Lucio Russo, Le illusioni del pensiero, Ed. Borla, Roma 2006, pagg. 265.

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di Fabio Milazzo

Lucio Russo, è uno psicoanalista, membro, con funzioni didattiche della Società Psicoanalitica Italiana (SPI), autore di diversi studi che cercano di sdoganare “l’invenzione di Freud” dalla perimetrazione che, volta per volta, la incasella ora come “parente povera” della psicologia cognitiva, ora come “residuo derivato” dalla filosofia tardo ottocentesca.

La psicoanalisi, a partire dall’esperienza clinica, è un “genere letterario” che si propone di rendere discorsivo quell’oggetto, per definizione inconoscibile, che è l’inconscio. Cerca, attraverso l’esperienza clinica, di metaforizzare l’universo di senso che ci costituisce in quanto soggetti simbolizzanti.

Questa premessa appare necessaria per situare il volume di Russo che presento e, soprattutto, la prospettiva che lo anima: tentare di “testualizzare” ciò che sembra andare oltre le possibilità linguistiche di una ratio che continua a riconoscersi in alcuni principi (innanzitutto quelli di non contraddizione e di identità) e che sembra incapace di rendere conto, teoreticamente, dell’esperienza della vita che quotidianamente facciamo. Un’esistenza esperita attraverso le molteplici declinazioni di rappresentazioni sempre impastate “dalla potenza del negativo e dal fatto che la morte da un lato è il lavoro della verità nel mondo, dall’altro la perpetuità di ciò che non tollera né inizio né fine” (L.Russo).

Tali pretese, che oggi sembrano tornare in voga sotto l’etichetta di “realismo ingenuo”, vengono implicitamente confutate nel libro di Russo alla luce della psicoanalisi. La teoria che pretende di narrare oggettivamente la realtà è un’astrazione perniciosa che disconosce il ruolo dell’immaginario  nel processo di rappresentazione attraverso il quale decliniamo l’essere degli enti.

Lucio Russo sviluppa le proprie analisi a partire da Michel Foucault che, attraverso la descrizione dell’oggetto follia in Storia della follia nell’età classica , aveva cercato di analizzare le perimetrazioni della ratio a partire da un momento preciso della storia del pensiero occidentale: l’età di Descartes. Il pensatore del cogito avrebbe, nella I° meditazione, sancito l’esclusione della follia dalle possibilità del logos.

Proviamo a chiarire il discorso.

Il logos per i Greci “era molto vicino al pensiero primordiale e indiviso, che non conosceva la contraddizione, il negativo, la separazione”(p.9), Cartesio avrebbe “rotto” quest’unità del logos stabilendo dei limiti, attraverso l’esclusione dell’irrappresentabile, della follia, al fine di rendere strumento “auto-riflessivo, provvisto di memoria e capace di generare (un certo) senso”, la ratio. Si stabiliscono i limiti della ragione, attraverso la reificazione di ciò che le è totalmente Altro, al fine di creare uno strumento capace di rappresentare una realtà sicura, gestibile, all’interno della quale anche le angosce primordiali appaiono meno terrificanti. Il problema trascendentale è che questa realtà è costruita a-priori attraverso una perimetrazione, quindi è un’illusione (quelle del titolo di Russo) che solo a prezzo di quello che, con Hume, possiamo definire un patto implicito di specie riusciamo a confondere per vero.

Il logos figlio della “decisione cartesiana separa la rappresentazione dal non-rappresentabile, l’opera dall’assenza d’opera, il testo dal silenzio, il senso dal non-senso. Il dialogo tra l’identico della ragione e l’altro della follia viene bruscamente interrotto, l’unità indivisa del logos primordiale scissa, e il pensiero rappresentativo si chiude nella fortezza dell’identità, della presenza, della non-contraddizione”(p.10).

Sigmund Freud

La ratio che avanza pretese di oggettività sulla realtà è una ratio che ha obliato un peccato originale: l’esclusione della follia da quel tutto primordiale che è il logos dei Greci. Questa la tesi di Foucault che Russo condivide; da essa parte per sviluppare un’analisi trascendentale delle potenzialità dello psichico attraverso le categorie inventate da Freud e limate da autori quali: Lacan, M.Milner, Winnicott, Nietzsche, Coleridge, Mann, Conrad.

Russo, però, non condivide in toto le analisi foucaultiane, in particolare è in disaccordo su un aspetto reso celebre dalla critica rivolta al “collega” da Derrida nell’articolo “Cogito et histoire de la folie”. Nel saggio, pubblicato in “La scrittura e la differenza”, Derrida accusava Foucault di aver situato storicamente una scissione interna alla ratio utilizzando categorie e concatenamenti meta-discorsivi, cioè esterni alle geometrie del logos stesso. In altre parole: un’analisi fallace epistemologicamente. Solo una chiarificazione interna al logos stesso, secondo Derrida, può illustrare quel processo di “chiusura ed esclusione” attraverso il quale si è costituita, quale residuo, la ratio.

Jacques Derrida

In altre parole, Derrida (e Russo) si ripromette di “cercare metodologicamente la radice comune del senso e del non-senso, il logos originario nel quale un linguaggio e un silenzio si separano” (p.11). Secondo il “Cartesio di Derrida” la follia fa parte del pensiero. ”Il non-senso è un momento in cui un pensiero, in quanto folle e insensato, ma pur sempre pensiero, non si dice e non si trasmette nella sensatezza dell’opera. Sempre la follia è un possibilità del pensiero, non c’è storia che tenga. Essa (la follia) si assenta dal pensiero quando quest’ultimo si traduce in testo e si dice nella comunicazione di senso”. (p.12) Chiaramente la follia, in quanto alterità radicale, secondo tale ottica, è quella condizione di in-traducibilità legata ad un senso che si da’ nella più radicale e autistica singolarità. Senso, però, che si organizza sempre a partire dalle possibilità del logos, dai suoi concatenamenti, dal suo essere “desiderante”, diremmo con Lacan.

“La follia non è dunque che un caso del pensiero (nel pensiero)”. (p. 12)

Questa la tesi che organizza il lavoro di Russo. Il pensiero è, originariamente (secondo una partizione logica e  non cronologica), un insieme di ragione e di follia, di senso e di non senso, di opera e di assenza d’opera. Questi due “ambiti” dialogano in quel virtuale originario che, con linguaggio freudiano, possiamo definire “ombelico del sogno”.

Nei sette capitoli che costituiscono il libro, Russo analizza, a partire da queste premesse, la conoscenza come frutto oscillante tra “il pensiero pre-logico ed il pensiero logico, tra il mantenimento e il superamento dell’illusione”. Un pensiero “colpevole” di una “dimenticanza originaria”, di una rimozione, quella che lascia prevaricare il “testo e l’opera” sul “non testo e l’assenza d’opera”. Proprio questa rimozione originaria causa quella presunzione di oggettività criticata da Rorty.

Lacan  ha inserito l’illusione nel cuore dell’Io, in quella struttura della mente che dovrebbe avere funzioni di controllo delle pulsioni, di sintesi e di gestione della realtà (…). L’illusione e la follia immaginaria dell’Io vengono dirette e messe al servizio della ragione, attraverso l’inserimento del soggetto nel registro simbolico, nel linguaggio.” Compito di una ratio matura, secondo Russo, è quello di sostenere creativamente il pensiero nel suo “essere per la morte”, nel suo “essere- negativo” che gli compete originariamente, senza far precipitare il soggetto nel delirio autistico delle psicosi.

Lucio Russo, Le illusioni del pensiero, Ed. Borla, Roma 2006, pagg. 265, euro 22,50.

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