Presenza Assente. La “madre morta” di André Green.

di Fabio Milazzo

La ricerca di un senso perduto struttura lo sviluppo precoce delle capacità fantasmatiche e intellettuali dell’Io.
Lo sviluppo di un’attività di gioco frenetico non avviene nella libertà di giocare,
ma nella coazione ad immaginare così come lo sviluppo intellettuale si inscrive nella coazione a pensare”.
A. Green, Narcisismo di vita, narcisismo di morte, Borla, Roma 1992, p.278

E.Munch, La madre morta e la bambina, 1897-1899

Sul senso.

Il comprendere non è uno dei possibili atteggiamenti del soggetto, ma il modo di essere dell’esistenza come tale”(H.G.Gadamer, Verità e metodo, Bompiani, Milano 1983, p.8) . Con questa affermazione, Gadamer puntualizza quanto la problematica della comprensione riguardi il carattere ontologico fondamentale del soggetto.

Il carattere ontologico fondamentale dell’esistenza umana è il comprendere e il comprendere appartiene alla dimensione del senso ( Cit., p. 202-203.) . I significati contenuti all’interno delle proposizioni non sono “pezzi da museo”, oggetti contenuti nella mente dell’individuo, come voleva Quine ( W.V.O.Quine, La relatività ontologica e altri saggi, Armando ed., Roma 1969, p.61.), pronti per essere utilizzati al bisogno, ma significanti organizzati secondo effetti di senso che veicolano sempre solo la singolarità della relazione uomo-mondo.

Ma cos’è il senso?
Quest’entità sfuggente indica il vettore direzionale attraverso il quale operiamo il processo infinito della significazione. I “fatti del mondo”, lungi dall’essere accadimenti in sé,  risultano essere il frutto del processo sempre in atto attraverso il quale prestiamo predicati alle cose (F.Nietzsche, Aurora, Adelphi, Milano, par.210); con altre parole potremmo dire: il risultato della sintesi direzionale operata dal senso che ci costituisce in quanto soggetti- significanti. Il contingentarsi delle linee di senso perennemente in fuga verso quel fuori che è sempre una piega della maschera di carne.

Prestare predicati alle cose, nella prosa nietzschiana, indica il processo di costruzione del mondo, sempre in atto, operato dal soggetto attraverso il senso. L’essere in relazione con le cose non è un processo accidentale che potrebbe non accadere ma è l’Evento stesso del darsi del mondo. Esiste una realtà perché c’è un soggetto (una comunità) che ha come dimensione fondamentale del proprio esserci quella della significazione. Il mondo viene inventato ogni istante nel processo di significazione, questo l’annuncio profetico di Nietzsche.

Come il senso origina le nostre rappresentazioni del mondo?
Questo interrogativo cerchiamo di risolverlo grazie allo strumentario concettuale della psicoanalisi  che, indagando le condizioni di possibilità del nostro significare, sembra muoversi lungo quei margini trascendentali che appartengono alla filosofia in quanto scienza prima dell’essere. Le rappresentazioni (Vorstellung), le significazioni, sono originate da uno smarrimento originario, quello della das Ding: questa l’intuizione freudo-lacaniana. Il soggetto accede alla dimensione della rappresentazione perché desidera rintracciare ciò che ha smarrito.

Il desiderio è “il movimento attraverso il quale il soggetto è decentrato, vale a dire che la ricerca dell’oggetto della soddisfazione, dell’oggetto della mancanza fa vivere al soggetto l’esperienza che il proprio centro non sia più in lui stesso, ma fuori di lui, in un oggetto da cui è separato, al quale egli cerca di riunirsi” ( A.Green, Narcisismo di vita, narcisismo di morte, Borla, Roma 1992, p.26) .

Il soggetto presta predicati alle cose nell’illusione di ri-trovare quell’Origine estatica che lo ha posto nel mondo rendendolo Altro da se stesso e dalla madre-tutto. La Cosa ci si presenta solo in quanto essa fa  parola ( J.Lacan, L’Etica della psicoanalisi. Seminario VII, Einaudi, Torino 1986, p. 68). L’emergere della significazione è l’emergere del desiderio originario. Pulsionale, violento, eccedente, acefalo, sempre in fuga, in rotta con sé stesso, ma anche con l’Alterità che mai si presenta per quello che dovrebbe essere.

Il desiderio de La Cosa è la condizione di possibilità della significazione. Quest’ultima a sua volta è il frutto di uno scarto tra ciò che si cerca e ciò che si trova: il mondo invece della das Ding. Ogni questione sull’essere è una ontologia mimetica. Il senso è quella ecceità (G.Deleuze-F.Guattari, Millepiani.Capitalismo e schizofrenia, Castelvecchi, Roma 2006, pp.384-390)  che ad ogni istante concatena incroci longi-latitudinari secondo la direzione di fuga intrapresa dal desiderio.

Proviamo a tirare qualche connessione.
Se le “cose-fatti” esistono perché noi prestiamo loro dei predicati, se questi predicati vengono organizzati da un vettore, il senso, che contraddistingue l’operazione fondamentale dell’esistenza umana, e questa caratteristica prima è il frutto di uno smarrimento originario, allora indagare la singolare produzione del senso vuol dire “gettare uno sguardo” sul processo primo attraverso il quale prestiamo predicati alle cose, cioè creiamo mondi. Questo processo primo può essere analizzato, nel suo essere singolare, nel suo darsi sempre per rimandi, margini e incidenze, attraverso la “lente” del sintomo: dissonanza e piega di quel dentro che vuol farsi fuori .

La questione ontologica si declina in archeologia del senso. Una metafisica eretica.

L’Origine: vita e morte.

Il soggetto si costituisce a seguito di quel processo attraverso il quale perde l’Uno, la das Ding. Secondo Andrè Green l’Oggetto non crea le pulsioni ma rappresenta la condizione del loro esistere. Le pulsioni strutturano il soggetto che ha smarrito l’Oggetto. L’intuizione di Green è stata quella di elaborare un concetto negativo per significare questo processo pulsionale; non soltanto un narcisismo di vita ma anche un narcisismo di morte .  Il soggetto si struttura lungo le direttrici di  pulsioni che anelano alla vita e alla morte; in barba a qualsiasi principio di non contraddizione, alla base del nostro prestare predicati alle cose ci sarebbe una contraddizione originaria e fondante.

L’Io infantile, incapace di gestire il processo di perdita originario, sostituisce all’oggetto l’Io stesso, ponendo in essere le condizioni per la strutturazione identitaria. Questo il significato del narcisismo nel percorso onto-genetico che ci costituisce in quanto individui.

L’Io in questa fase di “innamoramento” verso sé celebra l’Uno negando l’Altro.
Il persistere di questo stato “autarchico” pone in essere le condizioni per un orizzonte di senso autisticamente ripiegato verso sé stesso. La Das Ding smarrita viene negata in quanto alterità e sostituita dal simulacro identitario. Il soggetto sviluppa una consapevolezza perversa: desiderare sé stesso lo pone al riparo dalla dipendenza nei confronti dell’Altro: “bisogna fare a meno dell’oggetto che è oggetto di mancanza, oggetto segno del fatto che si è finiti, incompleti, incompiuti .” (A.Green, Il narcisismo morale in Narcisismo…, cit., p.238)

Il narcisismo, nell’opera di Green, svolge il duplice ruolo di dispositivo necessario per lo strutturarsi identitario e condizione patologica che riduce l’Altro all’Uno. Le configurazioni narcisistiche delineano un piano di immanenza che tende a confondere la relazione con l’Alterità in nome dell’Uno. L’essere è e non può non essere (che Uno).

Diverse le configurazioni narcisistiche che appaiono in analisi a Green. Tra queste, una assume valore paradigmatico in ordine alla celebrazione dell’Assente: il complesso della madre morta.

Questo paradigma interpretativo serve a significare la strutturazione identitaria di soggetti che nel percorso di ritorno verso la “madre tutto”, successivo ad una più o meno riuscita metabolizzazione della perdita della das Ding, si trovano a vivere un periodo felice di rinnovata ricomposizione con L’Uno, colto nella duplice declinazione di Uno&Altro, salvo dover improvvisamente far fronte ad un lutto, che non necessariamente si deve identificare con la scomparsa fisica dell’Altro. Caso tipico è la depressione materna che colpisce l’Altro che improvvisamente si svuota d’essere, divenendo figura morta, lontana, inanimata, assente.

La perdita di una rinnovata relazione con l’Altro viene vissuta dall’infante come vera e propria “tragedia” narcisistica. Si frantuma la relazione Uno-Altro e si smarrisce il senso. La ridotta capacità di significazione non offre al bambino la difesa necessaria nei confronti di quest’incontro inaspettato con la dimensione tragica del Reale, quella che l’incontro con l’Altro ritrovato aveva obliato. La Cosa torna a ripresentarsi nelle tragiche e fredde vesti di Assenza fredda, di vuoto inanimato,  di baratro, di anti-senso che è poi un diverso senso e non un non-sense.

Ciò che bisogna sottolineare è il trauma per la perdita immotivata della relazione ritrovata. Il bambino non riesce a cogliere il senso dell’Evento “terribile” e assiste allo strutturarsi di un baratro, vera Anti-Cosa, che deciderà dell’inclinazione del proprio “piano d’immanenza”.

La ferita narcisistica subita dall’infante si incide sulla carne e plasma quella che sarà “l’immagine del pensiero”  di “domani”. Un’immagine caratterizzata, secondo Green, dal sovrainvestimento intellettuale e dalla svalutazione della vita emotiva, sempre più identificata come fonte di sofferenza inutile e in-comprensibile.

Il soggetto vive una relazione impossibile con il fantasma della madre morta che, come nel celebre “Psycho”  di  Alfred Hitchcock (Psycho di Alfred Hitchcock, Usa 1960, 109 min, b/n.) , condiziona l’esistenza del figlio plasmandone le inclinazioni, le decisioni, gli amori, in altre parole quella dimensione della “significatività” che secondo Heidegger costituisce il “mondo-ambiente” (Umwelt)  abitato dall’esser-ci (M.Heidegger, Essere e Tempo, Longanesi, Milano 2005, p.84).

Il narcisismo intellettuale che riguarda questa tipologia di condizioni esistenziali svolge la funzione di barriera difensiva nei confronti delle pulsioni di morte eccessive originate da quella che è divenuta un’Assenza presente capace di colonizzare lo spazio inconscio. L’individuo prova per tutta l’esistenza a costruire una fortezza capace di resistere agli attacchi interni di una introiezione sempre percepita come Alterità. Si cerca l’autarchia ma, al pari di Norman Bates, si trova soltanto la solitudine disperata di una condizione sempre più ripiegata su sé stessa, sulle proprie paranoie, sulle proprie angosce.

In analisi, il sintomo si delinea nei termini di sensazioni di vuoto-affettivo soprattutto- delle quali viene ritenuta colpevole, secondo concatenamenti logici non immediatamente evidenti, la madre. Quest’ultima viene accusata e colpevolizzata per la distanza affettiva, il disinteresse, il mutismo, la tonalità “grigia” di ogni scambio emotivo, sempre “vuoto”, privo di consistenza. L’accusa ripetuta in analisi riguarda un senso congelato allorquando “la madre morta aveva portato via , nel disinvestimento di cui era stata oggetto l’essenza dell’amore di cui era stata investita prima del suo lutto: il suo sguardo, il tono della sua voce, il suo odore, la traccia delle sue carezze”. La madre amata del tempo che fu “era stata sepolta viva, ma la sua stessa tomba era scomparsa. Il buco che stava al suo posto faceva temere la solitudine, come se l’oggetto rischiasse di sprofondarcisi anima e corpo” (Cfr. A.Green, Narcisismo…, cit., p. 280) .

L’assenza introiettata produce una voragine esistenziale che anima di non-sense la produzione di senso del “narcisista”. Un piano di immanenza che si mostra nel negativo di  un’immagine del pensiero inconsistente, vuota, priva di tonalità affettive. A. Green chiamerà questa declinazione esistenziale, diversa dallo stato psicotico propriamente detto e da quello nevrotico, “psicosi bianca”( A.Green- J.L.Donnet, La psicosi bianca. Psicoanalisi di un colloquio, Borla, Roma 1992) .  Una condizione che caratterizza quei soggetti incapaci di dare solidità ai propri pensieri a causa della mancata simbolizzazione dell’assenza materna. Soggetti fatti “prigionieri” da un vuoto reificato e ipostatizzato in forme mostruose, fredde, annichilenti.

Tra le forme narcisistiche originatesi a seguito della improvvisa “sparizione” della madre nella fase di strutturazione identitaria, Green individua anche quella del “narcisismo anale”.  Quest’ultimo caratterizzato da un’opposizione ferma, reiterata, persistente, nei confronti dell’Alterità, innanzitutto le figure di riferimento, percepita quale potenziale rischio invasivo per un’identità troppo debole, permeabile, a rischio frantumazione o sottomissione masochista. Il “no” opposto al mondo vuole salvaguardare il soggetto dall’annichilimento identitario, dalla svalorizzazione, dal crollo dell’autostima.

La condizione della madre morta, oltre a rappresentare una delle possibili pieghe attraverso le quali cogliere, nella dimensione del senso, quel dentro che si fa fuori, pone al centro della riflessione sulla dimensione trascendentale dell’esser-ci il ruolo delle passioni mortifere, di quel “negativo” che non può essere discorsivizzato secondo l’ipostatizzazione dialettica hegeliana, ma che deve essere pensato quale assoluta Alterità in-simbolizzabile positivamente perché riguardante una dimensione precedente quella ontologica.

Green, fin negli ultimi scritti, quelli contenuti nel volume sui “fallimenti del lavoro analitico”(A.Green, Illusioni e disillusioni del lavoro psicoanalitico, Raffaello Cortina ed., Milano 2011), ha cercato di analizzare proprio il ruolo di quegli “eccessi negativi” presenti tra le forze pulsionali prodotte dall’inconscio che, lungi dal poter essere significato solo come un “serbatoio” di energie emancipatrici, deve essere “pensato” anche, e soprattutto, alla luce di esse, del loro “potere mortifero” solo lasciato intravedere da Freud in “Al di là del principio di piacere”(Cfr. Sigmund Freud, Al di là del principio di piacere (1920), in Opere di Sigmund Freud (OSF) vol. 9. L’Io e l’Es e altri scritti 1917-1923, Torino, Bollati Boringhieri, 1986) . Sorge all’orizzonte una dimensione dell’inconscio che, pur strutturato secondo unità minime di senso in continua relazione, non è riducibile alla dimensione linguistica del s/S Sausserriano. Al Lacan strutturalista bisogna preferire  quello de lalingua. A Green, forse, non sarebbe dispiaciuto.

Un commento su “Presenza Assente. La “madre morta” di André Green.

  1. […] [tratto da  haecceitasweb ] […]

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