesto degli studi di storia della Sicilia tra XVIII e XIX secolo, il momento in cui si è strutturata la moderna disciplina storiografica.

Le esigenze politiche del periodo privilegiavano la concentrazione di potere intorno a quel particolare “oggetto politico” che è  lo Stato Moderno sorto nel XVI secolo. In relazione alla  Sicilia, tale esigenza organizzò i rapporti di forza e le dinamiche di potere (secondo l’accezione omnicomprensiva di Foucault) strutturando una chiave interpretativa che individuava (e retrodatava) la storia dell’Isola come il frutto della dialettica tra i due poteri: la Corona e il baronaggio.

Il principale autore di questa lettura “fondativa” fu Rosario Gregorio che scrisse la sua “ storia”( Cfr. R. Gregorio (con intr. di Saitta), Considerazioni sulla storia di  Sicilia dai Normanni sino ai tempi presenti, Palermo 1972, 3 voll.)  alla fine del XVIII secolo, utilizzando e abusando di questa ottica ermeneutica che non distingueva chiaramente all’interno dello “spazio della preminenza sociale” i diversi soggetti politico-istituzionali: baroni, nobiltà di toga, nobiltà civica, esponenti del mondo di corte, funzionari, giudici…
A tutti questi significanti corrispondono diversi soggetti non riducibili all’insieme semantico “baronaggio”.

Come precisa I. Mineo nel saggio “Nobiltà di Stato. Famiglie e identità aristocratiche nel tardo medioevo. La Sicilia” tali termini hanno varianti semantiche significative in relazione alle regioni cui si riferiscono (“analizzare la nobiltà francese non è analizzare la nobiltà siciliana”). Tali lemmi non presentano, inoltre, quei tratti comuni che permettono di collegare ai significanti soggetti sociali ben definiti.

“Nobiltà è un termine ambiguo e fuorviante, se evoca una dimensione sociale dotata anche solo di alcuni tratti di omogeneità e, insieme, di un suggello giuridico; se rinvia cioè a una condizione di distinzione protetta  dal diritto o dal potere legittimo, che, di regola, si eredita per via familiare, non si acquista: così inteso il lemma è difficilmente per i secoli del tardo medioevo” (Cfr. I. Mineo, Nobiltà di Stato. Famiglie e identità aristocratiche nel tardo medioevo.La Sicilia, Donzelli editore, Roma 2001, pp. VII-VIII).

Nobiltà è, in definitiva, da intendersi più come lo spazio di preminenza sociale; il campo di definizione  e di disciplinamento dell’esercizio del potere; la tendenza, attraverso diversi criteri, alla delimitazione delle élites al potere. Dunque non un soggetto ma un campo di definizione aperto con una tendenza alla segmentazione e alla differenziazione sociale.

Nessun baronaggio pluri-secolare “pesa” sullo stato di prostrazione dell’Isola, infatti, le forze “dominanti” non sempre sono state giuridicamente privilegiate, quindi facenti parte della cosiddetta “nobiltà”, almeno non per il periodo precedente il XIX secolo, questo perchè mancava la definizione istituzionale da parte del potere centrale. I motivi sono da ricercare nella mancanza di chiari elementi identitari atti alla individuazione e alla delimitazione di quello che non era un ceto (sempre nell’accezione di Weber) ma una “galassia in espansione”.

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